Non uccidere - Dio libera Israele dal giogo del Faraone - Terza Parte (3/4)

 

Non uccidere

Dio libera Israele dal giogo del Faraone

Terza Parte (3/4)

 

Per giudicare sulla guerra occorre un sano realismo

Le forze che oggi sono in guerra, e che hanno delle ragioni per usare le armi (s’intende le armi da fuoco) sanno che i discorsi dei buonisti sono inapplicabili, mentre le forze belligeranti che hanno la coscienza sporca se ne fanno beffe e fanno peggio ancora. Così io tutti i giorni ormai da diversi anni sul quotidiano Avvenire, non sapendo se piangere o se ridere, devo leggere la compresenza di vani appelli buonisti con le notizie sulle guerre in corso crudamente presentate come atti disperati e pure azioni di forza.

D’altra parte non bisogna confondere la bontà col buonismo. Occorre accompagnare la mitezza con la giusta ira. Occorre saper alternare l’uso del dialogo col moderato uso della forza. I buonisti dovrebbero comprendere che disapprovando indiscriminatamente l’uso delle forze armate si provoca un senso di colpa nelle forze armate scoraggiandole dal compimento del loro dovere e si dà campo libero all’ingiusto aggressore. 

Dicendo che la pace si ottiene solo con la pace, all’apparenza il detto sembra saggio, e invece è sbagliato, mentre pare sbagliato l’antico motto romano si vis pacem, para bellum, perché, dato che pace e guerra si oppongono e si escludono a vicenda, sembra assurdo ottenere una cosa con un’azione che è il contrario di quella cosa. Ci sembra che sia come dire: se vuoi asciugarti devi bagnarti.

È vero che il costringere o l’usare la forza contro un’altra persona o contro un altro popolo come si farebbe con un animale o per spostare una sedia o addirittura il toglierle di mezzo il singolo o intere popolazioni col genocidio perchè ostacolano i piani di un data nazione imperialista o perchè sembra che disobbediscano a Dio[1], ci appare come un’offesa insopportabile alla dignità di queste persone.

Se però osserviamo la condotta dei grandi predicatori di pace buonisti, che hanno sempre sulla bocca il «dialogo», come una parola magica che risolve tutti i problemi, vedremo che anche loro ogni tanto, quando a loro salta il ticchio, ricorrono all’uso della forza, con l’aggravante che, mancando di un criterio oggettivo per sapersi regolare, quando capitano a loro i cinque minuti, si salvi chi può, soprattutto se si tratta di quei cattolici che essi chiamano «tradizionalisti». Alla fine è molto meglio cadere nelle mani di sostenitori tomisti del justum bellum, che cadere nelle mani di questi prepotenti, lupi travestiti da agnelli, apparenti apologeti della pace e nemici della guerra.

Occorre inoltre ricordare l’importanza del significato della vittoria militare sul nemico. Certo, la sua ricerca può essere sciocca vanteria per aver assoggettato il prossimo alla propria volontà di potenza. Ma d’altra parte la speranza della vittoria è uno dei fattori che giustificano il muover guerra, oltre alla bontà della causa, come lo ricorda lo stesso Gesù Cristo:

«Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima ad esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda un’ambasceria per la pace» (Lc 14, 31-32).

Uno Stato può avere anche buone ragioni per muover guerra ad un altro Stato che calpesta i suoi diritti. Ma è logico che, prevedendo di essere sconfitto, rinunci all’impresa. Quando facevo il servizio militare a Spoleto nel lontano 1964, l’istruttore mi disse che il compito del soldato è rendere innocuo il nemico. Se per ottenere questo fine, era necessario ucciderlo, bisogna farlo. Ma solo a questa condizione. La vittoria militare è tutta qui. Essa si può ottenere anche se le forze nemiche si arrendono. Non è sempre necessario uccidere; anzi, se se ne può fare a meno, è meglio.

Tuttavia, affinchè la vittoria sia meritata, non basta possedere un esercito più forte, ma occorre combattere per una giusta causa. Può accadere infatti che sia sconfitto un esercito che combatte per una giusta causa, mentre non è detto che il vincitore, per il fatto di essere vincitore, abbia ragione. La Francia e la Polonia furono inizialmente sconfitte dalle truppe di Hitler nella seconda guerra mondiale. Occorre fare attenzione a non ridurre la forza del diritto al diritto della forza. Non è detto che il semplice dato di fatto risponda a un principio di diritto, come avviene nella concezione hegeliana della storia, per la quale il vincitore, per il semplice fatto di aver vinto, ha ragione lui[2].

