Non uccidere
Dio libera Israele dal giogo del Faraone
Quarta Parte (4/4)
Armi atomiche e armi da fuoco
Altra cosa da notare nell’epoca moderna dopo la seconda guerra mondiale è che il sorgere degli armamenti atomici nelle due grandi potenze antagoniste e dominanti nel mondo, Stati Uniti e Russia, le ha portate entrambe alla consapevolezza che in un’eventuale guerra atomica, non ci sarebbero stati né vincitori né vinti, perchè era impossibile organizzare una difesa contro un attacco atomico.
Ci si accorse allora che la prospettiva tradizionale per la quale la nazione che può vincere è quella che possiede un armamento più forte, non valeva più per il fatto che anche se una delle due potenze poteva possedere un armamento atomico superiore, non le serviva a nulla, perchè comunque non aveva modo di difendersi da un controattacco atomico della potenza avversaria. Nel caso di guerra nucleare il concetto di vittoria non ha più senso.
Restava invece sempre la possibilità e, diciamo pure il dovere, di utilizzare le armi tradizionali. Così è sorto il problema di saper utilizzare queste armi senza cedere alla tentazione di passare a quelle atomiche. Si tratta di una difficile impresa di autocontrollo, perchè è facile per l’uomo adirato, portato a lasciarsi trascinare dalle passioni, cedere all’impulso della passione perdendo l’uso della ragione.
D’altra parte, come ho dimostrato, stante l’attuale stato di natura decaduta (non siamo più nell’Eden e non ancora nella Gerusalemme celeste), è puramente utopistico e controproducente immaginare che per l’acquisto e il mantenimento della pasce siano sufficienti le trattative diplomatiche, per quanto esse siano sempre preziose e, quando offrono speranza di buoni risultati, vadano sempre usate.
C’è inoltre da ricordare, per avere sotto mano tutti gli elementi per risolvere la presente questione, che la tragedia mai prima avvenuta della guerra atomica costrinse la comunità internazionale ad una saggia riflessione, per cui i popoli del mondo si sono accorti insieme che la concordia e la pace fra di loro non si può basare sul principio hegeliano-nicciano della volontà di potenza, che comporta la negazione dell’universalità del diritto e della legge naturale[1], e con ciò hanno ridato valore ed autorità alla precedente comune coscienza giuridica che fin dal sec. XVIII aveva prodotto le dichiarazioni dei diritti dell’uomo, e in base a questa ripresa di coscienza le nazioni della terra hanno fondato la provvidenziale Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), alla quale spetta, in quanto supremo custode del bene della comunità internazionale, il diritto della presidenza suprema delle forze armate internazionali, nonchè il compito di vigilare a che l’impiego delle forze armate da parte delle singole nazioni non abbia la pretesa di sostituirsi all’autorità dell’ONU, ma sia finalizzato solo al mantenimento e alla difesa del bene di quella nazione, così come in Italia un conto è l’esercito italiano e un conto sono le forze dell’ordine delle singole regioni, deputate al mantenimento dell’ordine pubblico della regione, all’interno della quale sono chiamati a prestare il loro servizio.
La questione della rivoluzione
Oggi nessuno più parla di rivoluzione. Ricordo come sessant’anni fa nella mia Ravenna noi sparuto gruppo di giovani democristiani discutevamo con gli agguerriti giovani comunisti infatuati per la rivoluzione, l’abbattimento del capitalismo, la lotta di classe, il possesso comune dei mezzi di produzione e la dittatura del proletariato.
Eppure nel 1968 lo stesso San Paolo VI pubblicò un’enciclica, la Populorum progressio, nella quale affermava in casi specialissimi la liceità della rivoluzione contro un regime tirannico. In fondo la morale cattolica aveva sempre ammesso la liceità della insurrezione contro un tiranno. Ora è chiaro che l’insurrezione comporta quasi sempre la pratica dell’omicidio, che in tal caso, supponendo la liberazione del popolo dal tiranno, diventa lecito.
