18 gennaio, 2026

Lo spirito e il sesso - Quarta Parte (4/5)

 

Lo spirito e il sesso

Quarta Parte (4/5)

 

Generazione e fabbricazione

Notiamo che bisogna distinguere nell’agire umano o nell’attività umana l’attività generatrice, quella morale e quella fabbricatrice. L’attività umana o comporta l’attività biopsicologica generativa nel matrimonio, per la quale l’uomo si riproduce nella specie, come gli animali e le piante, o produce atti moralmente buoni o cattivi, che qualificano l’agente come buono o cattivo, oppure produce opere materiali esterne nel mondo fisico. Sono gli artefatti, prodotti del lavoro, dell’arte e della tecnica.

Il generare è l’attività propria del sesso, che abbiamo in comune con gli animali e con le piante. L’attività morale ci appartiene in proprio in quanto persone dotate di ragione e libero arbitrio e finalizzate alla conquista del sommo bene. Come figli di Dio in Cristo, siamo chiamati alla santità nel regno dei cieli.

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La vita ha origine dall’anima, la quale o è creata direttamente da Dio al momento del concepimento, se è l’anima umana, o è causata dallo stesso atto generativo nei livelli inferiori della vita. ... Teniamo presente che il sesso nell’animale come nell’uomo non è una proprietà accidentale del soggetto ad libitum giustapposta al soggetto e separabile dal soggetto, come i pantaloni e la camicia, ma è una proprietà organica del soggetto, intrinseca al soggetto, necessaria all’essenza completa del soggetto. 

Privare la persona del suo sesso vuol dire sopprimere la persona. Si dovrebbe piuttosto parlare di liberazione o guarigione del sesso. Ognuno di noi nasce con un dato sesso, che fa parte della sua natura umana. La medicina deve correggere i difetti della natura non sopprimere o cambiare o sostituire la natura …

Come l’animalità è il genere che dà all’uomo la natura umana per l’aggiunta della razionalità, così la natura umana è il genere al quale, aggiungendo le differenze maschile-femminile, sorge la differenza tra la mascolinità e la femminilità, fra l’uomo e la donna. … In altre parole: come l’esser razionale è la differenza del genere animale, così l’esser maschio e femmina sono le differenze del genere natura umana, che a sua volta è la differenza specifica del superiore genere animalità. ... Non si tratta come dice Maritain, di una differenza «quasi-specifica», ma, come dice Edith Stein, di una vera e propria differenza specifica. Se tra noi e gli animali esiste una differenza specifica, non per questo noi non ci sentiamo animali come loro. Così se tra uomo e donna c’è una differenza specifica, non per questo il maschio non si sente razionale come la donna, né la donna non si sente razionale come l’uomo. ... Diciamo allora che l’anima maschile e quella femminile sono due differenze specifiche del razionale. Abbiamo quindi un genere superiore: l’animale e un genere inferiore: il razionale. Il razionale e l’irrazionale sono le differenze del genere animale: il maschile e il femminile sono le differenze del genere razionale.


Ciò che sfuggì a Platone e non per colpa sua, perché non poteva saperlo, fu che questa ostilità della carne allo spirito non dipende dal fatto che la carne sia cattiva, ma dalle conseguenze del peccato originale. La carne - cioè il sesso - in sé è buona ed è componente essenziale dell’uomo. Il problema vero, allora, non è quello di liberarsi dalla carne, ma di purificarla e sottometterla allo spirito. Platone non seppe che quella carne nella quale abbiamo peccato e che ci spinge a peccare, è quella stessa carne che, assunta dal Verbo di Dio, diventa principio di salvezza.

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17 gennaio, 2026

Lo spirito e il sesso - Terza Parte (3/5)

 

Lo spirito e il sesso

Terza Parte (3/5)

 

Materia e spirito in Gentile

Il tema dello spirito è uno degli interessi fondamentali della filosofia di Gentile[1], il quale però riprendendo la concezione hegeliana, crede di portarla al più alto grado di perfezione mediante il concetto dell’atto, come vertice della realtà. Il concetto dell’atto viceversa è assente dalla filosofia hegeliana, la quale ha il suo punto di forza nella dialettica, nella quale il moto dello spirito è un ritorno all’inizio. Gentile accetta la dialettica hegeliana come interpretazione della vita, della storia e del divenire dello spirito.

