Il falso concetto di fede di Severino
Seconda Parte (2/3)
Severino non riconosce che la ragione conduce alla fede
Alle ragioni che Padre Fabro[1], uno dei redattori delle censure ecclesiastiche, con profonda dottrina e sapienza, adduce a Severino per spiegargli che ha torto, in particolare riguardo al rapporto della ragione con la fede, Severino resta completamente sordo accusando Fabro di non averlo capito, mentre in realtà Fabro, profondissimo conoscitore sia di San Tommaso che della filosofia moderna, lo ha capito benissimo e lo confuta in modo magistrale, mostrando a Severino di non ha capito il nesso della ragione con le verità di fede.
Ma d’altra parte la sordità di Severino non fà meraviglia avendo egli ormai da alcuni anni respinto la fede come falsità, per cui controbatte a Fabro considerando le sue argomentazioni come opinioni discutibili, che egli si sente in grado di confutare in modo incontrovertibile in base alla metafisica di Parmenide.
Severino ignora inoltre che i motivi del credere[2], ossia dell’atto di fede, sono di due ordini gnoseologici, l’uno subordinato all’altro: la ragione comincia il cammino che conduce alla fede con la percezione dei motivi materiali – i segni di credibilità, per la fede cristiana i miracoli e le profezie -. Successivamente, questi motivi sono occasioni, incentivi, stimoli o cause induttive o dispositive all’atto o giudizio di fede, ma di per sé sono insufficienti a produrlo, soprattutto se si tratta della fede divina o teologale, che è la fede cristiana.
Tali motivi provocano solo la disponibilità a credere, quello che la teologia chiama pius credulitatis affectus. Qui io semplicemente mi rendo conto di dover credere. Ma il motivo decisivo, formale e determinante dell’atto di fede, per cui io dico: «credo» è l’autorità divina di Dio rivelante, che illumina la mia mente con sicurezza assoluta.
Un conto è sapere che Dio esiste, ed è creatore, e conoscere il fatto storico della Rivelazione. Ciò è dimostrabile da prove storiche e razionali; e un conto è credere che Dio è Trino. Questo è un dato rivelato che per la sua soprannaturalità, può essere solo oggetto di fede; può essere oggetto del credere non nel senso dell’opinare, ossia dell’affermare una cosa semplicemente probabile ed incerta. No. Il credere nella Santissima Trinità è un credere soprannaturale, di fede divina, per la quale so con assoluta certezza, illuminato da Dio, che il predicato «Trino» conviene necessariamente al soggetto, anche se non so il perché.
Osserviamo ancora che tanto la ragione quanto la fede fanno riferimento al principio di non-contraddizione e alla verità dell’essere. Severino ha ragione nel pretendere che ogni proposizione per esser vera debba rivolversi nella vertà dell’essere. Solo che trascura il fatto che esiste una verità dell’essere che è comprensibile alla nostra ragione e c’è una verità dell’essere che supera la nostra ragione, verità che ci è rivelata da Dio e che è oggetto della fede.
In base a ciò è chiaro che il principio di Tertulliano «credo quia absurdum» è a sua volta un’assurdità. Se la fede comportasse contraddizione, sarebbe dovere di onestà intellettuale rifiutare la fede. Così pure è stoltezza il contrasto luterano tra fede e ragione. Pio XI ebbe a dire che razionali e dimostrabili sono i motivi per credere; misteriose e a noi inaccessibili sono le ragioni della verità da credere.
Per Severino la Chiesa è una società internazionale meramente storica, che si presenta con un’autorità infallibile che in realtà non ha, che vuole imporre con la violenza sotto minaccia di dannazione eterna a tutta l’umanità il proprio credo, come se fosse l’unico vero, senza rispettare le fedi delle altre religioni, soggetta a errori che non vuol riconoscere, avente lo scopo di dominare sull’umanità con la menzogna sostituendo nella mente degli uomini il nichilismo al posto della verità dell’essere.
La Chiesa, secondo Severino, odia l’esercizio libero della ragione[3], perché questo smaschera la truffa che la Chiesa vuole imporre agli uomini presentandosi con vani orpelli come rappresentante di Dio e guida alla verità eterna, mentre occorre dire che Dio non è affatto quell’ente primo e supremo che vorrebbe presentarci la Chiesa, ma che, se esiste, non è altro che l’essere che tutti siamo, perché come afferma giustamente Parmenide, esiste un unico e solo essere, che è l’essere necessario, immutabile ed eterno, sicchè tutti noi e l’universo non siamo una molteplicità di enti contingenti e divenienti, che sorgono dal nulla e vanno nel nulla, ma siamo l’apparire finito, esteso e successivo dell’essere. Per questo, tutto è uno, tutto è eterno, tutto è adesso, tutto è immobile, tutto è essere, tutto è Dio.
