Il falso concetto di fede di Severino
Prima Parte (1/3)
La ricerca della verità
Severino ricevette una buona educazione cattolica in famiglia e nella scuola e molto presto nacque in lui la vocazione filosofica con un forte bisogno di certezza e di verità. Del resto, se fu assunto ad insegnare all’Università Cattolica di Milano, incontrando l’ammirazione dello stesso Padre Gemelli[1], ciò non fu dovuto solo alla sua notevole preparazione filosofica, ma anche al fatto della sua notoria pratica della religione cattolica.
Severino era stato sensibile all’idealismo di Giovanni Gentile; ma ciò fu giudicato dai docenti della Cattolica che lo accolsero un fatto positivo nel senso di un’apertura ai valori della filosofia moderna. Ciò naturalmente non significava che essi fossero ignari del pericolo dell’idealismo. Era nato però quel bisogno, che pur era stato quello dei modernisti, di ammodernare e far progredire la filosofia assumendo non supinamente ma criticamente i valori della modernità.
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Il mondo cattolico era turbato da un aspro conflitto fra filoidealisti e realisti, che però non riuscivano a far progredire il tomismo. … Di lì a pochi anni Gustavo Bontadini avrebbe tentato una conciliazione fra idealisti e realisti, che però ha favorito l’idealismo contro il realismo. Il filosofo che invece è riuscito a trovare la conciliazione è stato Maritain. Il difetto della Cattolica è stato quello, rimproveratogli da Fabro, di prendere come maestro Bontadini e non Maritain. … Lo sbaglio dei modernisti fu quello di usare come criterio di valutazione non la dottrina di San Tommaso, ma gli stessi princìpi errati della modernità.
Nel racconto della sua vita Severino narra come da giovane universitario, ancora credente, nacque tuttavia in lui la convinzione che la verità suprema veniva dalla filosofia e non dalla fede cristiana.
È interessante che Severino parla sempre della verità dell’essere e mai della verità del giudizio o del pensiero, anche se certamente ammette che il pensiero colga la verità. Egli ammette solo la verità ontologica e non quella gnoseologica. Ciò si vede da come definisce la verità. Egli non usa, come San Tommaso, la categoria della conformità (adaequatio), ma quella della apparizione (apparitio), della rivelazione, della manifestazione, basandosi, come Heidegger, sull’etimologia della parola greca corrispondente: a-letheia, non-latenza, non-nascondimento, svelatezza.
Ma così succede che il verum non solo si converte con l’ens, come in Tommaso e come è nella realtà delle cose, ma s’identifica con l’ens, ovvero con l’essere, facendo sì che l’essere si risolva idealisticamente nell’apparire, sia pur un apparire verace. Il che vuol dire che Severino non distingue l’essere come essere dall’essere come vero, l’essere dall’essere pensato o rappresentato, ma il vero coincide con l’essere, è lo stesso essere o quella che egli chiama «verità dell’essere».
Ora invece bisogna dire che l’apparire al soggetto conoscente non appartiene necessariamente all’essere, bensì è rappresentazione dell’essere che appare al soggetto, per cui alla fine è un atto che è relativo al soggetto e non all’essere reale. Da qui la confusione idealistica del pensiero con l’essere. Infatti, per l’idealista l’essere è solo ciò che appare a lui come essere. Per lui l’essere che non gli appare, fuori della sua mente, non esiste.
Immagine da Internet: Papa Giovanni Paolo II e Padre Cornelio Fabro

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