Ma vuol condurre a termine il passaggio dalla trascendenza all’immanenza iniziato da Cartesio, dall’oggetto verso il soggetto, dal Tu all’Io, dall’essere all’apparire; il che poi verrà a dire dal teismo all’ateismo, dall’umanesimo al panteismo, dal cristianesimo al nichilismo, dalla democrazia al totalitarismo, dalla prima alla seconda guerra mondiale. Insistere con Gentile, come alcuni fanno, vuol dire rischiare lo scoppio della terza ed ultima guerra mondiale.

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Gentile confonde l’atto del pensare con l’atto d’essere, confonde il pensare con l’agire e col produrre. ... Hegel riconosce come Aristotele che all’inizio del pensare nell’intelletto non c’è nulla. ... La Chiesa distingue la persona umana dalla natura umana. 

L’etica aristotelica propone all’uomo delle mire più modeste e rinuncia al volo di Icaro di Platone. Infatti mentre nel platonismo si rischia la nevrosi o l’ipocrisia, Aristotele ci guida a trovare una visione sintetica di sesso e spirito e per questo la Chiesa, dopo alcune incertezze nei Padri, ha assunto senza esitazione con San Tommaso l’etica di Aristotele.

La distinzione cartesiana fra spirito e corpo è del tutto insufficiente a spiegare le differenti relazioni metafisiche tra le due sostanze, anche se può avere un aggancio al dogma del Concilio Lateranense IV (visibilia et invisibilia). Tuttavia il successivo Concilio di Vienne del 1312 precisò che l’anima non è una sostanza completa, non è una res, ma la forma di una sostanza.

Il Concilio suppone la distinzione fra la forma e l’essenza. Non ogni forma è un’essenza, ma ci può essere un’essenza composta di materia e forma. Il che lascia spazio ad anime inferiori, come quella vegetativa e quella sensitiva, che non sono immortali, in quanto non sono sostanze complete, non sono forme sussistenti, ossia spirituali. La sostanza completa, invece, la res è solo il composto di anima e corpo.

L’attività sessuale appartiene propriamente alle funzioni della vita vegetativa e per questo l’abbiamo in comune con gli animali e con le piante. ... La vita fisica dipende dall’anima spirituale e abbraccia i due livelli inferiori di vita, quella psichica e quella vegetativa. Essa si manifesta anche nei moti e nelle alterazioni del corpo, volontari ed involontari. ... Il sesso umano è un composto organico biopsicospirituale di elementi ontologici e dinamici che coinvolge la totalità della persona, perché è presente in modo diverso e graduale in tutte le componenti della natura e della persona: spirituale, psichico, vegetativa e corporea.

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16 gennaio, 2026

Lo spirito e il sesso - Seconda Parte (2/5)

 

Lo spirito e il sesso

Seconda Parte (2/5)

 

Prima parte - Che cosa ci dice la ragione

La sostanza, lo spirito e l’anima

Quanti di noi credenti oggi sanno che cosa è lo spirito? Quanti di noi si fermano a parlare dell’anima? Si parla ancora delle anime dei defunti? Sappiamo distinguere la psicologia sperimentale dalla psicologia filosofica? Il compito del sacerdote da quello dello psicologo? Ci si interroga ancora sul destino dell’anima?

Quanto al tema dello spirito, certo nel corrente linguaggio cristiano la parola ricorre spesso. Si parla molto di Spirito Santo. Ma raramente sentiamo spiegarci che cosa è lo spirito. Lo spirito sarebbe oggetto della metafisica. Ma chi oggi s’interessa di metafisica? I filosofi si rifanno al concetto hegeliano dello spirito. Ma siamo certi che sia quello giusto? Pochissimo si parla oggi dell’anima. Eppure la nostra è un’anima spirituale. Per sapere che cosa è l’anima spirituale, occorre sapere che cosa è lo spirito e per sapere che cosa è lo spirito, bisogna sapere che cosa è la sostanza. Cominciamo dunque dalla sostanza.