In tal modo la Chiesa, secondo Severino, non è affatto un’associazione che promuove il bene dell’umanità, ma è un’associazione a delinquere che distrugge l’umanità, perché ingannando gli uomini col presentarsi con una falsa apparenza di autorevolezza, dà ad intendere agli ingenui di possedere una rivelazione divina salvifica da trasmettere all’umanità, seduce con inganno le menti incaute, accieca e devìa ciò che l’uomo ha di più prezioso, cioè la ragione, imponendole con la violenza l’accettazione di credenze assurde fatte passare per soprannaturali e superiori alla ragione, come se la ragione non fosse per sua natura il possesso della verità dell’essere, che la abilita ad essere giudice infallibile ed inappellabile della verità, abilitata quindi a smascherare la falsità della fede cristiana.
Per Severino la ragione, che per lui è l’autocoscienza cartesiana maturata nella ragione hegeliana che identifica il pensiero con l’essere, come aveva già intuìto Parmenide, conosce già da sé sufficientemente l’assoluto senza bisogno di essere istruita o corretta da un maestro a lei superiore che le faccia conoscere verità superiori salvifiche, che essa da sé non sarebbe in grado di dimostrare. Al contrario, per Severino la ragione se la cava bene da sé in tutti i problemi che deve affrontare, compresi quelli della salvezza e del destino eterno dell’uomo.
Del resto, per Severino, la salvezza dell’uomo non consiste nel fatto che l’uomo sia liberato dalla colpa e dalla sofferenza, giacchè, così come il bene è eterno, altrettanto lo è il male, poiché tutto è eterno. Per questo, per Severino la gioia è inseparabile dalla sofferenza, la gloria dall’ignominia, il bene dal male, la vita dalla morte, la libertà dalla necessità, l’essere dal non-essere, tutto è eternamente fissato e determinato dal Destino e tutto ritorna eternamente in modo ciclico, identico a com’era.
Per Severino la creazione divina dal nulla, insegnata dalla ragione e dalla fede, è un’assurdità, perché comporta l’identificazione dell’essere col nulla e quindi il nichilismo. Questo equivoco di Severino dipende dal fatto che egli, a causa della sua concezione puramente statica dell’essere, non ammette un passaggio dal poter essere all’essere o dal possibile all’attuale, perchè per lui tutto è in atto e niente è solo possibile. Inoltre, poiché non conosce la distinzione metafisica tra potenza e atto, non riesce neppure a spiegare il divenire, che a lui appare contradditorio.
Per questo per lui la fede cristiana non solo non giova alla salvezza dell’uomo, ma le è d’intralcio, perché fa credere all’uomo di non avere forze sufficienti per la propria salvezza e di aver bisogno dell’aiuto, della grazia e del perdono da parte di un ente supremo, provvidente, onnipotente, creatore del mondo, avente il mondo fuori sé e quindi distinto dal mondo, ente che in realtà non esiste, giacchè non esistono gradi di entità, poiché l’ente è uno solo ed è l’ente assoluto.
La concezione severiniana del rapporto tra fede e ragione
Dopo questa esposizione sommaria del vero concetto di fede secondo la Chiesa cattolica e dell’idea sbagliata che Severino si fa della fede cristiana, vediamo adesso alcuni passi di Severino, ai quali faremo seguire un esame critico. La fonte principale dalla quale traggo questi passi è la lunga risposta che egli dette agli errori che la Congregazione per la Dottrina della Fede gli contestò nella sua Dichiarazione del 1970[4].
Vedremo l’inconsistenza delle ragioni che Severino adduce per ritorcere contro la Chiesa le accuse di falsità che essa fa contro di lui. Vedremo come nelle sue risposte Severino non solo non riesce a dare qualche chiarimento che possa farci capire di esser stato inteso male o frainteso, ma aggrava la sua posizione con false accuse alla Chiesa e ribadendo e difendendo i suoi errori con nuovi argomenti. Attingo alla sua risposta alla Congregazione.
