Alzò gli occhi al cielo
Gesto e parola nella Liturgia
Alcune proposte
Alzati gli occhi al cielo
Gv 17,1
Un incontro fra Novus e Vetus Ordo?
Il rito della Messa risulta dalla confluenza dei due momenti o elementi fondamentali e convergenti della vita umana: quello della convivialità, rappresentato dalla mensa e quello del culto divino, rappresentato dall’altare.
La riforma liturgica operata dal Concilio Vaticano II ha abbandonato o posto in secondo piano l’altare e ha messo in primo piano la mensa, sicchè, se nelle Messe preconciliari il celebrante con i ministri si inginocchiavano davanti all’altare posto su sette gradini a significare che l’altare dev’essere in alto, verso Dio, nelle Messe postconciliari i concelebranti si siedono attorno all’altare che appare più mensa che altare, innalzato magari su di un solo gradino
Nelle Messe preconciliari il sacerdote stava rivolto verso il popolo solo nella prima parte della Messa e nella terza, al momento della Comunione. Il Canone invece lo recitava rivolto al Crocifisso sull’altare, con le spalle al popolo, sicchè popolo e sacerdote erano tutti rivolti verso il Crocifisso.
Nella Messa Vetus Ordo esisteva un solo altare. La mensa non era rappresentata da un’apposita costruzione a forma di tavola, come sono gli altari delle Messe Novus Ordo, che fanno a meno dell’altare, che è unicamente altare, cioè quello delle Messe Vetus Ordo. Oggi in molte chiese, dove non si è distrutto l’altare preconciliare, esistono due altari: quello postconciliare, che è vicino al popolo, e quello preconciliare, che rispetto al popolo si trova al di là di esso.
La Messa Novus Ordo si celebra sul primo altare, mentre nel secondo ancora in certe chiese si conserva il Santissimo nel Tabernacolo, benchè la riforma liturgica avesse chiesto di conservarlo in un luogo a parte. Ma si comprende come è più comodo conservarlo nel vecchio altare. Il motivo per il quale la riforma ha voluto che il Santissimo fosse conservato in un luogo distante dall’altare è dato dalla volontà di evidenziare il nuovo altare come mensa nella quale il Santissimo non è presente fino al momento della consacrazione. Ma si tratta secondo me di un avvicinamento inutile alla Cena protestante, nella quale, come è noto, la presenza di Cristo si realizza solo al momento della consacrazione, mentre prima non c’è e dopo la Comunione scompare. Ma è chiaro che noi cattolici, sapendo che Cristo è già presente nel Tabernacolo, non abbiamo nessun problema a tenere vicina, dietro all’altare postconciliare, l’Eucaristia conservata nel Tabernacolo del vecchio altare.
La presenza di due altari potrebbe a mio avviso essere utilizzata e valorizzata in una nuova riforma del rito della Messa che andasse incontro sintetizzandole alle due istanze differenti del Vetus e del Novus Ordo. Una istanza è quella del Vetus Ordo che giustamente ricorda che nella Santa Messa, al momento della consacrazione delle oblate e dell’offerta al Padre per Cristo nello Spirito del Corpo e del Sangue del Signore, questa offerta viene fatta sì dal sacerdote come presidente dell’assemblea liturgica, ma circondato dai fedeli, che con lui e per il suo ministero offrono a Dio il Santo Sacrificio, per cui è conveniente che in questa parte centrale della Messa il celebrante rivolga le spalle al popolo, perché egli insieme col popolo stanno davanti all’altare come puro altare – il vecchio altare, tanto per intenderci - ai piedi di Gesù crocifisso.
Invece è conveniente che la prima parte della Messa, ossia la liturgia della Parola e la Comunione siano celebrate dal sacerdote rivolto verso il popolo, la prima parte per prepararlo al momento della consacrazione dell’offerta del Corpo e del Sangue del Signore, e che di nuovo nella terza parte il celebrante torni all’altare postconciliare, che ora è la mensa eucaristica, rivolto verso il popolo per la distribuzione della Comunione. Questo sarebbe a mio avviso un modo per conciliare in un unico rito gli aspetti propri ma parziali del Vetus e del Novus Ordo, e probabilmente questo provvedimento potrebbe eliminare il doloroso e scandaloso contrasto tra i fedeli del Vetus Ordo e quelli del Novus Ordo.