Una guerra può veramente portare alla pace con la soluzione del problema che le ha dato origine? Il trattato di pace a guerra conclusa tra vincitori e vinti può garantire effettivamente la pace nella giustizia per tutti? Bisogna vedere caso per caso. Certamente il famoso trattato di Versailles al termine della prima guerra mondiale fu umiliante per la Germania, tanto è vero che esso fece covare nei Tedeschi quell’odio per i vincitori, che avrebbe generato il nazismo, che fu a sua volta la causa scatenante della seconda guerra mondiale. 

 

Le guerre hanno cause profonde.

Per ottenere la pace occorre operare su queste

A proposito delle cause delle due guerre mondiali, so di esprimere una voce fuori del coro, ma non posso non esprimere quello che penso, pronto ad esser corretto da chi ne sa più di me, ma io sono convinto che anche quelle due guerre in fondo sono state guerre di religione, nel senso che hanno coinvolto e messo in gioco due contrarie concezioni dell’uomo e per conseguenza, di Dio.

L’Europa in entrambi i casi, ha mostrato di aver perduto quella leadership mondiale che credeva di avere e ha dovuto fare i conti con l’Occidente Americano e l’Oriente Sovietico. E che cosa è la fiducia americana nei diritti dell’uomo se non una religione? Che cosa è il comunismo ateo se non una religione?

Dispiace che i Papi di quei tempi non abbiano saputo indicarci il significato spirituale buono e cattivo, i fattori umani in gioco e le cause profonde e gli obbiettivi profondi dei due conflitti mondiali e si siano limitati a discorsi certo validi ma troppo generici, e a deplorare la guerra come fatto disumano e insenato.

San Pio X morì di dolore allo scoppio della prima guerra mondiale; una cosa certo commovente, ma forse ci saremmo aspettati che ci avesse spiegato che cosa stava succedendo. Benedetto XV si limitò a parlare di «inutile strage»; Pio XI si limitò a condannare comunismo e nazismo e Pio XII si limitò a citare l’invocazione biblica «disperdi i popoli che amano la guerra!», senza mai prendere posizione fra le parti in conflitto, né a spiegarci le loro radici spirituali buone o cattive che fossero.

Ora non c’è dubbio che spesso vi sono delle guerre la cui cessazione lascia strascichi di odio o di rancore, che suscitano altre guerre. Ma quando i trattati di pace sono ragionevoli, quando il vincitore è stato mosso da giusta causa, come avvenne per l’Italia a conclusione della prima guerra mondiale, e come è avvenuto per gli Alleati nella seconda guerra mondiale, si può affermare che l’azione dei vincitori è stata risolutiva e benefica.

Infatti, a differenza della conclusione della prima guerra mondiale, che umiliò eccessivamente la Germania, i vincitori della seconda, ammoniti da quanto era successo con la fine della prima, hanno saputo trattare con umanità i vinti, così che da allora il mondo non ha più conosciuto gli orrori delle due guerre mondiali. Ma ciò non significa, come vediamo ogni giorno, che non ci siano sempre le scintille che possono far scoppiare l’incendio, che questa volta sarebbe l’ultimo non perchè potrebbe essere spento da qualcuno, ma perché si spegnerebbe da sé riducendo in cenere tutto il materiale combustibile.

Dobbiamo quindi dire che per far cessare una guerra in corso è importante indagarne le cause, ed esaminare attentamente sia i torti che le ragioni di ambo le parti, scavando anche nel passato dei due avversari. Ogni guerra da questo punto di vista, è diversa dall’altra. Vi sono guerre, come quelle che avvengono in Africa, chiaramente provocate dagli appetiti di dominio o di ricchezza delle grandi potenze internazionali o dall’espansionismo islamico o dalle rivalità tra i popoli africani.