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Il fatto che la natura umana sia ben definita, delimitata e regolata da precise leggi morali, universali ed immutabili non vuol dire, come teme Rahner, che l’agire umano sia deterministico puramente istintuale o debba essere orientato ad unum come quello degli animali o essere monotamente ripetitivo come quello delle macchine. Al contrario, l’uomo ha davanti a sé uno spazio di azione e di libera scelta, di inventiva e di creatività, dove, anche se non sempre gli è possibile, può e deve decidere liberamente quello che preferisce. Ma questo agire, per essere benefico e legittimo, non trasgredire i comandamenti divini, non deve varcare i confini stabiliti dalla retta ragione e dalla fede, dal diritto e dalla giustizia, dalla legge naturale e divina, se non vuol fallire al senso e al valore della sua vita. 

Se consideriamo come l’umanità ha vissuto finora il rapporto dello spirito col sesso registriamo certamente un’evoluzione del costume: da un’impostazione dualistica e rigorista di tipo platonico e da una concezione della donna come soggetta al maschio, oggi, alla luce del dato biblico meglio interpretato, riusciamo meglio del passato a conciliare lo spirito col sesso e a capire come uomo e donna non devono ingannarsi a vicenda o guardarsi con diffidenza, ma completarsi l’un l’altra su di un piede di parità, in un mutuo servizio ed essere una cosa sola per il bene e la crescita della società e della Chiesa.

Questo progresso del costume morale non ha comportato però nessuna alterazione nella natura umana o nella legge morale, ma si è trattato semplicemente di una migliore realizzazione delle esigenze e dei fini della natura stabiliti da Dio.


Immagine da Internet

15 gennaio, 2026

Lo spirito e il sesso - Prima Parte (1/5)

 

Lo spirito e il sesso

Prima Parte (1/5)

Non è bene che l’uomo sia solo:

gli voglio fare un aiuto che gli sia simile

Gen2,18

 

Introduzione

Uno dei più seri problemi della vita è quello di conciliare i bisogni, le esigenze e le inclinazioni, i piaceri e le finalità del corpo con quelle dello spirito. Dio aveva unito e noi abbiamo diviso e non riusciamo più a riunire le due metà dell’intero. Sesso e spirito da amici sono diventati nemici.

Questo problema della conciliazione del corpo con lo spirito ci tocca tutti da vicino. Esso assume toni drammatici: si pensi solo al famoso conflitto tra spirito e carne del quale parla San Paolo. La pratica della vita cristiana certo ci dà molta serenità, ma le difficoltà restano sempre gravi.  Come ci ha insegnato Freud, mettendo da parte il suo materialismo, molti disturbi psichici sono causati da un mancato equilibrio fra spirito e sesso, mentre il sesso è fatto per aiutare lo spirito.

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La scoperta avvenuta nel secolo scorso della pari dignità e complementarità reciproca fra uomo e donna è collegata alla scoperta che lo spirito umano, a differenza dello spirito angelico, è sessuato. Fino ad allora si era omologato lo spirito umano a quello angelico e si credeva che la differenza sessuale dipendesse solo dal corpo. Distinguendo nella natura umana individuo e specie e pensando che il sesso fosse solo qualcosa di materiale, il sesso era ricondotto all’individualità fisica e si credeva che non fosse qualcosa di specifico. 

Ma poiché la donna già a partire dal medioevo aveva fatto capire di avere una propria spiritualità, diversa da quella maschile, e per certi aspetti superiore, siamo giunti alla conclusione che la differenza sessuale umana non riguarda solo né principalmente l’animalità, ossia la generazione fisica, ma ha una radice spirituale e produce una generazione spirituale. Esiste cioè un’anima spirituale maschile e un’anima spirituale femminile. 

Ciò ci ha condotti a chiarire la natura della sostanza spirituale. Questa distinzione è certo collegata col sesso animale, il quale condiziona la differenza tra le due anime. Ma esse sono per sé stesse create da Dio con questa differenza. Dio crea un’anima maschile per un corpo maschile e un’anima femminile per un corpo femminile.

Abbiamo compreso che se tra un individuo e un altro nel campo materiale c’è solo una diversità e non una differenza specifica, perchè l’individuazione proviene dalla materia, tra l’anima di Maria e quella di Paola o tra l’anima di Paolo e quella di Giovanni c’è solo una diversità dipendente dall’individualità fisica. Ma tra l’anima dell’uomo e quella della donna c’è una differenza specifica dove il fisico non c’entra nulla e siamo nel campo dello spirito. 