L’importanza dello sguardo
Espressione di preghiera è alzare le mani al cielo (II Mac 14,34; 15,21; Sal 141,2) e l’elevare lo sguardo verso l’alto è l’espressione propria dell’orante. La Scrittura lo rileva in modo particolare nell’atteggiamento di Cristo in alcuni momenti intensi di rapporto col Padre, prima di compiere il miracolo della moltiplicazione dei pani (Mt 14,19), prima di guarire il sordomuto (Mc 7,34), prima di compiere il miracolo della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,41), nello stupendo colloquio col Padre al c.17,1 di Giovanni. Infatti Gesù ci ordina di pregare il Padre, che è nei cieli. La volontà di Dio dev’essere fatta così in terra come in cielo. Viene in mente l’ideale platonico dell’idea nell’iperuranio. Il cielo è il simbolo di Dio nelle religioni. La famosa Piazza Tien-An-Men a Pechino è la «piazza della pace celeste». Il cielo, per la sua vastità, altezza, profondità, potenza, stabilità, bellezza, luminosità si presta a rappresentare la natura divina.
Per questo la Scrittura con le altre religioni ritiene che la divinità risieda nel cielo.
La «dimora di Dio» è il cielo (I Re 8,30; II Cr 6,21; II Mac 3,39). Dio ha in cielo il suo «trono» (Sal 11,4; 103, 19, Is 66,1). Dio guarda dal cielo, ma si china a guardare gli uomini, per guidarli e soccorrerli (Sal 14,2; 33,13; 53,3; 80,15; 102,20; Is 63,15).
Siccome però Dio è il creatore del cielo e della terra, già l’Antico Testamento, quasi profetizzando il mistero dell’Incarnazione, insegna che Dio è anche in terra (Dn 6,28; Sal 135,6; Ger 23,24; Ag 2,6).
Così nel Nuovo Testamento il Verbo divino discende dal cielo e torna in cielo. Il regno che Cristo viene ad instaurare è il regno dei cieli. Dovere del cristiano è «cercare le cose di lassù» (Col 3.1). Per Paolo «il premio che Dio ci chiama a ricevere è lassù» (Fil 3,14). Siamo chiamati a «rivestirci di un corpo celeste» (II Cor 5,2). Il paradiso è rappresentato sotto l’immagine della «Gerusalemme celeste».
L’«aprirsi del cielo» è un’espressione biblica che indica lo svelarsi del mistero divino, che è un mistero celeste. Per questo Cristo annuncia a Filippo e a Natanaele; «vedrete il cielo aperto» (Gv 1,51). Il Veggente dell’Apocalisse introduce la visione di Cristo, Trionfatore escatologico sulle potenze del male, con le parole: «vidi il cielo aperto» (Ap 19,11). La frase che Santo Stefano pronuncia e che gli costerà la vita è: «contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio» (At 7,56). Le note categorie heideggeriane dell’«Aperto» (Offen) e dell’«apertura» (Öffnung) hanno l’apparenza di essere a una secolarizzazione delle categorie bibliche.
Quando celebro la Messa e arriviamo al «Padre nostro che sei nei cieli», mi viene spontaneo innalzare lo sguardo, guardare in alto, ma verso che cosa? Non saprei dirlo. Una cosa è certa, che provo un senso di purissima gioia, l’animo mi si apre ed ho la sensazione, per un attimo, di salire io stesso al cielo. Ripetere il gesto che faceva Cristo è beatificante. Egli vedeva veramente il Padre che è in cielo. E io che cosa vedo? Non saprei spiegarlo. Direi di vedere una luce purissima. Per sostenere questa vista intellettuale mi appoggio su di una luce sensibile: una lampada accesa nel soffitto della chiesa.
L’iconografia cattolica dei sec .XVI-XVIII rappresentava per lo più i Santi con lo sguardo rivolto al cielo. La diffusione dell’immanentismo e la nascita della fotografia nell’800 si sono fatti sentire anche nell’iconografia sacra, sicchè oggi anche i Santi rappresentati nell’immagine ci guadano negli occhi; non guardano più al cielo.