Circa la rivoluzione potremmo porci domande simili a quelle che ci siamo posti riguardo alla liceità della guerra: se si prevede dall’azione rivoluzionaria un aggravamento della tirannide, non conviene rinunciarvi? Per aver speranza di successo non conviene studiare bene se si posseggono forze sufficienti per ottenere l’abbattimento del tiranno?
Oggi, dopo lo scioglimento nel 1989 dell’Unione Sovietica e le amarissime esperienze del regime staliniano, quegli stessi Russi che per decenni avevano favorito le rivoluzioni in tutto il mondo, avevano fomentato la terribile guerra di Spagna del 1936-1939 e specialmente in America Latina, oggi sono tornati alle loro tradizioni ortodosse ed hanno instaurato un regime, che mira certamente all’affermazione della Russia come grande potenza mondiale, ma che ha dimenticato qualunque idea rivoluzionaria marxista, sostituita semmai dalla predicazione apocalittica di Aleksandr Dugin, fautore di una guerra santa della Russia contro l’Occidente corrotto, un proclama gnostico-fondamentalista, al quale sembra aver prestato l’orecchio lo stesso Cirillo, Patriarca di tutte le Russie (Russia, Bielorussia ed Ucraina), il quale pure ha presentato l’attuale invasione russa dell’Ucraina come «guerra santa».
Oggi i comunisti non parlano più di rivoluzione, ma rifacendosi sempre a Marx, mantengono la convinzione che l’uomo possa con le sue sole forze liberarsi da ciò che lo opprime. Inoltre essi confondono ciò che ci è superiore o ci trascende con un potere che ci opprime e dal quale ci si può e ci si deve liberare. In terzo luogo mantengono il principio dell’uso della forza nel processo dell’autoliberazione. Essi fanno coincidere la libertà con la liberazione da ciò che è superiore. Questa concezione suppone una visione dell’uguaglianza umana nella quale la libertà non è effetto dell’obbedienza al superiore, ma al contrario è effetto dell’atto rivoluzionario col quale l’uomo oppresso si libera da ciò che gli è superiore, considerato oppressivo. Il comunista non capisce l’antico adagio romano in lege libertas. Per il comunista la liberazione e la libertà non gli vengono dall’alto, ma dalla esplicazione della sua stessa forza, con la quale si libera da ciò che sta in alto, considerato da lui oppressore per il semplice fatto di essere alto al di sopra di lui.
Lo schiaffo nella guancia
Davanti ad un potere dispotico ed opprimente, che cosa fare per liberarsi? Quando c’è qualcuno che ci odia, è potente, ci vuol sfruttare e vuol dominare su di noi, che fare? Abbiamo visto che in alcuni casi, quando ci sono in gioco non solo i nostri interessi privati, ma quelli di un’intera classe o un intero popolo, si può ricorrere all’insurrezione armata. Vi sono casi nei quali è impossibile persuadere l’oppressore o il tiranno a desistere dal suo sopruso, per quanto validi siano i nostri argomenti. Ma se qualcuno ce l’ha con noi, o come singoli o come popolo, è accecato dall’odio e non ascolta nessuna ragione.
A questo punto potremmo ricordare le famose parole del Signore in Mt 5,38-42, così spesso fraintese ed anche oggetto di derisione, le quali invece esprimono una grande saggezza pratica, utile a risolvere i conflitti e a far cessare le guerre. Esse assomigliano alla famosa dottrina gandiana della non-violenza (satyagraha)[2].
Al riguardo diciamo subito che l’alternativa violenza-non/violenza posta dai buonisti riguardo la questione dell’uso delle forze armate in caso di guerra, alternativa mirante a condannare come peccato ogni genere di guerra, è un’alternativa sbagliata, perchè basata sull’idea sbagliata che chiama «violenza» l’uso della forza come tale.
