Sulla questione del castigo divino
Quarta Parte (4/4)
Lutero dalla disperazione alla spavalderia
La vicenda di Lutero riveste un’importanza enorme per il tema che c’interessa. Si può dire che la questione del castigo divino e dell’ira divina siano il nodo e il perno centrale attorno al quale ruota tutta la vita di Lutero. L’iniziale terrore del castigo divino e la convinzione di non poter liberarsi dalla colpa, divenuti insopportabili, suscitarono in Lutero, nella famosa «esperienza della torre» del 1515 o 1516, l’improvvisa certezza della propria predestinazione in base ad una supposta apparizione di Cristo che gli prometteva la salvezza, purchè credesse in questa promessa, senza preoccuparsi dei propri peccati.
Come nella dialettica hegeliana il negativo è la molla che fa scattare il processo dialettico, così per Lutero la sua esperienza traumatica giovanile dell’ira divina, fu la miccia che provocò l’esplosione della sua vulcanica personalità con la sua caratteristica spavalda certezza della sua predestinazione. Lutero cacciò il terrore dell’inferno con una tale violenza da cadere nel difetto opposto di una ostinata sicumera di essere salvato, che costituì in realtà la vera occasione di perdere la propria anima, salvo che Dio abbia veramente avuto pietà di lui.
Lutero ritenne poi di trovare la base biblica di quella sua esperienza nel famosissimo passo della Lettera ai Romani:
«Indipendentemente dalla legge, si è manifestata la giustizia di Dio, testimoniata dalla legge e dai profeti; giustizia di Dio per mezzo della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono. E non c’è distinzione: tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù» (3,21-23).
Questo passo importantissimo è di delicatissima interpretazione. Per capire veramente che cosa intende dire San Paolo, bisogna inserire queste parole nel contesto del suo pensiero e non fissarsi unilateralmente sul loro senso immediatamente apparente, altrimenti esso diventa la pezza d’appoggio dell’eresia luterana.
Infatti, anzitutto qui Paolo col termine «giustizia divina» non si riferisce al potere divino di retribuire le nostre opere, al suo potere di premiare e castigare, del quale Paolo parla abbondantemente altrove, ma si riferisce alla misericordia. Errata, pertanto fu l’interpretazione di Lutero, il quale credette di trovare qui la conferma della sua esperienza della torre, cioè pensò che se crediamo che Cristo ci salverà e ci risparmierà il castigo per i nostri peccati, possiamo tranquillamente continuare a peccare, e ci salveremo.
In secondo luogo, con l’espressione «indipendentemente dalla legge» Paolo non intende dire che la giustificazione non dipenda dall’osservanza della legge, non intende dire che per diventare ed essere giusti non occorra obbedire alla legge mosaica, non intende negare che la giustificazione sia effetto dell’obbedienza alla legge, chè invece in altri luoghi Paolo è chiarissimo nell’avvertire che chi non osserva i comandamenti non si salva.
Egli invece vuol dire che Dio ha sì condizionato la giustificazione all’obbedienza alla legge, ma, al fine di rendere effettivamente possibile all’uomo tale obbedienza, ci ha donato Cristo, credendo al quale, accogliendo la grazia del quale e mettendo in pratica la legge del quale, la legge della carità, otteniamo la salvezza.
In terzo luogo, quando Paolo dice che la giustizia di Dio si è manifestata «per mezzo della fede», non intende dire, come ha creduto Lutero, che per essere giustificati sia sufficiente quella «fede» della quale Lutero parla in riferimento all’esperienza della torre, ossia credere che Cristo ci salverà senza che occorra la nostra collaborazione, contrariamente a quanto San Paolo dice espressamente (I Cor 3,9; II Cor 6,1).
In quarto luogo, quando Paolo, parlando dei credenti in Cristo, dice che «sono giustificati gratuitamente per la sua grazia», non intende assolutamente escludere, da come risulta da altri testi, che la gloria celeste sia premio e corona delle nostre fatiche (I Cor 9,24 Fil 3,12; Col 2,18; II Tm 4,8), guadagno del nostro lavoro (Fil 3,8), oggetto di merito, gloria meritata dalle nostre buone opere in Cristo (Rm 14,19; II Cor 9,8; Ef 2,12; I Tm 5,25; Tt 3.1), per quanto i nostri meriti siano solo semplice partecipazione ai meriti di Cristo in quanto viviamo in Cristo.
