30 luglio, 2026

Sulla questione del castigo divino - Quarta Parte (4/4)

 

Sulla questione del castigo divino

Quarta Parte (4/4)

 

Lutero dalla disperazione alla spavalderia

La vicenda di Lutero riveste un’importanza enorme per il tema che c’interessa. Si può dire che la questione del castigo divino e dell’ira divina siano il nodo e il perno centrale attorno al quale ruota tutta la vita di Lutero. L’iniziale terrore del castigo divino e la convinzione di non poter liberarsi dalla colpa, divenuti insopportabili, suscitarono in Lutero, nella famosa «esperienza della torre» del 1515 o 1516, l’improvvisa certezza della propria predestinazione in base ad una supposta apparizione di Cristo che gli prometteva la salvezza, purchè credesse in questa promessa, senza preoccuparsi dei propri peccati.

Come nella dialettica hegeliana il negativo è la molla che fa scattare il processo dialettico, così per Lutero la sua esperienza traumatica giovanile dell’ira divina, fu la miccia che provocò l’esplosione della sua vulcanica personalità con la sua caratteristica spavalda certezza della sua predestinazione. Lutero cacciò il terrore dell’inferno con una tale violenza da cadere nel difetto opposto di una ostinata sicumera di essere salvato, che costituì in realtà la vera occasione di perdere la propria anima, salvo che Dio abbia veramente avuto pietà di lui.

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Lutero non ha capito che la vera pace della coscienza e la salvezza nascono da un incontro amorevole fra due persone, un equilibrio fra due libertà: quella umana e quella divina.

Non ci si accorge che il fantasma della crudeltà si nasconde dietro l’eccesso di indulgenza, perchè i malfattori si credono scusati e ne approfittano per aumentare la loro malvagità.

Il Concilio di Trento, pur condannando gli errori di Lutero, ha saputo riconoscere i punti dottrinali fondamentali nei quali Lutero ha mantenuto la verità cristiana.

Ad ogni modo, è giunto il momento, dopo cinque secoli di discussioni, e le indicazioni date dal Concilio di Trento e grazie all’ecumenismo promosso dal Concilio Vaticano II, di dare una valutazione complessiva aggiornata su Lutero riconoscendo i suoi meriti e i suoi torti. … Il Concilio di Trento fa notare a Lutero che egli confonde la concupiscenza, che è tendenza o inclinazione al peccato ma non ancora peccato, e per questo essa può stare assieme con la grazia, con l’atto o lo stato di peccato, che comporta l’assenza della grazia.

 

 

 

Il grande castigo escatologico è descritto nell’Apocalisse. Qui il piano divino prevede, come è noto, il trionfo finale descritto di Cristo alla guida dei giusti sulle potenze di Satana alla guida degli empi.

Lutero, a differenza dei buonisti di oggi, credeva a queste verità. Sapeva che ci sono i beati e ci sono i dannati. C’è il premio e c’è il castigo. Le sue ultime parole, raccolte da testimoni presenti al trapasso, non furono le parole spavalde del Lutero certo di salvarsi, ma furono parole ispirate ad umiltà, furono parole di supplica a Dio e di abbandono nelle sue mani: «Siamo mendicanti, Wir sind Bettler». Una reminiscenza evidentemente agostiniana e, più in radice, un sentimento evangelico. 



Immagini da Internet:
- Particolari del Giudizio Universale, Michelangelo

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