Invece un conflitto come quello tra Ucraina e Russia[3] non potrà essere risolto se non nell’ascolto delle ragioni di entrambe le parti, con i dovuti rilievi critici, al di là delle discusse rivendicazioni territoriali, sulla base di profonde conoscenze storiche della spiritualità, dei costumi, e delle istituzioni dei due paesi, nel contesto del millenario confronto fra Occidente ed Oriente, tenendo conto delle istanze ecumeniche, in vista di un’unificazione dell’Europa dal Portogallo agli Urali, senza trascurare la Russia siberiana, senza ridurre tutto il problema al ritiro delle truppe russe dal territorio ucraino col dovuto sdegno per i crimini commessi dai Russi, i quali peraltro hanno avuto curiosamente un numero di morti enormemente maggiore di quello avuto dagli Ucraini.

Ci possiamo domandare se l’Ucraina, dotata di forze militari ben inferiori a quelle russe, spera di vincere la guerra. Papa Francesco, col sano realismo che lo caratterizzava, propose all’Ucraina di arrendersi, cosa che provocò lo sdegno della stessa Ucraina e dell’Unione Europea. Ma il Papa voleva semplicemente ricordare il valore delle parole di Cristo in Luca14 che ho citato, parole dettate dal buon senso. Se invece l’Unione Europea continua a rifornire l‘Ucraina di armi, dove andremo a finire?

Un’ulteriore considerazione. Ai miei tempi esisteva la leva militare obbligatoria e l’obiezione di coscienza era punita dalla legge. Oggi il servizio militate è volontario. Ritengo che sia meglio così. Un mio amico che partecipò alla seconda guerra mondiale, mi disse che fu chiamato alle armi senza che egli, con moltissimi altri non fanatizzati dal regime, sapesse il perchè. Occorreva fidarsi di Mussolini. Oggi il popolo italiano sa decidere da sè se entrare o non entrare in guerra. Vogliamo anche noi mandare armi all’Ucraina? È questo il modo di costruire l’Europa o è la via della catastrofe?

 

La questione della guerra nucleare

Una questione importantissima e vitale da risolvere è quella di chiarire il rapporto fra l’uso delle armi tradizionali e quelle atomiche. È, questa, una questione che è nata solo da quando sono sorte le nazioni dotate di armamenti nucleari.  L’uso della bomba atomica da parte degli Stati Uniti ha posto fine alla seconda guerra mondiale in quanto ha mostrato l’evidente superiorità della potenza degli Alleati nei confronti delle potenze germano-nipponiche. È chiaro infatti che la nazione che si accorge di avere a che fare con un nemico che le è superiore non ha altra via per ottenere la pace che arrendersi, accettando le condizioni di pace imposte dal vincitore, supponendo che sia clemente e non mosso dalla volontà di infierire sul nemico vinto.

Grazie a Dio, gli Alleati hanno trattato con clemenza i vinti senza escludere la giustizia, che hanno manifestato con la pena di morte per i maggiori dirigenti del regime nazista. Da allora il mondo non ha più conosciuto quel flagello che è stata l’ultima guerra mondiale, dalla quale però è emerso il primato militare degli Stati Uniti, al quale ha fatto seguito dopo pochi anni il sorgere della potenza atomica della Russia sovietica, che fu alleata degli Stati Uniti nella vittoria contro il nazifascismo. Successivamente anche la Cina è entrata in possesso di un armamento atomico.

Oggi il rischio è che anche il mondo islamico, sotto la fascinosa l’egemonia dell’Iran, nazione dove l’antichissima cultura si unisce al prestigio del Corano[4], entri nel gruppo delle potenze atomiche. Sappiamo come da 14 secoli l’islamismo con inflessibile determinazione sia convinto del suo dovere di diffondere, al di sopra di ogni altra religione, il culto del vero Dio, praticando a tal fine l’uso stesso della forza sotto il famoso concetto della «guerra santa» (jihàd).

Questo concetto ricorre anche nella Bibbia (Gl 4,9), perché per la Scrittura Dio può volere una guerra (I Cr 5,22), ma nel contempo è il «Dio che stronca le guerre» (Gdt 16,2; cf Sal 76,4). Le vuole quando sono giuste; non le vuole se sono ingiuste; ed anzi, essendo bontà infinita, prepara a coloro che credono in Lui un mondo nel quale la guerra non esisterà più (Is 2,4). Tuttavia il Dio islamico è un Dio che comanda verso i non-credenti un comportamento aggressivo, perché il Corano parte dal presupposto che il non-credente sia un «infedele», cioè non uno in buona fede da persuadere con argomenti plausibili, ma un ribelle a Dio da obbligare alla fede sotto la minaccia delle armi. Certo anche il cristiano avverte l’incredulo delle conseguenze della sua condotta, ma si tratta di conseguenze ultraterrene e non di misure repressive immediate di ordine fisico o politico. Se la Chiesa esercita un potere punitivo o coercitivo nei confronti degli uomini, lo fa verso coloro che sono già suoi figli e non per diffondere il Vangelo.