Quando Paolo oppone la fede o la grazia alle opere, occorre fare molta attenzione a non fraintenderlo. Quando nella Lettera ai Romani (11,5) parla di salvezza per grazia e non per le opere, non intende dire che per salvarsi non occorre osservare i comandamenti, ma si riferisce alla «elezione per grazia», ossia i predestinati, evidenziando il fatto che se qualcosa è donato per grazia, non può essere acquistato da un’opera, giacchè è chiaro che ciò che si riceve gratis non lo compriamo o non lo guadagniamo con una nostra prestazione.
Qui San Paolo tocca l’aspetto apparentemente paradossale della giustificazione, che è un bene al contempo dono della grazia e acquistato dalle nostre opere. Il regno di Dio ci è donato dal Padre, ma al contempo è la perla preziosa che il mercante compra vedendo tutti i suoi averi.
Come è possibile ciò? Questa è stata per Lutero la pietra d’inciampo che lo ha fatto andare fuori strada. Non è riuscito a mettere assieme le due cose. Non è riuscito a vedere il rapporto fra la grazia e il libero arbitrio. Ha pensato di dover scegliere fra l’azione della grazia da sola (il famoso «sola gratia») senza il libero arbitrio e l’azione del libero arbitro senza la grazia. E allora, per evitare il pelagianesimo, ha negato il libero arbitrio. Non ha compreso che non c’è nessuna contraddizione perché la gratuità riguarda l’agire divino, mentre la spesa è affare dell’uomo. La giustificazione risulta dalla convergenza dell’agire divino con l’agire umano.
Lutero non ha capito che la vera pace della coscienza e la salvezza nascono da un incontro amorevole fra due persone, un equilibrio fra due libertà: quella umana e quella divina. Non ha saputo dosare davanti a Dio il timore con la confidenza. È passato da una diffidenza ostile a una confidenza presuntuosa, da un dubbio irragionevole a una certezza fanatica. Non ha saputo conciliare in Dio la giustizia con la misericordia. Ha rimediato al Dio crudele col Dio permissivo e buonista, che ha oggi tanto successo. Non ci si accorge che il fantasma della crudeltà si nasconde dietro l’eccesso di indulgenza perchè i malfattori si credono scusati e ne approfittano per aumentare la loro malvagità.
Una domanda che possiamo porci è come spiegare da una parte la ribellione di Lutero al Papa e al Magistero della Chiesa, e dall’altra il suo feticistico attaccamento alla Bibbia, dico feticistico, perchè il vero e sensato amore per la Bibbia non è pensabile se non nell’alveo materno della Chiesa cristiana originata da Israele, una, santa, cattolica ed apostolica, che è l’autrice umana e l’erede della Bibbia. Non ha senso interpretare la Bibbia a prescindere da questo alveo materno nel quale essa è custodita e vive; sarebbe come strappare un feto dal seno della madre.
Come si spiega questo atteggiamento strano? Molto probabilmente c’è una componente psicologica: Lutero si convinse di aver trovato in Rm 3,27-28 la soluzione del suo dramma e la base biblica della sua dottrina della giustificazione, siccome la considerava come la sua divina consolazione e sorgente del suo entusiasmo, al vedere che il Papa disapprovava la sua interpretazione, si infuriò talmente da respingere non solo Leone X, ma addirittura l’intero istituto del papato. Una reazione evidentemente spropositata, chiaro segno di psicopatologia, oltre ad andar soggetto ad un impeto di irrefrenabile orgoglio, proprio lui che tanto aveva predicato contro l’orgoglio.
Il Concilio di Trento, pur condannando gli errori di Lutero, ha saputo riconoscere i punti dottrinali fondamentali nei quali Lutero ha mantenuto la verità cristiana. Per questo tali punti sono stati confermati nel 1999 da una Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e la Federazione Luterana mondiale. Tale Dichiarazione, trattandosi soltanto di un Dicastero della Santa Sede, non impegna evidentemente il Magistero della Chiesa e tuttavia ha ricevuto l’approvazione del Papa.