 
Immagine da Internet 

14 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Settima Parte (7/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Settima Parte (7/7) 

Il monofisismo parmenideo

È presente e influente oggi in campo teologico una tendenza che partendo da Parmenide e Plotino attraverso Schelling ed Hegel arriva a Severino e Bontadini, così da risuscitare in certo modo l’antica eresia del monofisismo, che tanto nei primi secoli ha tormentato la Chiesa in Oriente per esser stata fatta propria dagli Imperatori, che, col pretesto di rappresentare Cristo Re, avevano la pretesa di guidare la Chiesa per finalità politiche al di sopra dei Patriarchi, come ancor oggi purtroppo avviene nell’ortodossia russa.

Il monofisismo parmenideo ebbe origine dalla famosa formula con la quale Sant’Attanasio tentò di definire l’unità personale di Cristo: mya fysis tu logu sesarkemènu, «una la natura del Verbo incarnato». Egli aveva un concetto giusto, ma lo espresse in modo sbagliato, come se Cristo avesse una sola natura, quella divina. Da qui venne fuori sia la confusione delle nature, che porta alla cristologia storicista di Eutiche, che riapparirà con Hegel fino a Rahner, Teilhard de Chardin, Kasper, Küng, Bordoni e Forte, sia al docetismo, il quale sorge nelle teorie degli gnostici dei primi secoli, ma riappare nel kantismo che pone ad oggetto del sapere l’apparire (il «fenomeno») prodotto dall’io, sicchè dopo Kant, con Fichte, l’oggetto del sapere diventa il reale inteso come prodotto dell’io. 

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La nostra ragione, partendo dalla considerazione delle cose che ci circondano e di noi stessi, è spinta a cercare la causa prima di tutto ciò e quindi viene a scoprire l’esistenza di Dio. Scopriamo così che la causa prima, Dio, nostro creatore e legislatore provvidente, giusto e misericordioso, creatore del cielo e della terra, sapienza e bontà infinite, è il nostro sommo bene e il fine ultimo al quale deve tendere tutto il nostro agire.

Gesù Cristo Verbo Incarnato, nato da Maria Vergine nel tempo e dal Padre nell’eternità, una Persona divina in due nature, ci ha fatto sapere che Dio è Padre, Figlio e Spirito Santo, un solo Dio in tre Persone, che vogliono abitare nella nostra anima e che costituiranno l’oggetto della nostra beata visione di Dio in cielo.

 

Cristo nostro Redentore ci chiama ad essere corredentori con Lui alla scuola di Maria Madre di Dio e Madre nostra, in vista della nostra eterna salvezza e glorificazione. Egli ci ha rivelato che la nostra beatitudine celeste consiste nella visione del Padre. Per questo Egli è venuto nel mondo per salvarci dalla morte, dal peccato e dalla schiavitù di Satana e indicarci la via per andare al Padre per mezzo della Chiesa guidata da Pietro.

Immagini da Internet: Concilio Vaticano II

13 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Sesta Parte (6/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Sesta Parte (6/7) 

 

Le due nature

Ricordiamo che il dogma niceno per significare la natura umana o divina introduce il concetto di sostanza (usìa) per concepire la natura divina. Il Concilio di Calcedonia userà il termine fysis per indicare le due nature.

Mentre la natura umana è sostanza con accidenti, la natura divina è sostanza senza accidenti. Per quale motivo? Perché l’accidente aggiunge all’essenza o alla natura singola un perfezionamento che riguarda anzitutto l’essere. La creatura non ha l’essere da sé essenzialmente o necessariamente, perchè è contingente e può non essere o avrebbe potuto non essere. 