Ora, il costringere qualcuno a far qualcosa contro la sua volontà può essere effettivamente violenza in senso morale e quindi una colpa, ma non sempre necessariamente. Infatti quando le forze dell’ordine bloccano fisicamente un malvivente, esercitano violenza in senso psicologico, ma ben lungi dal commettere una colpa, si rendono benemeriti davanti al bene comune. Qui il malvivente è veramente costretto a far quello che non vuole, segno che gli si è usata violenza, ma violenza giustificata, che non costituisce offesa alla dignità del malvivente, perché lo si obbliga a cessare dalla sua azione criminosa.
Viceversa, la violenza che costituisce peccato, e quindi sempre condannabile, è quella che coincide con un atto di ingiustizia, come per esempio violentare una donna. Comprendiamo allora quanto è grande la confusione dei buonisti che mettono sullo stesso piano l’azione dei carabinieri che arrestano un terrorista con la violenza criminale di un lussurioso su di una donna.
Le parole di Cristo assomigliano a quelle di Gandhi nel predicare la mitezza e la pazienza. Questo atteggiamento di resistenza passiva e disarmata può costituire un richiamo alla coscienza dell’oppressore, un tacito rimprovero e un invito a cessare dalla sua azione, e può quindi veramente arrivare a disarmare il nemico. E di fatti con questo metodo pacifico, Gandhi riuscì a toccare la coscienza degli Inglesi persuadendoli a rinunciare ai loro soprusi e alle loro ingiuste pretese sull’India, senza che per raggiungere tale obbiettivo sia stata necessaria una insurrezione armata. La sopportazione perseverante, con animo sereno, degli insulti del nemico ebbe l’effetto che non avrebbero potuto avere le lamentele, le recriminazioni e le minacce di vendetta. In ciò il satyagraha ricorda la mitezza di Cristo condotto al calvario, che tacque e non minacciò vendetta.
Lo scopo del Quinto Comandamento
La pace è l’effetto del ben vivere, ossia del vivere in obbedienza alla volontà di Dio adempiendo nella prassi alle finalità e alle leggi della natura umana. La pace è l’effetto della promozione della vita vera e buona, è l’effetto di chi obbedisce al Quinto Comandamento, che però, come abbiamo visto e dimostrato, non proibisce l’uccidere e la guerra in senso assoluto, ma li permette quando si tratta di eliminare ciò che impedisce od ostacola la realizzazione dalla vita nei suoi livelli e forme superiori.
La vita è essenzialmente legata all’amore, perché vivere vuol dire relazionarsi con gli altri e l’amore è la molla della buona relazione umana. La pace è l’effetto dell’amore. E siccome l’amore è volere il bene degli altri, e chi vuole il bene è buono, la pace è l’effetto della bontà. L’operare il bene e la fruizione del bene producono la gioia. Ma siccome l’operare il bene conduce alla pace, ecco che la pace porta con sé la gioia.
La pace è l’effetto della conciliazione o della riconciliazione ottenutaci da Cristo dopo tutte le divisioni e le fratture prodotte dal peccato: è effetto della riconciliazione nostra con Dio, della riunificazione delle nostre forze interiori, della riedificazione della comunione degli uomini fra di loro, della riconciliazione dell’uomo con la donna e dell’uomo con la natura.
La pace è effetto della virtù e la virtù è la pratica della perfezione. Quindi la pace è frutto della perfezione, che però finchè siamo in questa vita, è sempre precaria, incompleta, imperfetta e difettosa. Ecco perchè la pace perfetta non è della vita presente, ma di quella futura.
La pace è effetto della libertà, la quale è l’armonia della volontà umana con la volontà divina. Ora la pace è quella tranquillità dell’anima, che nasce dall’unione delle nostre potenze fra di loro e con Dio. La libertà dice anche pienezza di realizzazione umana e la pace è anche l’effetto della perfezione. Ed ecco allora che la libertà, che è appunto l’unione piena e perfetta di queste potenze nell’unione con Dio, ha come effetto la pace.
San Tommaso riporta una splendida definizione della pace tratta da sant’Agostino:
«la pace dei santi è serenità della mente, tranquillità dell’animo, semplicità del cuore, vincolo d’amore e consorzio di carità»[3].