Nel documento i luterani non correggono quasi nessuno dei loro errori denunciati dal Concilio di Trento: negano la collaborazione dell’uomo all’opera di Cristo nella sua giustificazione (21, 23, 24), negano i meriti (17,19, 39), non è chiaro se il peccato è cancellato o solo non imputato (22, 29). Sembra però che si rinunci alla dottrina della corruzione totale della natura, per cui sembra riconosciuto il potere della ragione e del libero arbitrio (19). Si riconosce la necessità delle buone opere (22, 24, 25).
La Dichiarazione mostra i punti in comune con la visione cattolica con un’evidenza maggiore di quanto troviamo nel Concilio di Trento. Questo del resto fà un ritratto della spiritualità luterana che resta valido a tutt’oggi e diversamente non potrebbe essere, considerando che si tratta di Magistero della Chiesa. Dice il Concilio:
«Benchè sia necessario credere che i peccati non sono rimessi né sono mai stati rimessi se non gratuitamente dalla divina misericordia a causa di Cristo, si deve dire che a nessuno che si vanta della fiducia e della certezza della remissione dei suoi peccati e che in essa sola si adagia, i peccati sono rimessi o sono stati rimessi, dato che presso gli eretici e gli scismatici può darsi, anzi nel nostro tempo si dà e con grande avversione alla Chiesa viene predicata questa vana fiducia aliena da ogni senso religioso (pietate).
Ma non si deve neppure asserire che occorre che coloro che sono veramente giustificati senza nutrire alcun dubbio hanno stabilito di essere giustificati e che nessuno è assolto dai peccati, se non colui che crede con certezza di essere assolto e giustificato, e che per mezzo di questa sola fede si porta compimento l’assoluzione e la giustificazione, quasi che chi non crede a ciò dubiti delle promesse di Dio e dell’efficacia della morte e della resurrezione di Cristo. Infatti, come nessun uomo pio deve dubitare della misericordia di Dio, del merito di Cristo e della virtù e dell’efficacia dei sacramenti, così chiunque nel considerare la sua propria infermità e indisposizione, può tremare (formidare) e temere, dato che nessuno può sapere con certezza di fede, alla quale non può sottostare il falso, di avere conseguito la grazia di Dio» (Denz.1534).
«Ed anche nessuno, finchè vive in questa vita mortale, deve presumere talmente circa l’arcano mistero della predestinazione, così da stabilire con certezza di essere del tutto nel numero dei predestinati, quasi che fosse vero che il giustificato o non può più peccare o, se pecca, debba promettere per sé la certa resipiscenza. Infatti, senza una speciale rivelazione, non si può conoscere coloro che Dio ha scelto per Sé» (Denz.1540).
La cosiddetta «scoperta» o «medicina» di Lutero
Una cosa che arreca dispiacere è il fatto che il Card. Kasper, parlando della famosa dottrina luterana di Dio che copre il peccato e fà finta di non vedere, per cui salva il peccatore non pentito, la chiami «grande scoperta che liberò anche lui dalla paura del peccato e dai tormenti della coscienza»[1] .
Che San Paolo in Rm 3,27-28 per «giustizia» divina intenda la misericordia lo si sapeva già. Ma l’idea di Lutero che il peccato rimanga benchè non imputato, questa non è una scoperta, ma una frode vergognosa che dovrebbe ripugnare ad ogni coscienza onesta. Come si può essere così meschini da pretendere di continuare tranquillamente a peccare restando impuniti, senza dover render conto a Dio e senza rimediare al mal fatto? Si crede forse di ottenere tranquillità perché si soffoca il rimprovero della coscienza?
Il timore di peccare è salutare perché tiene lontani dal peccato. Il dolore per aver peccato è salutare perché nasce dalla carità e dona la vera pace. La confusione che proviamo per essere colpevoli è salutare, perchè ci stimola al pentimento e alla riparazione. Il vero tormento non è la confessione di peccati, ma la coscienza disonesta e perversa, che prepara il tormento dell’inferno. Impossibile sperimentare l’ineffabile pace dell’esser perdonati, se non vogliamo abbandonare il peccato. Non è sincero il pentimento di chi non vuol fare penitenza e non vuol scontare le proprie colpe. Empio è chi non vede nelle sventure che gli capitano la voce di Dio che lo chiama a penitenza e stolto è se non ne approfitta.