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Il mistero dell’Incarnazione redentrice consente di parlare di Cristo in un modo apparentemente paradossale quasi blasfemo, ma in realtà verissimo applicando la regola logico-linguistica della comunicazione degli idiomi o dei predicati, che dice che quando un soggetto ha due predicati sostanziali, si può prendere uno di questi predicati, dargli un soggetto e predicare di questo soggetto l’altro predicato. Per esempio, se Luigi è medico e pittore, si può dire che quel pittore è medico, non perchè confondiamo la pittura con la medicina, ma perché il soggetto di quelle due attività è lo stesso. È ciò che Nestorio non aveva capito e per questo si rifiutava di ammettere che Maria sia madre di Dio. Egli aveva un giusto concetto di Dio e della creatura, ma non aveva capito come funziona la communicatio idiomatum

La prima volta che la Chiesa ha applicato questa regola o modo di esprimersi è stata al Concilio di Efeso del 431, quando ha proclamato il dogma della divina maternità di Maria. Ora, bisogna fare attenzione che quando si dice che Maria è Madre di Dio non s’intende evidentemente dire che ha generato la divinità del Figlio, perché questa è opera del Padre, ma s’intende dire che ha generato quell’uomo, Gesù, il quale, avendo due nature, può essere soggetto del quale si predica la natura divina. 

 

Immagine da Internet:
- Concilio di Efeso, mosaico, Lione

11 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Quinta Parte (5/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Quinta Parte (5/7) 

Il Logos

La rivelazione cristiana ci dice con San Giovanni, che una Persona della Trinità, il Figlio, si è incarnata: o Logos sarx eghèneto. San Paolo in Fil 2,7 ci spiega che non è che il Logos si sia mutato in carne - cosa assurda -, ma che ha assunto (labòn) una natura umana nell’unità della Persona del Figlio.

Il Logos, come Dio, esiste da sempre, sin da principio.  E dà principio a tutto, fa iniziare tutto. Anche il Padre è Principio, Principio del Principio, il Logos. Lo Spirito è il Principio principiato dal Padre e dal Figlio. Cristo stesso dice di essere il Principio (Gv 8,25).

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Il termine dogmatico «incarnazione» appare al Concilio di Costantinopoli del 381 sotto i vocaboli sarkothenta, da sarkòo, che al passivo vuol dire «m’incarno, divento carne», e enanthropesanta, participio passivo dal verbo enanthropeo, al quale i Padri aggiungono altri vocaboli come enanthropopesis, enanthropotes e anthropismòs, tutti termini che significano umanizzazione o diventar uomo. Il tedesco ha Menschwerdung, che vuol dire appunto diventar uomo.

Deve restare comunque chiaro, come spiega il dogma calcedonese, che dire che Dio è diventato uomo o si è fatto uomo non dev’essere inteso nel senso che, Dio perde o sminuisce o rimpicciolisce o finitizza o materializza o cambia la sua natura divina e si muta in un uomo, cosa che non ha senso, e sarebbe una forma di antropolatria, ma vuol dire che il Verbo ha unito a sé un’individualità umana facendola sussistere della sussistenza della Persona divina. Questa unione operata dal Verbo si chiama unione ipostatica.

Immagine da Internet: 
- Chronica Maiora del Concilio Lateranense IV, 1250 circa, Matteo da Parigi

10 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Quarta Parte (4/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Quarta Parte (4/7) 

  

Seconda parte - Determinazioni ontologiche

 

La problematica che sorge dai due dogmi

Che Dio sia uno non fa troppa difficoltà davanti alla ragione. Non è difficile confutare il politeismo o l’idolatria. Ma quello che ci fa difficoltà è come sia possibile che Dio o la persona divina ontologica o monadica (la singularis substantia della quale parla il Concilio Vaticano I, Denz. 3001) sia una sola natura divina in tre persone oggetto di rivelazione divina.

Il che vuol dire che quello stesso Dio, che, come insegna il Decreto Nostra aetate del Concilio Vaticano II, noi cristiani adoriamo insieme agli ebrei e a musulmani è Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. 

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Come distinguere fra loro le Persone se sono un medesimo Dio? Se posseggono tutte e tre la medesima natura divina? Una risposta che potrebbe venire spontanea è quella di paragonarle a tre individui della stessa specie divina. Senonchè Dio non è una specie che abbia sotto di sé degli individui, ma è Egli stesso un individuo: «una singularis substantia», come insegna il Concilio Vaticano I.

La Chiesa allora, nel Concilio di Firenze del 1442, ha pensato di distinguerle non in base alla sostanza, perché altrimenti verrebbero fuori tre sostanze, ossia tre dèi, ma in base alle relazioni che intercorrono fra di loro, accorgendosi che ogni Persona non ha una relazione con l’altra, ma è una relazione sussistente. Il Padre è una Paternità sussistente. Il concreto coincide con l’astratto. Ciò è evidentemente impossibile in noi, perché ognuno di noi non è l’umanità, ma semplicemente un individuo umano, un individuo della specie. 