Qualcosa del genere capita nelle celebrazioni liturgiche. Quando nella Messa si giunge al Padre Nostro capita invece che fedeli e celebrante guardino in avanti, in basso, a destra o sinistra, giri di qua, giri di là. Non mi pare che ciò faccia una bella impressione. Il guardare in basso è più tipico della meditazione che della preghiera. Perciò sguardo del celebrante verso i fedeli si addice alla prima e alla terza parte della Messa. Io noterei allora una incoerenza in quei sacerdoti e quei fedeli che invocano il Padre che è nei cieli tenendo lo sguardo in basso.
Perchè non imitare in ciò Gesù? Lo sguardo abbassato non è lo sguardo dell’orante, ma del meditante. Lo sguardo abbassato fa pensare agli asceti yoga che contemplano il Brahman al fondo del proprio io. Lo sguardo elevato al cielo si addice al Canone, cioè al colloquio del Sacerdote col Padre, dall’offertorio al Padre Nostro.
Così a me pare che l’elevazione dell’ostia e del calice non abbia il senso di essere un’ostensione ai fedeli del Corpo e del Sangue del Signore, ma di essere l’offerta al Padre del Corpo e del Sangue del Figlio immolatosi per la nostra salvezza e la remissione dei peccati. Infatti nelle parole rituali che seguono, il celebrante non si rivolge ai fedeli, ma al Padre ringraziandoLo per il dono che ci ha fatto del suo Figlio e dello Spirito Santo, supplicandolo a nome del popolo di avere misericordia, di guardare all’opera compiuta da suo Figlio, di accettare e guardare con benevolenza, placato dalla sua ira, il sacrificio che il celebrante sta compiendo.
Per questo, secondo me, sarebbe bene tornare all’elevazione propria della Messa Vetus Ordo, nella quale i fedeli potevano vedere l’ostia e il calice non perché il celebrante, rivolto ad essi, le mostra loro, come avviene adesso nella Messa Novus Ordo, ma perchè il celebrante con le spalle rivolte al popolo, innalzava ostia e calice al di sopra della sua testa, così da renderli visibili ai fedeli. In tal modo era veramente ed efficacemente rappresentato il fatto che la Messa è un sacrificio cultuale offerto a Dio da parte del sacerdote insieme col popolo, tema essenziale già presente nel Vetus Ordo e proprio dell’essenza della Messa come tale.
Se ciò non piace ai protestanti, non è che noi cattolici, come pensava Mons. Bugnini, per andare loro incontro, dobbiamo accontentarli, perché la verità fa comunque bene al nostro prossimo, anche se non gli piace. L’ecumenismo non consiste nel fatto che i cattolici diventano protestanti, ma nel fatto che i protestanti si correggono e si convertono al cattolicesimo.
Invece nel Novus Ordo, col sacerdote che consacra ed offre rivolto verso il popolo, non appare bene il fatto che in quel momento lì il sacerdote non si rivolge al popolo, ma al Padre e il popolo con lui. Questo aspetto della Messa Novus Ordo rischia di apparire – e qui le preoccupazioni dei lefevriani sono giuste - come una concessione esagerata ai luterani, spregiatori, come è noto, della Messa come sacrificio offerto a Dio e sostenitori della Messa come semplice memoria dell’Ultima Cena.
Invece per noi cattolici la Messa non è la semplice commemorazione di un fatto del passato, per cui, finita la commemorazione, tutto finisce lì. No, per noi cattolici celebrare la Messa non è solo un commemorare, ma un riattualizzare, cioè è un ricordo che rende attualmente operante ciò che viene ricordato, perchè si tratta di mistero di vita eterna sempre operante e sempre efficace. Nella Messa non è che Cristo viene e poi se ne va. No: viene per rimanere come Sacramento nel Tabernacolo.
Nella Messa non è che Cristo viene nel pane e poi se ne va. No! Nella Messa il pane non è più pane, ma Corpo di Cristo, benchè sotto le specie del pane. Per questo noi cattolici pratichiamo l’adorazione eucaristica, dove non adoriamo un pezzo di pane, ma Cristo stesso, Jesum, quem velatum nunc aspicio, come si esprime San Tommaso.