In questo contesto storico e politico di pericolo che tuttora l’islamismo presenta per la civiltà, possiamo in qualche modo capire o spiegare la recente accusa di debolezza fatta da Trump al Papa, sia pur con un linguaggio rozzamente irrispettoso della Persona, alla quale egli si è rivolto. Infatti la mitezza di Papa Leone non richiama a ciò che evoca il nome che egli porta, e può sembrare inefficace a persuadere l’Iran a rinunciare a procurarsi un armamento atomico.

Trump è convinto invece che l’Iran sarà indotto a tale rinuncia solo perché pressato da quella forza militare convenzionale (non atomica!), alla quale Trump si riferisce, forza che Papa Leone sembrerebbe disapprovare. Chi dei due ha ragione? Non è facile rispondere. Intanto l’Iran tenta di piegare l’Occidente servendosi dello Stretto di Hormuz.

Con tutto ciò, bisogna che noi cristiani non perdiamo  la fiducia che la Provvidenza ha condotto i rapporti fra cristiani e musulmani a una svolta storica, segnata dalla convenzione di Abu-Dhabi fra Papa Francesco e l’Imam Ahmad al-Tayyib, che, nella consapevolezza comune dei rischi di una guerra atomica, pone fine ai secolari conflitti sanguinosi che segnano la storia passata dei rapporti fra di loro, grazie al comune riconoscimento, sigillato da quel documento, del valore assoluto e insopprimibile della fratellanza universale sotto gli occhi di Dio.

Se il mondo può vedere con preoccupazione l’armamento atomico americano e quello russo, quello cinese preoccupa maggiormente, in quanto è riflesso di un regime ateo e materialista[5]. Tuttavia anche in Cina, erede dell’antichissima saggezza confuciana, il comunismo appare mitigato da un’attitudine alla ricerca della coesistenza pacifica tra le nazioni, mentre c’è da segnalare la comparsa consolante tra i filosofi cinesi di un interesse addirittura per la filosofia tomista[6].

La nazione cinese non può non destare la nostra ammirazione. Desta meraviglia la storia millenaria di questo popolo pacifico e industriosissimo, oggi così numeroso, mantenutosi nella sua identità e nella sua cultura da tanto tempo. Non è questa la testimonianza di un popolo che ama la vita? Dispiace la limitazione delle nascite imposta dal governo in questi ultimi decenni, anche se pare che oggi queste misure ingiuste vengano mitigate. Non hanno forse i cinesi la possibilità di emigrare in tutto il mondo? D’altra parte non può non destare ammirazione un governo che governa su di un popolo così numeroso. Purtroppo, dopo 2000 anni di cristianesimo, ben pochi sono ancor oggi in Cina i cristiani. Che cosa li trattiene ad accogliere Cristo?

Se pensiamo con quanta celerità si sono convertiti i popoli dell’America Latina[7], a prescindere dai delitti commessi dai colonizzatori del sec. XVI, ci si chiede come mai un popolo così ricco di buone qualità come il popolo cinese resista ancora al Vangelo di Cristo. Si tratta di un fenomeno simile a quello dell’India, anch’essa dotata di un’antichissima cultura. Probabilmente occorre pensare alle parole di Cristo quando dice che Dio ha nascosto i suoi misteri ai sapienti e agli intelligenti e li ha rivelati ai piccoli. La cultura indigena dell’America Latina[8] non regge al confronto con le culture asiatiche, ma gli indigeni sudamericani sono stati umili.

È interessante come mentre i cattolici, le sette protestanti, gli ortodossi e i musulmani si preoccupano di procurarsi discepoli, gli ebrei, i Cinesi confuciani e gli Indiani seguaci dello yoga non hanno questa preoccupazione, ma attirano anime assetate di assoluto perché si creano la fama di essere in possesso, mediante una rigorosa disciplina ascetica, di una sapienza suprema ed ineffabile, una gnosi superiore a tutte le religioni della terra.