Interessanti sono le osservazioni di San Tommaso, secondo le quali
«la pace è la tranquillità dell’ordine, soprattutto nella volontà, cosicchè ognuno occupi il suo posto»[4]; «la pace comporta una duplice unione: l’unione dei diversi appetenti e lo stesso appetito di ognuno rispetto al medesimo appetibile»[5]; «la vera pace è solo nei buoni e dei buoni; mentre nei malvagi è solo apparente»[6]; «non può esserci pace fra buoni e cattivi perché la pace comporta una concordia, che non è possibile avere con i malvagi»[7].
San Tommaso dimostra che la pace non è solo un valore morale, la tranquillità dell’ordine sociale o dell’armonia interiore della persona, ma che ha un fondamento metafisico e addirittura teologico. Questo vuol dire che per capire fino in fondo che cosa è la pace occorre usare una nozione analogica dell’ente, perché è solo nell’orizzonte di questo concetto che si capisce il valore dei concetti che concorrono a formare e integrare il concetto della pace, quali quello della convenienza, della corrispondenza, della convergenza, del consenso, della concordia, della connaturalità, dell’affinità, della proporzione, dell’armonia, della diversità, della somiglianza, dell’alterità. Viceversa, un concetto dialettico dell’essere come quello hegeliano o un concetto monistico come quello di Severino ci impegolano nel contradditorio, che è quanto di più opposto al concetto di pace si possa immaginare. La pace risolve le contraddizioni e non le mantiene, né tanto meno le fomenta.
Nel suo Commento al Trattato sui Nomi divini di Dionigi l’Areopagita, San Tommaso dimostra che la pace nel senso assoluto è un nome divino, come a dire che Dio è la stessa pace sussistente, come a dire che chi nomina la pace nel senso assoluto, nomina Dio. Il concetto di Dio corrisponde esattamente al concetto di pace un senso assoluto. Chi sa che cosa è la pace assoluta, sa chi è Dio. Stando così le cose, possiamo dire che non è impossibile che tanti atei che oggi invocano la pace e che non sanno di quanto ho detto, non si rendano conto di invocare Dio stesso, che non si dimenticherà di loro.
Concludiamo pertanto questo paragrafo con la citazione di uno dei brani più significativi del Commento di San Tommaso, che ho citato:
«La pace divina è la causa finale di tutte le cose. È infatti naturale per ogni cosa desiderare l’unità così come l’essere e il bene, perché a causa della divisione la cosa vien meno e si corrompe e la bontà della cosa diminuisce. E poiché la pace divina causa l’unità nelle cose, così Dionigi conclude dicendo che tutte le cose a loro modo desiderano la pace divina, in quanto essa unisce tutte le cose; e per questo dice che “converte la loro divisibile moltitudine all’intera (totam) unità”, perché cioè quelle cose che sono in sé divise, vengono radunate nel tutto, in quanto sono parti dell’universo; e similmente, in quanto, come ha detto sopra, è “generativa ed operativa del consenso e della connaturalità”, alla quale corrisponde ciò che qui si aggiunge: “e unisce in una conforme coabitazione ciò che è naturalmente in conflitto con se stesso (naturale rei bellum); infatti quelle cose che sono naturalmente in contrasto reciproco (naturaliter se invicem impugnant) per la contrarietà che hanno nella loro propria natura, concordano nell’ordine dell’universo, secondo il quale in qualche modo si uniscono e coabitano nel mondo; e ciò avviene per la partecipazione della pace divina, la quale, in quanto è da tutti desiderata, ha ragione di fine»[8].