Se, finita la Messa restasse solo del pane, potremmo darlo da mangiare al gatto. Cristo invece, per noi cattolici, cessa di rimanere sotto le specie del pane solo quando queste si corrompono. Allora le specie tornano ad avere come loro soggetto il pane, solo che si tratta di pane corrotto. Invece nel caso della Comunione, avviene in poco tempo una dissoluzione o disgregazione delle specie, che comporta un normale fenomeno di alimentazione. È chiaro che in quel momento Cristo lascia l’ostia.
I protestanti non sanno di che cosa si sono privati rifiutando il mistero della transustanziazione e quindi Cristo nel Tabernacolo! Quanti Santi davanti a Gesù eucaristico hanno pregustato le gioie della vita futura, hanno ricevuto rivelazioni, hanno trovato nell’adorazione eucaristica luce beatissima, sapienza, conforto, consolazione, forza, eroismo, energia, iniziativa, pazienza, disponibilità al sacrificio, ispirazione e volontà di compiere le più grandi imprese dell’evangelizzazione, della carità e della santità!
Il luterano è certamente un adoratore di Cristo Crocifisso, e crede nell’efficacia del Sacrificio di Cristo, ma non capisce che la memoria dell’ultima Cena, benchè questa sia avvenuta prima del sacrificio della croce, è memoria riattualizzante di questo Sacrificio, di quella crocifissione che sarebbe avvenuta il giorno dopo, per cui rievocare la Cena non è altro che unirsi al Sacrificio espiatorio, soddisfattorio e redentore di Cristo, è partecipare a questo Sacrificio, partecipando dei meriti di Cristo stesso, ottenendo i frutti di grazia, di misericordia, di perdono e di salvezza, che questo Sacrificio produce.
Invece la Cena protestante, con tutto il rispetto per il suo valore commemorativo, ma isolata dalla forza vivificante del sacrificio della croce, si riduce ad essere niente più che una pia commemorazione puramente storica, così come noi Italiani ricordiamo il 25 aprile come memoria della Liberazione dopo la seconda guerra mondiale o il IV novembre come memoria della Vittoria nella prima guerra mondiale. Certamente, quella cena di 2000 anni fa è una data storica e commovente; ma non è anche un qualcosa di più?
Lo stile della dizione liturgica
L’uso della lingua vernacola introdotto dalla riforma conciliare del rito della Messa assegna al celebrante una maggiore responsabilità e gli richiede una migliore abilità oratoria e capacità di espressione verbale. Il parlato possiede risorse espressive e comunicative che non possiede lo scritto. Per questo la Tradizione vivente è più espressiva della Scrittura e interpreta la Scrittura.
È logico che per capire che cosa ha inteso dire un Autore in un suo libro, bisogna interrogare l’Autore. La Chiesa col suo Magistero assistito dallo Spirito Santo datole da Cristo non fa altro che chiedere a Dio che cosa ha inteso dire in certi passaggi difficili della Scrittura e spiegarlo a noi, escludendo cattive interpretazioni. Questa domanda a Dio può farla anche un fedele comune, ma Cristo ha concesso solo al Magistero l’infallibilità nell’interpretare. È qui che casca Lutero con tutti gli eretici.
Sta qui inoltre l’errore luterano del sola Scriptura. La predicazione illustra, spiega e interpreta il messaggio scritto. Lutero stesso si contraddice quanto in ultima analisi ciò che contava per lui era la parola. Dispiace però il fatto che egli identificasse la sua parola con la Parola di Dio.
Si dice che Lutero avesse un’oratoria efficacissima, travolgente, avvincente, entusiasmante, una parlata popolare e colorita, accessibile a tutti e celebrasse con estremo fervore la Cena e pregasse con calore, lacrime e sospiri. Ottime qualità, ma tanto più pericolose e dannose quanto più l’oratore o il predicatore, ingannato dall’ipocrisia, giocando fra due padroni, desideroso di farsi un nome e di creare discepoli, sotto colore di pietà, di denunciare ingiustizie e soprusi o di purificare o di riformare o di correggere i costumi e la Chiesa, di opporsi ai cattivi pastori e alle eresie, di auspicare giustizia o di tornare al Vangelo, in realtà con ambigue espressioni, astuti sofismi e vani ragionamenti e maliziose interpretazioni, presenta falsi ideali e falsi modelli, fraintende la sana dottrina, falsifica, è reticente, è doppio, inganna, sovverte, confonde e distrugge. Purtroppo è il caso di Lutero come di tutti gli eretici.