Parimenti dispiace che Papa Francesco, parlando a braccio in aereo durante un viaggio in Armenia abbia detto di Lutero: «lui ha fatto una “medicina”». Forse il Papa intendeva dire che Lutero intendeva fornire una medicina, senza pronunciarsi sul fatto che vi sia riuscito. Comunque, dalla bocca di un Papa, pur con tutto il rispetto per l’ecumenismo, non ci saremmo mai aspettati parole del genere, anche se sappiamo che quando un Papa parla fuori dell’ufficialità, parla a suo rischio e pericolo.
Ad ogni modo, è giunto il momento, dopo cinque secoli di discussioni, e le indicazioni date dal Concilio di Trento e grazie all’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II, di dare una valutazione complessiva aggiornata su Lutero riconoscendo i suoi meriti e i suoi torti. Lutero ci ha lasciato una preziosa eredità e nel contempo ci ha suggerito la pericolosa illusione di potersi prender gioco di Dio. La preziosa eredità è di origine agostiniana e in ciò si spiega la scelta di Lutero di farsi agostiniano.
Tale eredità consiste nell’estrema serietà con la quale Lutero affrontò il suo rapporto personale con Dio in Cristo. Lutero sapeva che in questo rapporto era in gioco il senso della sua vita e il suo eterno destino. Sapeva che io nella mia coscienza mi rapporto con Dio, posso parlarGli e posso ascoltarLo. Aveva una fede ferma e salda. Amava la parola di Dio. Credeva nell’ispirazione dello Spirito Santo. Aveva la coscienza di aver peccato contro di Lui: «contro di Te, contro Te solo ho peccato: quello che è male ai tuoi occhi io l’ho fatto» (Sal l50,6). Sapeva che ciò che può dar pace all’anima è solo l’esperienza del perdono di Dio; «saziaci al mattino con la tua grazia» (Sal 90,14). Sapeva che la concupiscenza è invincibile.
Provava dolore per i suoi peccati e desiderava essere santo. Avvertiva di sé il castigo di Dio. Sapeva che il cristiano è chiamato a libertà. Sapeva che la salvezza è effetto della predestinazione. Fu operosissimo in ciò che ritenne doveroso fare per la diffusione del Vangelo, il bene della Chiesa e la salvezza propria e delle anime. Tutto ciò va mantenuto e conservato.
Lutero invece non ha fatto nessuna scoperta e non offre alcuna medicina. La sua – ossia la giustificazione senza meriti - è una falsa scoperta e la fede di salvarsi senza meriti è una falsa medicina. Che Dio nella sua misericordia ci prevenga con la sua grazia e che la salvezza sia effetto della grazia la Chiesa lo aveva sempre saputo, mentre già Sant’Agostino aveva chiarito benissimo che, se non possiamo andare in paradiso in base a meriti semplicemente umani, esso è conquistato dal merito soprannaturale, che è esso stesso dono della grazia, concetto, questo, che fu ripreso dal Concilio di Trento.
Lutero parla tanto di salvezza, mentre nel contempo sostiene, come è noto, la corruzione totale della natura umana, secondo lui conseguente al peccato originale. Ora un salvatore è evidentemente uno che opera su di una persona viva, che semplicemente è difettosa o malata o ferita o indebolita, una persona che conserva ancora delle forze, anche se non nella loro pienezza.
Ora non si capisce perché Lutero ritenga che il libero arbitrio sia estinto e la ragione cieca, quando in pratica dà mostra di saperli usare benissimo, semmai la ragione per tessere sofismi e la volontà per ribellarsi alla Chiesa. È vero che Cristo ci libera, ci ridona la vita, ci fà risorgere dalle tenebre, dalla morte e dalla schiavitù del peccato, ma Egli è anche medico, che ci chiede di usare quelle forze che ci rimangono per collaborare all’opera della nostra salvezza.
Il Concilio di Trento fa notare a Lutero che egli confonde la concupiscenza, che è tendenza o inclinazione al peccato ma non ancora peccato, e per questo essa può stare assieme con la grazia, con l’atto o lo stato di peccato, che comporta l’assenza della grazia.
Così per Lutero, come la concupiscenza è invincibile, così lo è il peccato mortale. Il Concilio di Trento risponderà che è inevitabile il peccato veniale, che non toglie la grazia, ma non quello mortale. Ma così per Lutero il peccato entra nello stesso processo della redenzione, mostrando di confondere il male di colpa col male di pena.