E la cosa che stupisce è che anche da noi in Occidente, nell’Occidente opulento, vorace e ben pasciuto, schiavo della tecnologia e sessualmente gaudente, l’ascetismo indiano panteista attira l’attenzione in ristretti ed elitari ambienti intellettuali, che si considerano l’apparizione empirica finita dell’Eterno e della Totalità e quindi la luce che mostra il danno fatto dalla Chiesa e rende l’Occidente cristiano conscio del suo nichilismo. In tutto ciò ovviamente non è estranea la massoneria.

In questo intersecarsi di forze mondiali, cattolicesimo, ortodossia, anglicanesimo, protestantesimo, massoneria, islamismo, comunismo, ebraismo e induismo potremmo chiederci che ruolo possono avere l’America Latina, l’Africa e l’Oceania. Esse sono aperte a questi vari influssi e concorrono con le ricchezze delle loro culture all’edificazione della comunità internazionale, nella quale la figura del Papa emerge come centro di unità tra tutte le altre figure mondiali della cultura, della politica e della religione. Questo si nota nei viaggi apostolici degli ultimi Pontefici.

 

La missione dell’Europa

Ciò è evidentemente connesso al ruolo dell’Europa, dove tuttora il cristianesimo costituisce un fattore unificante, una luce irraggiante, e un faro orientativo e un polo di attrazione per l’intera umanità. A Roma l’Oriente s’incontra con l’Occidente nell’universalità dell’umano e del divino. La verità dell’essere, per citare l’importante istanza di Severino, ingrato a quell’Occidente che lo ha formato, brilla in Cristo a Roma al di là dell’Occidente e dell’Oriente. Questo è ancora il messaggio dell’Europa al mondo: «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11).

Occorre qui ricordare il merito della Roma pagana nell’edificazione dell’Europa grazie all’edificazione dell’Impero Romano, nato dalla consapevolezza che i Romani ebbero dell’universalità del diritto, quello che chiamavano jus gentium, in base al quale concepirono il piano o progetto grandioso, poi realizzato, di assoggettare e governare i popoli consentendo a ciascuno di vivere secondo i princìpi dello jus gentium, cosa che fu magistralmente espressa da Virgilio con le famose parole: Tu regere imperio populos, Romane, memento: parcere subjectis et debellare superbos. Sembra di udire l’eco delle parole del Magnificat: Ha rovesciato i potenti dai troni, ha esaltato gli umili.

È dunque sbagliata l’accusa che Hegel fa a Roma di aver voluto creare un impero per soddisfare la sua sete di dominio e render schiavi i popoli assoggettati. No, Roma volle dominare ricorrendo anche alla forza degli eserciti, non per schiacciare o sfruttare, ma per civilizzare e per consentire in tutti i popoli la fruizione dello jus gentium, con i relativi obblighi e doveri morali di promozione della vita e il divieto di sopprimerla. Per questo motivo la Chiesa, nel fondare il diritto canonico, non ha trovato nulla di meglio che utilizzare il diritto romano, in perfetta sintonia col diritto mosaico.

Semmai è stato l’incontro con i Germani che ha fermato la Roma imperiale nella sua conquista dei popoli, per cui essa non è riuscita ad assoggettarli, perchè essi sono sempre stati refrattari ad apprezzare il valore liberante del diritto romano e del principio romano in lege libertas. E ciò, per la loro tendenza a concepire la libertà non come effetto dell’obbedienza a un superiore e del rispetto di un dovere e di un diritto universali. riflesso della legge naturale, ma come indipendenza assoluta, quasi che l’uomo sia un dio.

I Tedeschi si sono sempre vantati di essersi rifiutati di entrare a far parte dell’Impero Romano e quando nell’ottavo secolo furono convertiti da San Bonifacio, non riuscirono mai del tutto a liberarsi della loro precedente mitologia pagana, che concepiva la divinità non secondo la categoria dell’universalità, ma della conflittualità. In tal modo la discordia e la contraddizione apparivano all’interno stesso del divino.

La stessa dialettica hegeliana ha le sue radici storiche in questa concezione della divinità. La conflittualità viene legata al concetto della vita, per cui l’antico Germano non riesce a concepire una vita divina che non sia lotta e guerra.  La divinità per lui non ha nulla a che vedere col diritto o con la ragione o con la giustizia, ma è pura potenza terribile, irresistibile, devastante e distruttrice, Sturm und Drang, come diranno i Romantici tedeschi dell’800. Da qui si capisce la difficoltà a farsi un’idea della pace, che all’antico Germano appare come torpore, fiacca e mancanza di vita.