1. Severino a p.340 del suo libro L’essenza del nichilismo[5] sostiene che l’infallibilità della Chiesa è una tesi gnostica priva di valore soprannaturale, che la verità dell’essere ha diritto di giudicare come falsa. Severino crede di poter dimostrare questa tesi in base al fatto che la Chiesa rifiuterebbe di lasciarsi misurare dalla verità dell’essere, la quale le mostrerebbe la falsità della sua fede nella sua infallibilità. Dove sta l’errore di Severino? Nel credere che la verità dell’essere si trovi nella filosofia di Parmenide e non in Gesù Cristo. Se Severino sapesse questo non accuserebbe la Chiesa di presunzione e di gnosticismo.
2. Severino a p.341 ritiene che se la Chiesa si lasciasse giudicare dalla verità dell’essere, si scoprirebbe come «figlia del mondo e figlia dell’alienazione», mentre sostiene che è nei suoi scritti che «ci si incammina lungo la testimonianza della verità dell’essere». Qui Severino ripete l’errore di cui sopra, Rispondiamo che invece: la verità dell’essere è Cristo e non il monismo panteista di Parmenide sul quale si basa Severino: questo sì che è figlio del mondo e dell’alienazione».
3. Severino a p.342-343 riferisce in modo falso e calunnioso la metafisica tomista appoggiata dalla Chiesa, onde poter aver buon gioco per attaccarla. Ma così combatte contro un mostro della sua mente. Afferma infatti che per questa metafisica
«l’ente in quanto tale può non essere, può cioè essere niente e dal niente esce e al niente ritorna per opera del dio creatore o della tecnica umana. È sul fondamento della persuasione fondamentale che l’ente in quanto tale può non essere – la persuasione della nientità dell’ente – che si può affermare un essere necessario … Ciò che per la Chiesa è l’ontologia fondamentale è anche (né può essere diversamente) l’ontologia fondamentale e l’essenza dell’Occidente, ossia l’alienazione abissale della verità dell’essere».
Rispondo che è del tutto falso che la metafisica tomista sostenga che l’ente in quanto tale è contingente. Niente affatto: anche i seminaristi sanno che per San Tommaso come per Aristotele l’oggetto della metafisica è l’ente in quanto ente, che certamente può essere contingente, ma anche necessario. Invece l’errore parmenideo che Severino assume è che l’essere non può non essere, trascurando così l’essere contingente in quanto tale.
Inoltre è falso dire che per il dogma cristiano della creazione le cose tornano nel nulla. Al contrario è cosa nota anche ai novizi della metafisica tomista, che San Tommaso insegna che Dio non annulla nessuna creatura, ma tutte le conserva, e semmai le trasforma, perché le ama tutte proprio perchè le ha voluto creare, fossero pure i dannati dell’inferno.
4. «Se il dogma dell’infallibilità della Chiesa esige che la Chiesa sia (anche) la depositaria, cioè la consapevolezza esplicita della verità filosofica, allora non c’è dubbio che la testimonianza della verità dell’essere implica la negazione dell’infallibilità della Chiesa» (p.344).
Rispondo dicendo che il dogma dell’infallibilità, che ha per materia le verità della fede, a maggior ragione riguarda anche le verità filosofiche o di ragione, se è vero che le verità di fede sono superiori a quelle di ragione.
5. «Per la Chiesa l’eternità dell’ente in quanto ente rende impossibile la storia della salvezza. Infatti l’unico senso che la Chiesa, come l’intera cultura occidentale, riesce a conferire alla ‘storia’ è quello nichilistico dell’uscire e ritornare nel nulla. Il senso nichilistico del divenire domina il modo in cui la Chiesa intende il ‘diventare’ peccatore da parte dell’uomo, il ‘diventare’ carne da parte del Verbo e il divenire in cui si fa innanzi ogni evento della ‘storia della salvezza’. Con l’affermazione dell’eternità dell’ente in quanto tale, viene “nullificato l’evento storico”» (è l’accusa che gli fa la Congregazione). «Perché non sia nullificato ci vuole un ‘prima’ (in principio), in cui la carne del Verbo (e ogni evento della Heilgeschichte) sia stato niente e solo il Verbo sia. Per non nullificare l’’Incarnazione? La Chiesa nullifica la carne. Per non nullificare la ‘storia’ della salvezza, nullifica la salvezza. Ma per ila verità dell’essere nessun ente è nientificabile» (p.380).