Un vizio che capita nei celebranti è quello di una dizione magari chiara e distinta, ma anodina, monotona, fredda, senza calore, inespressiva, burocratica. insipida, senza tonalità, senza convinzione, senza accenti e senza modalità, simile alla lettura di una sentenza giudiziaria in tribunale o al resoconto di un impiegato di banca o alle istruzioni del bigliettaio a una stazione ferroviaria. Il sacerdote pronuncia quelle formule sacre e sublimi, che fanno trepidare gli angeli e spaventare i demòni non per un suo intimo desiderio, ma solo perchè deve pronunciarle per ufficio.
La celebrazione della Messa è un reale colloquio con Dio, che è una Persona rispetto alla quale noi siamo creati ad immagine e somiglianza; per cui il nostro colloquio con Dio va attuato per similitudine o somiglianza col nostro modo di colloquiare con i nostri simili. Non si capisce allora per quale motivo, se non per tiepidezza di fede, un sacerdote che dovrebbe parlare con Dio, sembra che, per la freddezza e la monotonia e la insipidezza del suo parlare, si limiti a ripetere delle formule o bene che vada non dà segno di quel tono di riverenza o di soggezione che si deve avere davanti all’infinita Maestà divina.
Ora certo non pretendo che ogni celebrante reciti come Roberto Benigni o Vittorio Gassman o con la voce rotta come Padre Pio o sciogliendosi in lacrime come San Domenico. Tuttavia è importante per il credente, onde trarre dalla Messa gli immensi frutti che essa sola può dare, che essa sia celebrata o partecipata ogni volta con piena convinzione e attenzione al mistero di salvezza che stiamo vivendo.
La liturgia del Novus Ordo dà spazi di creatività. Certo se ne può approfittarne entro i limiti consentiti, facendo attenzione al tipo di fedeli che abbiamo davanti, con buon gusto, moderazione e senza stranezze o esibizionismi. Ma se manchiamo di questa creatività concessa e non obbligatoria, nulla di male. Si può sempre ripetere la Seconda Preghiera Eucaristica – salvo naturalmente l’eccezione -. L’importante è celebrarla bene.
Tuttavia, io credo che certi sacerdoti potrebbero interrogarsi con quale fervore, con quale convinzione o con quale partecipazione affettiva essi celebrano la Messa. Si tratta semplicemente dell’esecuzione di una prassi burocratica o di un lavoretto o un piccolo affare quotidiano come quello di innaffiare i fiori del giardino o di portare a spasso il cane o di far la spesa al mercato o di scambiare quattro parole col vicino di casa. O si tratta di qualcosa di più?
La gamma delle possibilità espressive orali in una persona normale e in buona salute assomiglia alla tastiera di un pianoforte. Occorre ricordare che esiste un rapporto tra l’arte dell’eloquenza e l’arte dell’esecuzione musicale. Come in un’esecuzione musicale esistono toni bassi e toni alti, volumi alti e volumi bassi, pause e continuità, tempi veloci, andanti e lenti, così similmente, si può parlare velocemente o lentamente, ad alta o a bassa voce, con pause o senza pause, ed esistono modi diversi di esprimere i diversi sentimenti e stati d’animo: un conto è il tono dell’eloquio calmo e pacato, un conto è il tono sommesso, un conto è il tono della supplica o dell’invocazione, un conto è il tono scherzoso o ironico, un conto è il tono serio, gioioso o afflitto, un conto è il tono del rimprovero o dello sdegno, un conto è il tono indicativo o quello esclamativo o quello interrogativo. Un conto è il sussurro, un conto il grido di esultanza, un conto è quello di spavento o di angoscia o di tristezza o di dolore o il tono minaccioso. Il buon predicatore sa usare tutti questi mezzi a seconda delle circostanze e delle necessità, evitando gli eccessi della buffoneria, dell’esibizionismo, dell’agitazione e della scompostezza, che sono fastidiosi e possono anche farci apparire ridicoli.