Fine Terza Parte (3/4)


Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato 9 agosto 2026



In questo intersecarsi di forze mondiali, cattolicesimo, ortodossia, anglicanesimo, protestantesimo, massoneria, islamismo, comunismo, ebraismo e induismo potremmo chiederci che ruolo possono avere l’America Latina, l’Africa e l’Oceania. Esse sono aperte a questi vari influssi e concorrono con le ricchezze delle loro culture all’edificazione della comunità internazionale, nella quale la figura del Papa emerge come centro di unità tra tutte le altre figure mondiali della cultura, della politica e della religione. Questo si nota nei viaggi apostolici degli ultimi Pontefici.

Ciò è evidentemente connesso al ruolo dell’Europa, dove tuttora il cristianesimo costituisce un fattore unificante, una luce irraggiante, e un faro orientativo e un polo di attrazione per l’intera umanità. A Roma l’Oriente s’incontra con l’Occidente nell’universalità dell’umano e del divino. La verità dell’essere, per citare l’importante istanza di Severino, ingrato a quell’Occidente che lo ha formato, brilla in Cristo a Roma al di là dell’Occidente e dell’Oriente. Questo è ancora il messaggio dell’Europa al mondo: «molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli» (Mt 8,11).

Occorre qui ricordare il merito della Roma pagana nell’edificazione dell’Europa grazie all’edificazione dell’Impero Romano, nato dalla consapevolezza che i Romani ebbero dell’universalità del diritto, quello che chiamavano jus gentium, in base al quale concepirono il piano o progetto grandioso, poi realizzato, di assoggettare e governare i popoli consentendo a ciascuno di vivere secondo i princìpi dello jus gentium, cosa che fu magistralmente espressa da Virgilio con le famose parole: Tu regere imperio populos, Romane, memento: parcere subjectis et debellare superbos. Sembra di udire l’eco delle parole del Magnificat: Ha rovesciato i potenti dai troni, ha esaltato gli umili.


Immagini da Internet:
- Papa Leone XIV in Spagna
- Papa San Leone Magno incontra Attila, Raffaello 
 

[1] Pensiamo alla famosa strage di San Bartolomeo del 1572.

[2] Vedi l’acuta critica di Maritain a questa concezione in La filosofia morale. Esame storico e critico dei grandi sistemi, Edizioni Morcelliana, Brescia 1971, pp.233-241.

[3]  Vedi il mio libro Dona a noi la pace. Il significato della presente guerra, Chora Books, Hong Kong 2022.

[4] Cf Henry Corbin, Corpo spirituale e terra celeste, Dall’Iran mazdeo all’Iran sciita, Adelphi Edizioni, Milano 2002.

[5] Cf Una breve storia della Repubblica Popolare Cinese, a cura di Zhangingxing, Anteo Edzioni, Cavriago (RE) 2024. Ad ogni modo i recenti accordi della Santa Sede col regime per la nomina di Vescovi dà qualche speranza, benchè il fatto che gli accordi siano segreti faccia temere ad alcuni che il Papa non sia totalmente libero nel consentire alla loro ordinazione. Nel contempo non si può dire risolto il problema di quei cattolici che vorrebbero dei Vescovi liberi di criticare il regime, come avviene in tutti i paesi democratici.

[6] Per questo il teologo di Bologna, il domenicano Antonio Olmi da alcuni anni sta curando proficui rapporti culturali con i cattolici cinesi, rapporti che stanno dando frutti promettenti. Uno di questi frutti è l’interessante articolo in cinese, a firma di Min Xinye, dal titolo Crisis of faith: Joseph Ratzinger’s perspective, nella rivista teologica di Bologna, Sacra Doctrina, 1, 2017, pp.74-95. Un altro articolo, sempre nello stesso numero della rivista, è quello di un altro cinese, Ambrose Ih-Ren Mong, Gustavo Gutiérrez: a traditional theologian, pp.96-120, nel quale cerca di difendere il famoso fondatore della teologia della liberazione dalle accuse di eresia.

[7] Già nel sec.XVII l’America Latina era capace di produrre Santi che poi sono stati canonizzati dalla Chiesa.

[8] La figura di Pachamama è ridicola. Eppure c’è stato chi ha visto in lei un’immagine della Madonna. 

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