Ma la prima cosa che la Chiesa ha sentito il dovere di fare riguardo ai dati della fede, prima ancora di come distinguere le Persone fra loro, è stata quella di definire l’identità di Cristo. Così è avvenuto che il Concilio di Nicea del 325 ha definito la divinità del Figlio e del Padre.  Il Concilio di Costantinopoli del 381 ha definito la divinità anche dello Spirito Santo. Tale Concilio elabora il Credo o Simbolo Niceno-Costantinopolitano che tuttora proclamiamo nelle Messe festive. Nel 1014 Benedetto VIII introdusse il Filioque.

Immagini da Internet:

- Il primo concilio di Nicea in una icona ortodossa
- Il Concilio di Nicea, manoscritto dell'Archivio capitolare di Vercelli (IX secolo)

08 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Terza Parte (3/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Terza Parte (3/7) 

 

Come funziona l’attività astrattiva dell’intelletto

Il Papa dice che la dottrina di Cristo non è un’«idea astratta e statica». Uno potrebbe obbiettare: forse che esistono idee concrete? Forse che esistono idee dinamiche? L’idea di per sé è qualcosa di fisso e di immutabile. L’idea non è un universale, frutto di un’astrazione dal particolare? Un’idea o è astratta e immutabile o non è un’idea. Certamente, questo è vero dal punto di vista logico. Ma il Papa non se la prende con la logica: ci mancherebbe!

Il Papa intende riferirsi a quel modo di astrarre che conduce l’intelletto nel vuoto al di fuori della realtà, come avviene nell’idealismo e nello gnosticismo, dove il pensiero centrato su se stesso anziché sulla realtà, gonfio di superbia, pretende di coincidere con l’essere, per cui l’astratto pretende di sostituire il concreto, o il particolare diventa universale, l’apparire si confonde con l’essere, il relativo con l’assoluto,  la materia con lo spirito, l’essere col divenire, il tempo con l’eterno, la storia sostituisce la metafisica, il mondo sta al posto di Dio. 

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Bisogna precisare che se San Paolo ci esorta a non essere carnali, questo non significa che per capire che cosa Cristo ci vuole insegnare, dobbiamo disprezzare o abbandonare la carne, ossia ciò che è materiale, corporeo, il dettaglio delle cose, il contingente, il finito, il mutevole, l’accidentale, ciò che è transitorio, corruttibile, sensibile, concreto, storico, terreno, umano: tutt’altro!

Dobbiamo invece con l’intelletto prima salire al cielo, dove abita Cristo glorioso, dobbiamo contemplarLo e ascoltarLo. Dobbiamo porre nei nostri concetti ciò che Egli stesso ci insegna nel Vangelo o nel dogma ecclesiale, su Dio, su Sé stesso, sul Padre, sullo Spirito, su noi stessi, sui nostri doveri morali e sul mondo.

Il mistero dell’Incarnazione sana quel conflitto che c’è in noi, del quale parla San Paolo, tra lo spirito e la carne, e ci conduce a capire che tanto l’uno quanto l’altra sono componenti della nostra persona, in sé buoni e creati da Dio. Incarnazione non vuol dire che lo spirito si è mutato in carne, no: le due nature sono e restano distinte, giacchè l’anima spirituale è forma del corpo.

Ma non sono neppure due sostanze separate, come credeva Cartesio. È la morte, non la vita che separa l’anima dal corpo. Per questo il desiderio del cristiano non è quello di liberare l’anima dal corpo, come credeva Platone, ma quello di liberarsi dal peccato. È quello di fare in modo che lo spirito governi la carne.  Per questo la prospettiva cristiana è quella della resurrezione del corpo.

 
Immagine da Internet:
- Primo Concilio di Costantinopoli, miniatura dalle Omelie di San Gregorio (manoscritto BnF Grec 510, 880 ca.)