Rispondo che il rilievo critico fatto dalla Congregazione a Severino è evidente: se tutto è eterno, dove va a finire il temporale? Ora è evidente che la storia avviene nel tempo, dove c’è il prima e il poi e il divenire. E dunque sparisce la storia. Ma la salvezza avviene nella storia. E dunque niente salvezza. E Severino come risponde? Con accuse false alla Chiesa, ritorcendo contro la Chiesa l’accusa che essa fa a lui. Egli ignora la salvezza? Ebbene egli risponde che è la Chiesa a ignorare la salvezza. Si può immaginare una maggiore sfrontatezza? Come se poi a Severino interessasse la questione della salvezza, a lui per il quale tutto è eterno.
Il guaio di Severino è che si è fissato sulla falsa e calunniosa idea, secondo la quale la Chiesa sosterrebbe che Dio annulla gli enti e non c’è mai stato modo di persuaderlo di rinunciare a questa obbrobriosa falsità. In realtà questa idea che tutto provenga dal nulla e torni al nulla è propria del nichilismo leopardiano. Severino lo sapeva bene, tanto che ha scritto addirittura un libro sul nichilismo leopardiano[6]. E allora perchè attribuire alla Chiesa quella falsità? Non si è reso conto di con quanta facilità poteva essere smentito anche da un ragazzo che conosce il Catechismo?
Certamente, se tutto è eterno, il tempo sparisce. Ma Severino stesso si rende conto di tale enormità, per cui alla fine reintroduce dalla finestra ciò che ha fatto uscire dalla porta e il tempo viene recuperato non come accidente della sostanza materiale, ma come successione di eterni che compaiono e spariscono come apparizioni finite dell’eterno.
Fine Seconda Parte
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 24 luglio 2026
Un conto è sapere che Dio esiste, ed è creatore, e conoscere il fatto storico della Rivelazione. ... Tanto la ragione quanto la fede fanno riferimento al principio di non-contraddizione e alla verità dell’essere. Severino ha ragione nel pretendere che ogni proposizione per esser vera debba rivolversi nella vertà dell’essere. Solo che trascura il fatto che esiste una verità dell’essere che è comprensibile alla nostra ragione e c’è una verità dell’essere che supera la nostra ragione, verità che ci è rivelata da Dio e che è oggetto della fede.
In base a ciò è chiaro che il principio di Tertulliano «credo quia absurdum» è a sua volta un’assurdità. Se la fede comportasse contraddizione, sarebbe dovere di onestà intellettuale rifiutare la fede. Così pure è stoltezza il contrasto luterano tra fede e ragione. Pio XI ebbe a dire che razionali e dimostrabili sono i motivi per credere; misteriose e a noi inaccessibili sono le ragioni della verità da credere.
Il guaio di Severino è che si è fissato sulla falsa e calunniosa idea, secondo la quale la Chiesa sosterrebbe che Dio annulla gli enti e non c’è mai stato modo di persuaderlo di rinunciare a questa obbrobriosa falsità. In realtà questa idea che tutto provenga dal nulla e torni al nulla è propria del nichilismo leopardiano. Severino lo sapeva bene, tanto che ha scritto addirittura un libro sul nichilismo leopardiano. E allora perchè attribuire alla Chiesa quella falsità? Non si è reso conto di con quanta facilità poteva essere smentito anche da un ragazzo che conosce il Catechismo? ... Certamente, se tutto è eterno, il tempo sparisce. Ma Severino stesso si rende conto di tale enormità, per cui alla fine reintroduce dalla finestra ciò che ha fatto uscire dalla porta e il tempo viene recuperato, non come accidente della sostanza materiale, ma come successione di eterni che compaiono e spariscono come apparizioni finite dell’eterno.
Immagine da Internet: Casa di Leopardi
[1] Vedi il suo libro L’alienazione dell’Occidente, Edizioni Quadrivium, Genova 1981.
[2] Giuseppe Petazzi, Analisi psicologica dell’atto di fede, Vicenza 1927.
[3] Ciò fa sospettare una connivenza con la massoneria, essendo, questa, una ben nota tesi massonica.
[4] Esse sono contenute nel suo libro L’Essenza del nichilismo, Adelphi Edizioni, Milano 1995, pp.386-387.
[5] Edizioni Adelphi, Milano1995.
[6] Cosa arcana e stupenda. L’Occidente e Leopardi, Rizzoli Editore, Milano 2020.

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