Un appello al Papa
Sappiamo quanto il Santo Padre stia operando per la pace nel mondo e per la Chiesa. I suoi informatori gli forniscono da tutto il mondo informazioni delle quali noi nel nostro piccolo non disponiamo. Però abbiamo tra le mani la Scrittura, ovviamente interpretata dalla Chiesa pre e postconciliare. Ebbene, il Lettore che mi ha seguìto fin qui si sarà accorto della somiglianza di certe espressioni del Papa sulla guerra e sulla pace con quelle dei buonisti. Naturalmente tale somiglianza può indurre in errore, perchè mentre le parole dei buonisti si scostano da quelle della Scrittura e della Chiesa, le parole del Papa vanno interpretate in conformità ad esse. Tuttavia mi permetto di esortare filialmente il Santo Padre ad usare un linguaggio che, con chiarezza e senza equivoci, rimandi a quello della Scrittura e della Chiesa e non a quello dei buonisti.
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato 9 agosto 2026
Un altro dato biblico che resta molto oscuro e del quale la predicazione corrente non parla mai è come si deve intendere la guerra escatologica di Cristo, con la conseguente vittoria, contro le potenze dell’anticristo, della quale parla l’Apocalisse (19, 19-21; 20, 8-10).
Se oggi i comunisti non parlano più di rivoluzione, rimane però sempre la loro convinzione che l’uomo si liberi da sé di ciò che lo opprime e ciò che lo opprime è il trascendente. Da qui il suo ben noto ateismo, ampiamente confutato dal Concilio Vaticano II.
Il cristianesimo per mezzo della Scrittura e della Chiesa rivela all’umanità l’importanza e la necessità del bene sommo della pace come ragion d’essere e obbiettivo ultimo di tutta l’attività teoretica e pratica dell’uomo, nonché le vie e i modi per conseguire questo bene indicando gli ostacoli da togliere, che impediscono il conseguimento di questo bene.
Sappiamo quanto il Santo Padre stia operando per la pace nel mondo e per la Chiesa. I suoi informatori gli forniscono da tutto il mondo informazioni delle quali noi nel nostro piccolo non disponiamo. Però abbiamo tra le mani la Scrittura, ovviamente interpretata dalla Chiesa pre e postconciliare. Ebbene, il Lettore che mi ha seguìto fin qui si sarà accorto della somiglianza di certe espressioni del Papa sulla guerra e sulla pace con quelle dei buonisti. Naturalmente tale somiglianza può indurre in errore …
Immagini da Internet:- Le "Visioni dell'Apocalisse" di Hieronymus Bosch (Jheronimus Bosch
- San Pietro, Roma (da: https://www.vatican.va/content/vatican/it.html )
[1] Reginaldo Pizzorni, Il diritto naturale dalle origini a S.Tommaso d’Aquino, Edizioni della Pontificia Università Lateranense-Città Nuova, Roma 1978. La famosa triade libertà fraternità uguaglianza che compare nell’enciclica Fratelli tutti di Papa Francesco non va naturalmente intesa in senso massonico, ma in sernso evangelico. Essa esprime in tre punti il contenuto del diritto naturale, che a sua volta è l’espressione della ragion pratica, comune possesso di ogni uomo in quanto uomo, animale razionale. Viceversa, la visione hegeliana del diritto non può assolutamente fondare la pace fra le nazioni e impedire la guerra, anzi la guerra in Hegel, come si sa, è fattore essenziale del progresso storico, mentre la concordia sociale è cosa impossibile, dato che per lui, in base alla sua dialettica della contraddizione, il rapporto umano è basato sulla conflittualità. Vedi Lineamenti di filosofia del diritto, Edizioni Laterza, Bari 1990.
[2] Vedi J.Maritain, La dottrina del «satyagraha» esposta da Gandhi, in Strutture politiche e libertà. Edizioni Morcelliana, Brescia 1968, pp.163-170.
[3] Commento al Vangelo di San Giovanni, c.15, lect. VII.
[4] Sum.Theol., I-II, q.70, a.3.
[5] Sum.Theol., II-II, q.29.
[6] Sum.Theol.,II-II, q.29,a,2, ad 3m.
[7] Dal Commento al c.12 della Lettera ai Romani.
[8] In libro Beati Dyonisii De divinis nominibus expositio, c.XI, lect.I, n.886. Edizioni Marietti,Torino-Roma 1950, p.331.


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