07 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Seconda Parte (2/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Seconda Parte (2/7) 

 

Prima parte - Premesse gnoseologico-pastorali

 

Ciò che su Dio

sa la nostra ragione e ciò che sa la fede cristiana

Tutti noi, siamo cristiani, cattolici, protestanti, ebrei, musulmani, induisti o quale che sia la religione alla quale apparteniamo, o anche prima di praticare un culto divino, col semplice ragionamento, applicando il principio di causalità condotto alle estreme conseguenze, lasciando alla ragione che percorra fino in fondo il suo cammino, senza fermarla a metà strada, sappiamo che Dio esiste, un Dio personale sapiente, buono, provvidente, giusto e misericordioso, ente supremo, sommo bene, causa prima e fine ultimo dell’universo. E lo sappiamo partendo dall’esperienza delle cose che ci circondano, dalle persone che ci stanno attorno e dalla consapevolezza del nostro stesso esistere. Anche coloro che si professano atei o agnostici o idealisti o massoni lo sanno, benchè il loro concetto di Dio possa essere sbagliato e fuorviante.

Per sapere chi è Dio,  formare un concetto di Dio e stabilire gli attributi della natura divina con la semplice ragione naturale, noi disponiamo di alcuni concetti basilari, spontanei, metafisici che si riferiscono alla composizione dell’ente.  Essi li troviamo nella Sacra Scrittura,  negli insegnamenti di Cristo[1], nella metafisica di Aristotele e in quella di Platone, susseguentemente approfondita da San Tommaso d’Aquino. 

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Nell’analisi dei misteri dell’Incarnazione e della Trinità occorre saper muoversi con abilità e prudenza nel trattare del rapporto fra l’astratto e il concreto. Per questo nel mistero dell’Incarnazione occorre distinguere la distinzione fra Dio e un uomo e la distinzione fra la divinità e l’umanità. Nella prima distinzione siamo davanti al concreto; nella seconda operiamo sull’astratto.

Così pure per il mistero Trinitario bisogna distinguere i soggetti concreti Padre, Figlio e Spirito dalle forme astratte paternità, filialità e spirazione, che, come relazioni sussistenti, definiscono le Tre Persone divine. L’astratto qui non è il mentale, ma è somma realtà.

 
Immagine da Internet:
- Il Concilio di Nicea, Affresco in San Nicolas di Myra (antica Nicea)

06 gennaio, 2026

Il Dio Trinitario. Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia - Prima Parte (1/7)

 

Il Dio Trinitario

Il dogma di Nicea e il dogma di Calcedonia

Prima Parte (1/7) 

 

Al mio venerato Maestro Padre Roberto Coggi, OP

 

Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre

Eb 13,8

 

Se qualcuno vi predica un Vangelo

diverso da quello che avete ricevuto,

sia anatema!

Gal 1,9

 

Introduzione

 

Come annunciare il mistero Trinitario?

Le parole del Signore sono molto chiare: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 19-20).

È evidente che Cristo dà agli Apostoli il compito di insegnare a tutte le genti la sua dottrina o, come si esprime Gesù, le sue «parole», ossia un complesso di nozioni immutabili, da approfondire continuamente, concernenti il mistero Trinitario e i doveri della vita cristiana, da praticare sempre meglio, fino alla fine del mondo: un complesso o insieme di proposizioni o nozioni o verità immutabili ed universali, tra le quali culminano quelle che riguardano Dio Padre, Figlio e Spirito Santo. 

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Soffermarsi con la massima attenzione su quanto su questi misteri ci dice Cristo in Se stesso o per mezzo della Chiesa, fermarsi con venerazione su ogni parola ed ogni concetto, operare le necessarie distinzioni, eliminare o evitare fraintendimenti e confusioni non è un inutile sottilizzare, non è un semplice esercizio di scuola, non è un vagare fra le astrazioni, non è un lavorare con delle semplici parole, non è un’elucubrazione gnostica, ma è il compito più prezioso, importante e fruttuoso che la nostra intelligenza possa compiere, condizione indispensabile perché la nostra volontà sappia qual è il nostro vero bene e lo possa mettere in pratica.

Nella conoscenza verace del mistero Trinitario e dell’Incarnazione sta la via per raggiungere la nostra beatitudine e la nostra salvezza eterna.

Immagine da Internet:
- Quarto Concilio Ecumenico di Calcedonia, Vasilij Ivanovič Surikov

05 gennaio, 2026

Il cristiano è un redentore

 

Il cristiano è un redentore

Con chi ce l’ha Mons. Stagliano?