Lutero è convinto che la sua «fede» è quella che, al posto del sacramento della Penitenza, sia ciò che assicura pace e serenità alla coscienza, che altrimenti sarebbe tormentata dallo scrupolo, dall’angoscia e dal terrore.
Egli, influenzato dal volontarismo empirista occamista, non distingue il senso di colpa, che è un semplice disturbo emotivo ed irrazionale, detto anche «ansietà», l’angoscia (Angst), della quale parla Heidegger, curati dallo psicologo eventualmente con psicofarmaci, dalla coscienza o consapevolezza della colpa, che è un atto dell’intelletto accompagnato dalla volontà.
In base a queste premesse, è noto a quali conclusioni pratiche arrivò Lutero: è inutile la confessione periodica, tanto casco sempre negli stessi peccati. Non c’è niente da fare. La confessione è un tormento, perché ogni volta ti accorgi che non ce la fai, che hai fallito nel correggerti, perché siamo sempre daccapo. Finisci sempre col rimorso e un amaro senso di frustrazione. Non sei libero, sei schiavo del peccato.
Così per Lutero la pace non ti viene dalle opere buone, perché non ne hai, considerando la corruzione della tua natura. Tu credi di compiere opere buone, ma in realtà esse sono sempre peccati. C’è in noi un sottilissimo orgoglio nascosto, diceva Lutero, che guasta anche le opere più buone. La nostra giustizia non ci viene dalle opere, ma solo dalla grazia di Cristo. Affidandoci a Cristo, accogliendo con fede la sua grazia, la nostra giustizia sarà quella stessa di Cristo. Non dobbiamo quindi sforzarci di cessare di peccare, tutti sforzi inutili, perchè tanto non ce la facciamo. Continuiamo tranquillamente a peccare; basta che crediamo che Dio ci perdona.
Lutero apprezzava senz’altro il valore dei castighi divini ed era ben consapevole dell’aspetto agonistico della vita cristiana secondo la tradizionale triade: contro il demonio, contro il mondo, contro la carne. Egli avvertiva con forza l’importanza della lotta contro il demonio, benchè lo vedesse anche come una forza divina che autorizza a peccare. Lutero concepì la lotta contro il mondo come lotta contro il Papa, che egli considerava l’anticristo e quindi è stato il fomentatore delle terribili guerre di religione che straziarono l’Europa dal sec. XVI al XVII.
Sordo invece Lutero rimase al richiamo paolino della lotta dello spirito contro la carne: «tratto duramente (castigo) il mio corpo e lo riduco in schiavitù, affinchè, dopo aver predicato agli altri, non risulti io stesso squalificato» (I Cor 9,24-25). Ciò riflette la sua convinzione dell’invincibilità della concupiscenza e lo portò a disprezzare il voto di verginità[2], facendo eccezione per la Madonna. Per questo l’etica luterana è priva di tensione ascetica, cosa che finisce per offuscare la sua spiritualità, che resta vigorosa, nonostante la mancanza di una adeguata disciplina.
Notevole in Lutero è la tematica dell’opposizione umiltà-superbia, tema di origine agostiniana, ma anche biblica. Solo che Lutero perverte il significato delle due categorie morali: l’umiltà non è più la propria soggezione alla Chiesa, ma l’accettazione rinunciataria del proprio lassismo morale; la superbia non è più la pretesa di insegnare e di correggere il Papa, ma la presentazione dei propri meriti a Dio.
Dunque, ecco quello di cui ci assicura Lutero: nessun castigo o condanna incombe su di te, ma aleggia soltanto consolante la certezza di fede nella tua predestinazione e nella tua salvezza, purchè tu creda fermamente che Dio ha pietà di te. E se la coscienza ti rimprovera, non darci peso, ma prevalga la fede incrollabile che Dio nella sua misericordia ti ha perdonato.
Certo, il cattolico si fa una serie di domande: mi sono confessato bene? Sono stato sincero o reticente nel confessare i miei peccati? Dio mi ha perdonato o sono in debito con Lui? Ho peccato mortalmente o solo venialmente? Sono in colpa o sono innocente? Ho fatto apposta o senza volere, perché vinto dalla passione? Sapevo quello che facevo? Mi sono veramente pentito? Amo veramente Dio o non sono sincero con Lui? So sempre distinguere Dio dal diavolo?
Lutero non darebbe importanza a queste domande, perchè le considererebbe senza risposta. L’importante per lui è la scelta fondamentale per Cristo perdonante e l’agire secondo coscienza nella libertà alla luce della parola di Dio e a disposizione degli impulsi dello Spirito.
Siamo sinceri e parliamo seriamente: chi veramente ci libera dai tormenti della coscienza, chi ci dà la vera medicina che lenisce le nostre sofferenze, chi dà pace alls nostra anima, chi ci guarisce dai nostri peccati, chi ci fà gustare veramente la dolcezza della divina misericordia, chi alimenta la speranza della salvezza, chi di dà conforto nella sofferenza, chi ci libera dai veleni che ci uccidono?
Non sono Lutero con i suoi seguaci, non sono le «chiese» luterane, impelagate sempre in interminabili contrasti tra di loro, come notava già il Bossuet, ma sono le parole stesse di Cristo, sono i Salmi della Scrittura, sono gli insegnamenti dei Santi e dei Dottori della Chiesa, sono una Santa Teresa di Gesù Bambino, una Santa Teresa di Gesù, una Santa Caterina da Siena, un San Bonaventura, un San Bernardo, un Sant’Agostino, un San Tommaso, un San Francesco di Sales, un San Francesco d‘Assisi, un San Giovanni Paolo II.
Il grande castigo escatologico è descritto nell’Apocalisse. Qui il piano divino prevede, come è noto, il trionfo finale descritto di Cristo alla guida dei giusti sulle potenze di Satana alla guida degli empi. Così, secondo San Paolo, Dio Padre ha affidato a Cristo il compito della «ricapitolazione» (anakefalàiosis) di tutte le cose, operazione divina conclusiva della storia terrena che va messa in relazione col giudizio finale universale di Cristo che separa definitivamente i giusti dagli ingiusti, operazione che invece purtroppo Origene ha ricondotto fraintendendo al suo famoso concetto dell’«apocatastasi» (apokatastasis), che ha il diverso significato di «reintegrazione», come se Dio riportasse il mondo allo stato originario nel quale il male non esisteva.
Ma la rivelazione cristiana non è questa. Se agli inizi il male non esisteva, Dio ha voluto che la pienezza finale della storia del mondo facesse sparire, certo, il male di colpa, ma non il male di pena per i reprobi e per i demòni.
Lutero, a differenza dei buonisti di oggi, credeva a queste verità. Sapeva che ci sono i beati e ci sono i dannati. C’è il premio e c’è il castigo. Le sue ultime parole, raccolte da testimoni presenti al trapasso[3], non furono le parole spavalde del Lutero certo di salvarsi, ma furono parole ispirate ad umiltà, furono parole di supplica a Dio e di abbandono nelle sue mani: «Siamo mendicanti, Wir sind Bettler». Una reminiscenza evidentemente agostiniana e, più in radice, un sentimento evangelico.
Lutero ci ha insegnato che in fin dei conti la vita cristiana non dev’esser altro che una supplica a Dio che abbia pietà di noi[4]. Kyrie, eleison, come imploriamo all’inizio della Messa. E qui l’Occidente s’incontra con l’Oriente, se ricordiamo l’importanza che la spiritualità russa dà alla cosiddetta «preghiera di Gesù»[5]: «Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore!», una preghiera litanica che gli asceti russi ripetono continuamente col ritmo stesso del respiro.
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 23 giugno 2026
Lutero non ha capito che la vera pace della coscienza e la salvezza nascono da un incontro amorevole fra due persone, un equilibrio fra due libertà: quella umana e quella divina.
Non ci si accorge che il fantasma della crudeltà si nasconde dietro l’eccesso di indulgenza, perchè i malfattori si credono scusati e ne approfittano per aumentare la loro malvagità.
Il Concilio di Trento, pur condannando gli errori di Lutero, ha saputo riconoscere i punti dottrinali fondamentali nei quali Lutero ha mantenuto la verità cristiana.
Ad ogni modo, è giunto il momento, dopo cinque secoli di discussioni, e le indicazioni date dal Concilio di Trento e grazie all’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II, di dare una valutazione complessiva aggiornata su Lutero riconoscendo i suoi meriti e i suoi torti. … Il Concilio di Trento fa notare a Lutero che egli confonde la concupiscenza, che è tendenza o inclinazione al peccato ma non ancora peccato, e per questo essa può stare assieme con la grazia, con l’atto o lo stato di peccato, che comporta l’assenza della grazia.
Il grande castigo escatologico è descritto nell’Apocalisse. Qui il piano divino prevede, come è noto, il trionfo finale descritto di Cristo alla guida dei giusti sulle potenze di Satana alla guida degli empi.
Lutero, a differenza dei buonisti di oggi, credeva a queste verità. Sapeva che ci sono i beati e ci sono i dannati. C’è il premio e c’è il castigo. Le sue ultime parole, raccolte da testimoni presenti al trapasso, non furono le parole spavalde del Lutero certo di salvarsi, ma furono parole ispirate ad umiltà, furono parole di supplica a Dio e di abbandono nelle sue mani: «Siamo mendicanti, Wir sind Bettler». Una reminiscenza evidentemente agostiniana e, più in radice, un sentimento evangelico.
Immagini da Internet:
- Particolari del Giudizio Universale, Michelangelo
[1] Misericordia. Concetto fondamentale del Vangelo – Chiave della vita cristiana, Editrice Queriniana, Brescia 2013, p.121.
[2] Il Denifle documenta riccamente questo aspetto riprovevole delle idee e della condotta di Lutero in Lutero e luteranesimo nel loro primo sviluppo, Roma1905.
[3] Vedi Ricardo Garcia-Villoslada, Martin Lutero, Istituto Propaganda Libraria, Milano 1987, vol.II,p.776.
[4] Probabilmente quanto Papa Francesco disse, dopo aver letto il libro che ho citato sulla misericordia del Card.Kasper, che il Cardinale era un teologo che fà teologia in ginocchio, si riferiva a quanto Kasper dice in quel libro della confidenza di Lutero nella misericordia divina.
[5] Vedi Tomas Spidlik, I grandi mistici russi, Edizioni Lipa Lipa Roma 2016, c.XII.


Buongiorno Padre Giovanni. Innanzitutto voglio ringraziarla della completezza dei suoi articoli, che fugano ogni minimo dubbio sulla materia trattata.
RispondiEliminaE confessarle, purtroppo, che quanto lei ha compiutamente spiegata, a larga fetta anche dei cattolici, poco interessa e certamente non condivide.
Purtroppo nel mio piccolo -e sono un semplice fedele cattolico laico- constato che si è perso il senso della dottrina e sprattutto ancor più grave il senso del peccato. Lo constato in famiglia, in cui qualcuno crede che ci si salvi per "sola Grazia" dimenticando che c'è una parte di cooperazione, per cosi dire, che deve impegnarci in opere e sforzi (mi viene in mente quanto lei spiegava mirabilmente nell'articolo " Luigino vuol salvarsi senza merito" .
Per quanto riguarda il senso del peccato, che ormai si è perduto del tutto, credo sia inutile qualsiasi esempio; la cosa è talmente lampante che non lo vede solo chi non vuol vederlo.
Cordiali saluti, mi benedica.
Senza dimenticare l'altro suo articolo sul tema "Lettera aperta a Luigino Bruni"
Eliminain cui con compiuta esattezza dottrinale lei scrive:
"Se la grazia è gratuita, per salvarci è necessaria la nostra libera adesione all’amore misericordioso del Padre per mezzo della Croce del Figlio. La salvezza, certo, è gratuita perché è dono di Dio. Ma se è costata il sangue dell’Innocente Agnello, noi peccatori non dovremmo pagare nessun prezzo?
Ora è logico che quanto più uno lavora, tanto più guadagna. Lavorare per il regno di Dio è il più bel lavoro che ci sia, per il quale in cielo accumuliamo ricchezze immarcescibili. Lutero sbagliava anche nel negare i meriti. È vero tuttavia che i meriti del cristiano non sono semplicemente naturali, ma soprannaturali, partecipazione ai meriti infiniti di Cristo. Gesù però nella parabola dei talenti è chiarissimo nel farci presente che se la salvezza è dono della grazia, il paradiso ce lo dobbiamo guadagnare con fatica (“la porta stretta”) e sacrificio (“ogni giorno la nostra croce”).
Il paradiso non è fatto per i pigri, i lavativi, gli scrocconi, gli spiriti molli, chi ha paura di soffrire, chi non sa soffrire o non si sacrifica per gli altri, i pesi morti, gli scansafatiche e chi vuol farla franca. Il Concilio di Trento insegna che lo stesso meritare è effetto della misericordia di Dio (Denz.1548).
Il meritare cattolico non ha niente a che vedere con la meritocrazia o l’arrivismo egoista calvinista o capitalista, come pensi tu, ma è generosità, laboriosità, spendersi per gli altri, nobile intraprendenza, traffico dei talenti ricevuti.
Il Dio “misericordioso” di Lutero (che è anche quello di Von Balthasar e di Rahner) non è il vero Dio biblico che fa giustizia, ma il Dio “dolce, buono e comprensivo” che premia gli ipocriti, i diffamatori, gli impostori, gli oppressori, i ladri, gli strozzini, i pedofili, gli assassini, i terroristi, i sodomiti, i bestemmiatori, i nazisti: tutti salvi! Tutti buoni! Tutti scusati! Tutti in paradiso!"
Caro Francesco,
Eliminala ringrazio per questa adesione sincera alle mie parole.
Dato che mi sforzo di diffondere la dottrina della Chiesa, che, come sappiamo, è luce del mondo e mediatrice del Vangelo, confido che le mie parole potranno incontrare il consenso delle coscienze, cosa di cui non potrei essere sicuro se diffondessi le mie semplici opinioni, col rischio inoltre di fare più male che bene.
Se c’è quindi della resistenza in ambito cattolico, dobbiamo confidare nel fatto che questi nostri fratelli riflettano sulla verità di quanto ho detto.
Buonasera Padre Giovanni. Si, sinceramente aderisco alla dottrina cattolica.
EliminaColgo l'occasione per poter chiederle se posso porgerle una domanda, la cui risposta potrebbe fugare un mio "scrupolo" che spesso mi toglie serenità.
Caro Francesco,
Eliminaho l’impressione che lei non abbia ancora compreso bene qual è il mio servizio a favore dei lettori. Lei non ha da chiedere nessun permesso, perché la sua domanda, che suppongo essere consona al servizio che rendo, è perfettamente legittima ed io sarò ben contento di risponderle, secondo le mie capacità.
Infatti, avendo notato i suoi interessi teologici, ciò mi dispone molto volentieri ad ascoltarla, nella certezza di poter avere con lei una conversazione utile ad entrambi.
Se si tratta invece di una questione personale, che lei desidera trattare in modo privato, in tal caso mi mandi una mail a questo indirizzo: padrecavalcoli@gmail.com .
Buongiorno, grazie Padre Giovanni. Non ho problemi a parlarne pubblicamente, potrebbe fugare anche i dubbi di altri.
EliminaLa domanda è questa: le opere che compiute per cosa dovuta (a volte nei confronti del genitore, del coniuge, dei figli o parenti) comunque però ben fatte, come per "dovere", senza provare affetto o sentimenti verso queste persone, poiché impegnano la parte della volontà, (compiute più per timore reverenziale verso Dio che per altro) hanno il loro merito ?
La ringrazio e la saluto.
Caro Francesco,
Eliminaper meritare davanti a Dio non è sempre necessario che le persone, alle quali facciamo del bene, ci siano simpatiche, soprattutto se sono persone che ci hanno offeso. Tuttavia la capacità di vincere questa nostra ripugnanza, per compiere il nostro dovere, cioè per obbedire alla volontà di Dio, che è la stessa cosa, è una virtù per la quale noi meritiamo presso Dio.
Per quanto riguarda il timore del castigo, se questo timore si riferisce al dispiacere di avere offeso Dio, è un timore salutare, perché nasconde l’amore.
Invece temere il castigo solamente perché ci procura una pena, senza considerare la volontà di Dio, è quello che si chiama “timore servile”, il quale, motivato soltanto dal nostro interesse, non ci rende graditi a Dio.
Quello che lei chiama “timore reverenziale” è quello che la Bibbia chiama “timor di Dio”, che è l’inizio della sapienza e può essere anche un dono dello Spirito Santo.
Buonasera Padre Giovanni.
EliminaLa ringrazio della risposta che finalmente fuga ogni mio dubbio o scrupolo che sia.