Così per esempio vediamo in Cristo stesso il tono umile, mite e dimesso che fa dire di lui Matteo: «Non si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12,19). Ma indubbiamente quando ha cacciato i venditori dal tempio non avrà parlato a voce sommessa e così pure in altre occasioni Gesù, come riferiscono Gli Evangelisti, «gridò a gran voce» (Mt 27,46; Lc 8,28.54; Gv 7,37; 11,43; 12,44). E d’altra parte Dio ordina al profeta Isaia: «grida a squarciagola, non aver riguardo, come una tromba alza la voce: dichiara al mio popolo i suoi delitti, alla casa di Giacobbe i suoi peccati» (58,1).
Voglio dire qualcosa anche sulle parole con le quali il celebrante congeda i fedeli alla fine della Messa. La formula latina «ite, missa est»» è tradotta male col famoso «andate, la Messa è finita». La parola «messa» viene dal participio passivo missa, da mittere e sottintende la comunicazione ai fedeli che l’Offerta è stata inviata al Padre. Dette queste parole di rito, è chiaro che non c’è da aggiungere altro. Quello che invece è biasimevole o che quanto meno mi pare inopportuno, è l’abitudine che alcuni celebranti hanno di salutare i fedeli, dopo il rituale congedo liturgico, con un «buona giornata», come potrebbe fare il fornaio dopo che il cliente ha acquistato il pane o il gestore del ristorante col cliente che ha fatto un buon pranzo.
Questi gesti mi sembrano sconvenienti per il fatto che il saluto liturgico contiene già in sè virtualmente il saluto profano, mentre l’aggiunta di questo a quello dà l’impressione che, non bastando quello, sia bene aggiungere questo. Sarebbe come aggiungere una porzione di zucchero a un dolce.
Questo modo di procedere mi sembra che denoti una certa mancanza del senso del sacro e la tendenza a secolarizzare il rito della Messa. Un conto è la mensa eucaristica e un conto è un pranzo a un ristorante. Un conto è il saluto liturgico e un conto è il saluto del fornaio o del gestore di un ristorante. Un pranzo può seguire a una Messa di nozze, ma le due cose devono essere separate. Il profano ha una sua precisa funzione di introdurre al sacro o di preparare al sacro. Ma il sacro ha una sua propria simbologia senza che occorrano segni profani. Il sacro basta a se stesso e non ha bisogno di aggiunte profane, perchè non lo onorano, ma lo sviliscono. Il profano ha bisogno del sacro, ma il sacro basta a se stesso.
Importante è anche il movimento delle mani e delle braccia, movimenti con i quali si possono esprimere intenzioni diverse: come per esempio il famoso «puntare il dito», tutti i segnali che si possono dare con le mani e con le braccia, segnali che tutti capiscono e che a volte sono eloquenti per se stessi oppure rafforzano la significatività di ciò che stiamo dicendo.
Offro ai lettori queste mie considerazioni e proposte sperando che essi vi trovino degli spunti per realizzare o auspicare un miglioramento della celebrazione della Messa.
Non so come la mia proposta dell’uso di due altari potrà essere accolta dalle competenti Autorità, ma intanto ho ritenuto bene di farla conoscere ai Lettori, tra i quali ci sono simpatizzanti per il Vetus Ordo, oltre a naturalmente coloro che seguono il Novus Ordo. Se la mia proposta incontra favore tra di loro, si può creare un corrente d’opinione tale da offrire alle Autorità competenti e a coloro che sono esperti più di me degli spunti di riflessione che credo utili per prendere gli opportuni provvedimenti e, se sarà volontà di Dio, operare gli opportuni cambiamenti, nella speranza che una proposta del genere possa servire a una conciliazione tra fratelli attualmente scandalosamente divisi proprio laddove dovrebbero dar mostra di essere maggiormente uniti.
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 16 settembre 2026
La presenza di due altari potrebbe a mio avviso essere utilizzata e valorizzata in una nuova riforma del rito della Messa che andasse incontro sintetizzandole alle due istanze differenti del Vetus e del Novus Ordo.
Immagini da Internet:
- Duomo di Siena
- Santa Gemma Galgani


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