Avvenire del 2 gennaio scorso pubblica un articolo di Mons. Antonio Staglianò dal titolo: «Il “no” al titolo di Corredentrice perchè Maria ci conduce a Cristo»[1].

L’articolo respinge un concetto di corredenzione intesa come opera salvifica  parallela a quella di Cristo o condotta alla pari di Lui o condivisa con la sua, per completare l’opera di Cristo, per ammansire, commuovere e rabbonire  il Padre celeste adirato con noi, e persuaderlo a far misericordia, come se Egli, offeso e restio a far misericordia, avesse avuto bisogno delle suppliche della Madonna, per superare la sua ripugnanza a far misericordia e si decidesse a perdonarci, come se l’opera di Cristo non fosse stata di per sé sufficiente ad ottenere questa misericordia e avesse avuto bisogno di essere integrata o completata dalla misericordia di Maria, come se non fosse il Padre all’origine di ogni misericordia, compresa quella che ha usato verso la Madonna, rendendola Madre di misericordia. Diciamo infatti che certamente Maria è misericordiosissima, ma se lo è, lo è perché verso di lei per prima tra tutti gli uomini il Padre ha usato misericordia costituendola Madre di misericordia.

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/il-cristiano-e-un-redentore.html


 

 



Immagine da Internet:
- Annunciazione, Beato Angelico

 

 

 

31 dicembre, 2025

Anniversario di Padre Tomas Tyn

 

Anniversario di Padre Tomas Tyn

 

Penso di fare cosa gradita ai Lettori pubblicare alcuni stralci di una omelia di P. Tyn, in occasione del 36mo anniversario della sua morte il 1° Gennaio 2026.

L’omelia, dedicata al Battesimo di Gesù, riserva alcune parole sulla Vergine Maria che ci fanno capire la grande devozione che il Servo di Dio aveva per la Madre di Dio, la cui solennità ricorre il 1° Gennaio 2026.

P. Giovanni Cavalcoli, OP

Fontanellato 31 Dicembre 2025 

 

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Consacrazione a Maria 

Omelia di Padre Tomas Tyn, OP

 Bologna, 10 gennaio 1988

 

Audio: http://youtu.be/QiLtC3DcSGA

TESTO: https://www.arpato.org/testi/omelie/Varie/3_ConsacrazioneMaria_10-1-88_Cavalcoli.pdf

 

Fratelli miei carissimi,

            Mi compiaccio di essere oggi qui con voi, che siete anime[1] vicine a Gesù e vicine alla sua Madre Santissima, delle anime desiderose di consacrarsi a Maria. Me ne rallegro molto per voi, cari fratelli. Perché non c’è beneficio più grande di quello di dare Gesù a delle anime, Gesù tramite Maria. Perché Gesù è venuto per mezzo di Maria e si dona alle anime per mezzo di Maria. Voi avete capito questo ed è davvero una grande, stupenda sapienza.

Io vi esorto solo, cari fratelli, che dopo aver sperimentato tanta dolcezza e tanta soavità spirituale e tanta grandezza di benefici elargiti alle anime vostre da parte di Maria, la Madre Santissima di Cristo, che abbiate anche la carità apostolica di proclamare la misericordia di Dio e le sue grandi opere a tutti gli uomini di questa povera terra, che tanto bisogno hanno di Dio. Le anime sono assetate di Dio, sono assetate del suo Cristo e non possono ricevere il Cristo, se non tramite Maria.

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/consacrazione-maria-omelia-di-padre.html
 

 Maria in qualche modo ha una presenza universale nella Chiesa. Si potrebbe dire che dove c’è Gesù, c’è sempre la sua Santissima Madre.

Servo di Dio P. Tomas Tyn (3.5.1950-01.01.1990)

 

 

 

 

 

 

 

  


Proprio così dobbiamo con fiducia accedere a Maria, vivere la nostra consacrazione a Maria, come completa, totale appartenenza a Lei. A Lei che conosce le vie di Dio, che ci insegna le vie del Figlio suo e che al Figlio suo ci conduce. E che così possa accadere proprio per tutta l’eternità.

Immagine da Internet:

- La Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa