10 dicembre, 2024

Dialettica e diabolica - Il progetto di Hegel - Quarta Parte (4/4)

 

Dialettica e diabolica

Il progetto di Hegel

 
Quarta Parte (4/4)
 
 Modalità etica della dialettica hegeliana

Da quanto detto fin qui apparirà chiaro al lettore come la dialettica hegeliana non va intesa solo come un semplice processo logico del concetto, del pensiero o della ragione, una battaglia di idee, ma – secondo quanto Hegel ci dice esplicitamente – anche come forza viva inesauribile, spirituale, irrequieta, creatrice, plasmatrice e polemica, paga del suo stesso contraddirsi e contraddire, bisognosa essa stessa di porsi davanti un’antitesi per opporsi ad essa, perché lo stesso essere, come abbiamo visto, è antinomico.

La dialettica hegeliana è un moto della volontà indirizzata non al bene reale, ma al bene apparente. Infatti qui l’uso volontario di questa dialettica non è così innocente come quello che si basa sull’aristotelismo, dove la dialettica è finalizzata alla ricerca della verità per mezzo del confronto di tesi opposte. 

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Hegel giustifica con la sua dialettica la sua idea che la guerra è la legge del progresso storico. Il progresso per lui è rottura, è la negazione o distruzione di quello che c’è e la sua sostituzione con una novità che nulla ha a che vedere con ciò che c’era prima.

L’essere, oggetto della metafisica, ha, come dice Aristotele, molti sensi, è analogico e diversificato. È l’essere reale. L’essere reale si oppone al nulla. Invece la logica, che ha per oggetto l’ente di ragione, pone sotto il concetto dell’essere tanto la categoria dell’essere reale quanto il nulla, che così appare come se fosse essere.

Non sappiamo che cosa farcene dei concetti fluidi. Sentiamo che non è dignitoso essere canne sbattute dal vento. Siamo fragili, ma vogliamo resistere alle tempeste. Non ci basta ciò che è precario e corruttibile. La nostra vita non finisce con la morte. Abbiamo bisogno di parole che non passano.  Abbiamo bisogno di Qualcuno a cui dire: «Tu hai parole di vita eterna».

Immagine da Internet: Gesù Cristo, Monreale

09 dicembre, 2024

Dialettica e diabolica - Il progetto di Hegel - Terza Parte (3/4)

 

Dialettica e diabolica

Il progetto di Hegel

 
Terza Parte (3/4)
 

Come funziona la dialettica hegeliana

Per Hegel la dialettica è un affermare-negare costruttivo spirituale come «metodo assoluto del conoscere ed insieme l’anima immanente del contenuto stesso». Essa è opera della ragione:

 

«La ragione è negativa e dialettica perché dissolve nel nulla le determinazioni dell’intelletto. Essa è positiva perchè genera l’universale e in esso comprende il particolare». «Lo spirito nega il semplice e così pone la determinata differenza dell’intelletto. Ma insieme la dissolve e così è dialettico. Senonchè esso non si ferma al nulla di questo risultato, ma in questo risultato stesso è parimenti positivo ed ha così restaurato quel primo semplice, ma come universale che in sé è concreto».

Notiamo un’esasperazione estremistica dell’antitetica dialettica fino al punto di annientare le determinazioni dell’intelletto, salvo poi a risorgere - difficile sapere come - grazie all’«immane» e «magico potere del negativo». Non è chiaro che cosa sia in Hegel questo negativo che egli attribuisce allo spirito e che pare avere più influsso sul  reale che non lo stesso positivo.

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Da notare che l’opposizione tesi-antitesi rimane. Qual è allora il risultato? C’è una vittoria certa, definitiva e stabile del bene sul male? C’è una vittoria della giustizia sul peccato? C’è una vita eterna libera dalla morte? C’è una verità definitiva che non possa più essere rimessa in discussione? C’è un bene assoluto, saldo, immutabile, incorruttibile, che non possa mai essere perduto? C’è una cessazione della sofferenza?

La risposta di Hegel è molto deludente: nessuna soluzione a questi problemi, perché Dio stesso è impigliato in essi e non sa venirne fuori. È meglio dunque accettare il nostro destino così com’è. Nietzsche non era lontano da Hegel quando parlava di amor Fati.

Come Cartesio si vantava di aver insegnato all’umanità a pensare, così Hegel si vantava di aver scoperto la logica, mentre ben altra è la verità. In realtà né Cartesio è lo scopritore del pensiero, né Hegel è lo scopritore della logica, ma semplicemente entrambi non fanno che ritornare ai primi passi della filosofia e all’antica sofistica di Protagora confutata da Aristotele. Così si deve dire che è Aristotele perfezionato da San Tommaso d’Aquino a costituire l’età adulta della filosofia a tutt’oggi raccomandata dalla Chiesa.

 Immagine da Internet: Protagora

08 dicembre, 2024

Dialettica e diabolica - Il progetto di Hegel - Seconda Parte (2/4)

 

Dialettica e diabolica

Il progetto di Hegel

 
Seconda Parte (2/4)
 

Il bisogno di Hegel

A differenza di filosofi come Aristotele o San Tommaso il cui bisogno è quello della verità, il bisogno fondamentale di Hegel è un bisogno di unità. Hegel non sente il bisogno di adeguare il proprio pensiero a una realtà esterna già data, dalla quale dedurre poi la causa prima. Il suo bisogno fondamentale non è quello di vedere, ma di organizzare in unità. Non gl’interessa la molteplicità degli enti, ma la totalità (Ganzheit) raccolta nell’Uno. In ciò assomiglia a Plotino.

Hegel sa che l’Assoluto è uno solo, ma sbaglia nella sua volontà di unificazione dell’essere al nulla, del vero al falso e del bene al male, quando invece sappiamo che l’essere si oppone al non-essere, il vero al falso, il bene al male. La vera conciliazione concilia il conciliabile, non l’inconciliabile. È proprio l’amore per l’unità, per la pace e la concordia che giustifica l’opposizione del paradiso all’inferno. Hegel serve a due padroni proprio perché il suo Assoluto mette assieme Dio col diavolo.

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Ad Hegel manca il concetto platonico dell’essere per partecipazione, la metessi, che si distingue dall’essere per essenza. Egli dispone solo del concetto di parte relativa al tutto, concetto, questo, proprio della fisica e della matematica, che non è sufficiente in metafisica, ossia nel campo dell’essere, dove occorre formare un concetto analogico di parte, ossia appunto l’essere per partecipazione, altrimenti si finisce come Parmenide per concepire l’universo non come un insieme di enti, ma come un unico tutto intero, come una torta o una mela da tagliare a fette.

Hegel infatti non si è accorto che è stato Aristotele a farci comprendere l’intellegibilità del divenire senz’alcun bisogno di un’impossibile contradditorietà della realtà, ma nel pieno rispetto del principio di non-contraddizione, fino a darci la possibilità di istituirne la scienza, che è appunto la fisica, che a sua volta consente il dominio e l’utilizzazione della natura per i bisogni umani e quindi l’istituzione della tecnica.

Infatti, come è noto, per Aristotele il divenire non è altro che l’atto dell’ente in atto che passa dalla potenza all’atto. Ciò suppone le due nozioni ontologiche di atto e potenza, che purtroppo sono sfuggite ad Hegel. Egli ha avuto un forte senso della potenza attiva, ma ha ignorato quella passiva, necessaria per concepire la materia come soggetto della forma. 

Immagine da Internet: La saggezza dà ad Aristotele la chiave del tesoro della ragione

07 dicembre, 2024

Dialettica e diabolica - Il progetto di Hegel - Prima Parte (1/4)

 

Dialettica e diabolica

Il progetto di Hegel

Prima Parte (1/4)

 Il vostro parlare sia sì, sì, no, no.

Il resto appartiene al diavolo

Mt 5,37

Dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore

Sap 13,5

 La strana corrispondenza fra due parole

Nessuno pensa ad accostare la dialettica al diavolo. In un trattato sul diavolo non troverete mai un capitolo dedicato alla dialettica. Così per converso i filosofi che trattano di dialettica facilmente non credono neppure all’esistenza del demonio.

Eppure l’etimologia delle due parole, estremamente significativa, ci mette sulla strada per scoprire il nesso che esiste tra l’attività dialettica, in particolare quella hegeliana e l’attività del diavolo.

Il significato delle due parole si arricchisce e s’illumina accostandole ad una terza, di simile etimologia: analogia, da cui il termine analettica.  In due di esse è presente la particella dià che comporta divisione; in una la particella anà che dice congiunzione; in due è presente il logos, la ragione; in una è presente il verbo diaballo, verbo composto da dià e ballo, dove ballo vuol dire: lancio, colpisco, getto addosso, mentre dià fà da rafforzativo, sicchè diaballo vuol dire: metto male tra due persone; disunisco; calunnio; scredito; rendo odioso. Diabolè è la falsa accusa, la calunnia, la denigrazione. Si tratta di tutte attività proprie del diavolo E si capisce allora perché lo si chiami così. E la Scrittura, del resto, lo chiama l’Accusatore. Gesù lo chiama il Menzognero.

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Don Giovanni un giorno mi disse. «San Tommaso ed Hegel s’incontrano sulla questione dell’essere. Ma poi sorge tra loro un abisso, perché mentre Tommaso distingue l’essere dal pensiero, Hegel li identifica». Era detto tutto.  Mi pose in mano il bandolo della matassa che mi permise di orientarmi nell’affascinante e indisponente labirinto hegeliano e di scoprire l’anima di Hegel nei suoi più profondi intenti, perché il mio grande desiderio, oltre a quello di Dio, è sempre stato, ed oggi più che mai come sacerdote, quello di capire l’anima del mio prossimo. E ogni anima è un mistero diverso dall’altro. Ho sempre fatto mio il detto di San Giovanni Bosco: «da mihi animas, caetera tolle». E quale gusto più grande che capire l’anima dei filosofi?


Dunque, dopo sessant’anni di letture hegeliane seguendo il filo datomi da Don Buzzoni, sono giunto alla conclusione che l’anima di Hegel si trova in una pagina della Fenomenologia dello Spirito. Qui scopriamo come intende la filosofia, che cosa è la sua dialettica e in che senso egli nega il principio di non-contraddizione.

Di quale «spirito» parla Hegel? Sono io e al contempo è Dio. Tuttavia restiamo perplessi, perché questo «spirito», sembra solo; non parla mai di una molteplicità di spiriti; e poi questo spirito, che Hegel chiama «Spirito del mondo» (Weltgeist), sembra essere tutto, sempre e solamente dedito ad una sistematica, metodica ed irresolubile conflittualità, col pretesto del «progresso» e nel nome stesso della «riconciliazione». È interessante che Hegel, che pur si diceva cristiano luterano, non dà mai allo Spirito l’attributo di «santo».

 
Immagini da Internet:
- San Giovanni Bosco

05 dicembre, 2024

Riflessioni sui segreti di Medjugorje - Circa un libro di Padre Fanzaga

 

Riflessioni sui segreti di Medjugorje

Circa un libro di Padre Fanzaga

L’anno scorso Padre Livio Fanzaga ha pubblicato un libro dal titolo Apostoli di Maria, per le Edizioni SugarCo di Milano, dove tratta dei famosi «dieci segreti» di Medjugorje. Il notissimo fenomeno di Medjugorje da quarant’anni sparge nel mondo indubbiamente un’immensa quantità di bene e dà un contributo validissimo all’opera della Chiesa per la realizzazione della riforma promossa dal Concilio Vaticano II in comunione col Papa, e per salvezza del mondo contrastando validamente l’opera distruttiva compiuta dai nemici del cristianesimo esterni ed interni alla Chiesa.

La divina sapienza dei messaggi mariani, incessantemente ripetuti per i duri di cuore e di orecchi, la condotta lodevole dei veggenti, lo zelo dei Padri Francescani del luogo, l’infinità delle affollatissime celebrazioni liturgiche, delle adorazioni eucaristiche, del sacramento della penitenza e dei Rosari, i miracoli e le liberazioni da Satana che avvengono, le innumerevoli conversioni, gli infiniti gesti di carità. l’atmosfera di straordinaria ed intensa religiosità, il meraviglioso clima di raccoglimento e di preghiera, che si respira a Medjugorje, il potere di aver attirato decine di milioni di pellegrini, l’irrisione, il disprezzo e la diffidenza e l’indifferenza provenienti dagli atei, dai miscredenti e dalla gente di mondo, sono tutti segnali convincenti che a Medjugorje c’è il dito di Dio e il diavolo ha un’immensa rabbia. 

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L'Apocalisse è una sola: è la rivelazione giovannea della Venuta finale. Nel frattempo non c’è nessun’altra Apocalisse, ma semplicemente ci dev’essere la nostra preparazione all’Apocalisse. 

Maria non viene ad annunciare dei doppioni, o delle copie prefigurative dell’Apocalisse, ma semplicemente il nostro dovere di prepararci all’Apocalisse di suo Figlio, quella contenuta nella Scrittura nell’interpretazione della Chiesa. 

Immagine da Internet: Padre Livio Fanzaga

03 dicembre, 2024

Lutero e Cartesio - I motivi di un’alleanza - Terza Parte (3/3)

 

Lutero e Cartesio

I motivi di un’alleanza

 Terza Parte (3/3)

 Dio in me

La modernità ci propone un approfondimento di come ognuno di noi si rapporta con Dio nella sua coscienza. Chi è Dio per me? Come so che esiste in me? Come mi appare? Come Lo vedo? Come mi comporto con Lui? Sono in pace con Lui? Che cosa ha fatto per me? Sono sincero con Lui? Ho peccato o sono in grazia?

Ma il dramma, del quale ancora Lutero e Cartesio allora non erano consapevoli, dramma gravido di conseguenze nefaste, è stato che questa presa di coscienza, quest’operazione di scavo in se stessi, di guardarsi dentro, questo interrogarsi sul valore della propria esistenza, del proprio agire e pensare  si sono attuati in una forma non sempre umile e sincera, ma anche un una forma chiusa, autoreferenziale, soggettivistica e autarchica, alla fine asfissiante, tale per cui l’immanenza di Dio nell’io, separandosi dalla precedente impostazione cristiana realista e creazionista, nei secoli successivi fino ad oggi, si è mutata, per logica conseguenza, nell’io che ha preso il posto di Dio, sicchè il Tu divino è scomparso ed è rimasto solo l’io, la cosiddetta «soggettività» o «io trascendentale» degli idealisti, che vorrebbe avocare a sé l’immane compito  di fondare l’essere col suo pensare, col risultato tragico che tutti conosciamo, ma che non tutti riconosciamo perché ad alcuni  va bene così, mentre vedono gli effetti nefasti, ma non sanno risalire alle cause.  

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Si trattò allora di modificare l’atto stesso di fede, così da mutarlo da conoscenza mediata dalla ragione, come abbiamo nella concezione cattolica, in esperienza immediata del dato rivelato.

In altre parole, la stessa Parola di Dio viene concepita come razionale, sicchè non si trattava più del mistero sovrarazionale in armonia con la nostra ragione, rivelato da Dio per mezzo della Scrittura e della Tradizione ed interpretato dal Magistero della Chiesa, ma di identificare lo stesso atto di fede con un atto della nostra ragione, che accoglie la verità divina, che a sua volta è razionale. Non occorre più, quindi, per Lutero, la mediazione dell’autorità del Magistero della Chiesa per conoscere la Parola di Dio e credere in essa, perché essa stessa appare e si rivela direttamente nella nostra ragione e nella Sacra Scrittura.

Quando non si sa come armonizzare la ragione con la fede, ma le si vede l’una opposta all’altra, l’unica maniera è quella di confonderle o identificarle tra di loro. Ed è così che dall’irrazionalista fideista Lutero salta fuori il razionalista fideista Cartesio, a sua volta seguìto dal razionalista assoluto e panteista Hegel.


In fondo Lutero e Cartesio non fanno che riprendere l’opposizione dei primi secoli fra Pelagio e Tertulliano: Pelagio, che considera la grazia non come soprannaturale e gratuita, aggiunta alla natura, ma come una conquista e un premio della natura perché per lui la fede è una ragione pienamente sviluppata, un sapere non mediato ma immediato di Dio, e Tertulliano, precursore di Lutero, per il quale Tertulliano, in forza del suo odioso principio credo quia absurdum, la grazia non perfeziona la natura, ma ne suppone la negazione o distruzione. Sarà, questa la «natura totalmente corrotta», della quale parlerà Lutero.

Per Lutero è sufficiente la grazia senza la natura. Per Cartesio è sufficiente la natura senza la grazia. Ma siamo sempre lì. Come i due oppongono fede e ragione, natura e grazia, così le confondono, venendo a dire la stessa cosa: la ragione è la fede e la natura è grazia. 

 Immagini da Internet: Tertulliano e Pelagio

02 dicembre, 2024

Lutero e Cartesio - I motivi di un’alleanza - Seconda Parte (2/3)

 

Lutero e Cartesio

I motivi di un’alleanza

 Seconda Parte (2/3)

 Il principio della coscienza

Lutero e Cartesio, con la loro esagerata attenzione all’io, sono ricaduti nell’antico soggettivismo di Protagora, già confutato da Aristotele. E tuttavia nel contempo hanno messo maggiormente a fuoco il mistero e la dignità della coscienza; hanno gettato su di essi una nuova luce sul potere di verità morale (Lutero) e speculativa (Cartesio) della coscienza individuale (l’io). E in ciò si ha il passaggio dalla gnoseologia medioevale alla gnoseologia moderna, con importantissime conseguenze nella morale, nell’ordinamento della società e della Chiesa e nella comprensione della dignità della singola persona umana.

Considerando il nostro stato d’animo quando esprimiamo un giudizio o un parere, Aristotele distingue l’opinare dal sapere, l’opinione dalla scienza. Esprimo un’opinione, quando non sono del tutto sicuro di quello che dico, propendo per una tesi, ma ammetto che mi potrei sbagliare e che potrebbe esser vera la tesi opposta. Questa è l’esperienza del dialettico. 

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I protestanti e gli anglicani, a cominciare da Leibniz e Berkeley, si sono accorti che esiste un’affinità tra il razionalismo di Cartesio e il fideismo di Lutero, per quanto opposti essi siano l’uno all’altro: la fede che fa a meno della ragione e la ragione che fa meno della fede alla fine sono la stessa cosa: la visione diretta dell’Assoluto, la si chiami fede o la si chiami ragione. Se poi questo Assoluto, come in Lutero e in Cartesio, è la mia coscienza, ancora meglio.

Lutero e Cartesio stessi, nel modo stesso di voler proporre rispettivamente la riforma della Chiesa e della filosofia erano infetti da quello stesso soggettivismo protagoreo che era stato alla base dell’umanesimo pagano.

È interessante come entrambi sono nemici di Aristotele, il cui pensiero, purificato da San Tommaso, la Chiesa aveva fatto suo per l’interpretazione della Scrittura e per la formulazione dei dogmi. Non capirono che un legittimo richiamo alla dignità della coscienza e alla libertà dello spirito non richiedeva assolutamente il ripudio del realismo aristotelico-tomista, che la Chiesa ormai aveva fatto suo per sempre.
 

Immagini da Internnet:
- Dignità, Conti
- Il Quarto Stato, Pellizza

01 dicembre, 2024

Lutero e Cartesio - I motivi di un’alleanza - Prima Parte (1/3)

 

Lutero e Cartesio

I motivi di un’alleanza

 Prima Parte (1/3)

L’oggettività e la soggettività

Per indagare le realtà profonde e sublimi alcuni seguono la via che parte dall’io, dal soggetto, ascoltando la propria coscienza, sentono Dio in se stessi ed entrano in dialogo con Lui; altri invece amano guardare al mondo e descrivere le cose oggettivamente in se stesse o dire come stanno o trattano dell’essere, delle cause prime e dei princìpi della realtà, fino ad elevarsi alla conoscenza di Dio. Vanno alla ricerca dei fondamenti, si pongono gli ultimi perchè e vogliono esprimere un sapere radicale, certo, incontrovertibile, fondamentale, universale, immutabile, necessario ed onnicomprensivo.

I primi li troviamo nei Salmi della Scrittura; i secondi, nel libro della Sapienza o dei Proverbi o nel Siracide della medesima Scrittura. I primi hanno come grandi rappresentanti Sant’Agostino o Platone; i secondi, San Tommaso o Aristotele.

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Il proposito di Lutero è simile a quello di Cartesio: riformare: riformare la Chiesa, Lutero; riformare il pensiero. Ma entrambi, invece di riformare deformano, cioè non accolgono una forma già esistente purificandola e migliorandola, senza mutarla. Invece Lutero toglie alla Chiesa alcuni elementi essenziali e Cartesio toglie al pensiero il suo orientamento all’essere e lo chiude in sé stesso, vorrebbe renderlo autarchico come fosse il pensiero divino.

Sia Lutero che Cartesio sono preoccupati del problema della verità: verità di ragione, Cartesio; verità di fede, Lutero. Diverso tuttavia è nei due il modo di impostare la questione: Cartesio è convinto di aver trovato lui finalmente il fondamento della verità, mentre fino ad allora l’umanità aveva navigato nell’incertezza. Lutero, invece, era convinto di aver ritrovato lui la verità del Vangelo, dopo che essa era stata offuscata dal Magistero della Chiesa.

Io però vorrei chiedere a Lutero: come hai saputo che la Bibbia contiene la verità se non dalla Chiesa, dalla quale sei stato istruito? E allora come fai, in base a quale criterio tu adesso in nome della Bibbia pretendi di avere ragione contro la Chiesa?

E a Cartesio chiederei: tu come fai in nome del principio di non-contraddizione, che supponi nel momento che ritieni vero il tuo cogito, a rifiutare Aristotele, lo scopritore del principio di non-contraddizione? In nome di che cosa rifiuti il principio di non-contraddizione?

Immagini da Internet

26 novembre, 2024

Il Giudizio di Dio - Il mistero della morte - Terza Parte (3/3)

 

Il Giudizio di Dio

Il mistero della morte

Parte Terza (3/3)

 Il libero arbitrio è indebolito ma non distrutto

È sorprendente come Lutero, così portato ad analizzare se stesso, non si rendesse conto dell’esperienza che tutti abbiamo del libero arbitrio. Sappiamo infatti benissimo quand’è che vogliamo e quand’è che non vogliamo. Sappiamo benissimo di poter volere o non volere. Sappiamo benissimo di poter scegliere questo o quello; decidiamo di farlo e l’atto si avvera. Sappiamo che quella data cosa l’abbiamo voluta, mentre avremmo potuto non volerla. Quando siamo lucidi, siamo coscienti del fatto che noi stessi poniamo i nostri atti spiegando il motivo e siamo ben coscienti del fatto che li abbiamo posti noi. Li abbiamo voluti noi e sappiamo di averli voluti.

Dunque, che cosa ci viene a raccontare Lutero col suo «servo arbitrio»? Il libero arbitrio, a seguito del peccato originale, - come osservò successivamente il Concilio di Trento - è indebolito, ma non estinto. Sono gli animali, non gli uomini ad essere privi di libero arbitrio. 

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La predestinazione non è, come credeva Lutero, il fatto che Dio ha già deciso se scegliermi o non scegliermi, in modo tale che se non mi ha scelto, qualunque opera buona io faccia non mi conta nulla, perché comunque andrò all’inferno. E non vuol dire neppure che se mi ritengo predestinato, posso commettere liberamente qualunque peccato perché comunque mi salverò.

La predestinazione della quale parla San Paolo in Rm 8,28-30 è il fatto che Dio dall’eternità, pur offrendo a tutti la possibilità di salvarsi, di fatto ha deciso per suoi imperscrutabili motivi di scegliere solo alcuni (gli «eletti»), ed avendoli scelti, muove infallibilmente la loro libera volontà all’acquisto della salvezza. Quelli che non ha scelto sono quelli che per colpa loro rifiutano la grazia salvifica a loro offerta. Per cui Dio dall’eternità non li spinge al peccato (cosa orribile a pensarsi), ma semplicemente sa che non si salveranno perché non vogliono, avendoli lasciati liberi di fare la propria volontà. 

Io decido di amarlo perché Egli stesso causa in me questo atto del libero arbitrio. Io andrò all’inferno perchè ho deciso di fare la mia e non la sua volontà. Questa è la verità insegnata dalla Bibbia.

San Paolo ci esorta  a curare la nostra salvezza con «timore e tremore». Di che si tratta? Il vero e sano timore di Dio è un dono dello Spirito Santo, è quell’atteggiamento di riverenza ed umiltà davanti a Dio, dettato dallo Spirito Santo, per il quale teniamo nella massima considerazione la sua volontà sapendo che la nostra esistenza e il nostro bene dipendono da Lui e dall’obbedienza a Lui, per cui mettiamo la massima cura nell’evitare il peccato, la cui conseguenza è l’inferno. 

 È estremamente improbabile che coloro che per lungo tempo in precedenza sono stati fedeli al Signore, lo respingano in punto di morte. Possiamo invece pensare che a coloro che da tempo lo avevano avversato, nell’imminenza della loro morte, Dio, nella sua misericordia, dia a loro un’ultima, estrema possibilità di salvezza, faccia un’ultima accorata profferta del suo amore. Che sappiamo allora di certi grandi peccatori se si sono dannati? Non potrebbero essersi pentiti all’ultimo istante?

Immagini da Internet:
- La Maddalena, Francesco Rustici
- Seneca morente, Rubens

25 novembre, 2024

Il Giudizio di Dio - Il mistero della morte - Seconda Parte (2/3)

 

Il Giudizio di Dio

Il mistero della morte

Parte Seconda (2/3)

 

 La morte del martire e la morte del suicida

La vita è un bene prezioso. Ma noi abbiamo la facoltà di rifiutarla in nome di un bene superiore o che giudichiamo migliore. Abbiamo qui due atti umani opposti, che potrebbero sembrare in qualche modo simili: quello del suicida e quello del martire. Entrambi disprezzano la vita e non temono di andare incontro volontariamente alla morte per libera scelta, giudicando il morire cosa buona.

Entrambi vogliono morire. Eppure il suicida pecca mentre il martire compie un atto di amore eroico. Come mai questa differenza? Essa dipnde dal diverso motivo per il quale vogliono morire. Il semplice voler morire non è ancora suicidio. 

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All’inizio del suo cammino spirituale Lutero si metteva davanti al giudizio divino con terrore, perché mancava della consapevolezza della bontà divina, cioè che Dio, come è chiaramente insegnato dalla Bibbia, è un Signore leale, che fa un patto con noi, stipula un contratto di lavoro e al termine della giornata, che rappresenta il momento della morte, ci convoca a render conto di quanto abbiamo fatto e con piena lealtà, paga ognuno secondo il patto convenuto.

È questo fatto che dà pace e sicurezza alla coscienza. Ma ciò suppone il funzionamento del libero arbitrio, cosa che Lutero si ostinò sempre a negare, nonostante l’esperienza che ognuno di noi fa, al di là della nostra fragilità e delle nostre impotenze, di questa facoltà che caratterizza a differenza dalle bestie la dignità della persona umana.

Lutero ha un concetto inadeguato della causalità divina, che egli riduce al funzionamento delle cause fisiche. È vero che ciò che Dio vuole non può non avverarsi: ma ciò non vuol dire che l’atto dell’effetto causato da Dio sia necessariamente necessario: può essere contingente come l’atto del libero arbitrio e nondimeno essere causato da Dio, che è causa prima, mentre l’atto del libero arbitrio è una causa seconda ed è ovvio che la causa seconda è causata dalla causa prima.

Lutero non ha capito come lo Spirito di Dio causa ontologicamente gli atti delle volontà create, si tratti del giusto o dell’empio, degli angeli o dei demòni, senza per questo causare il male che compiono. A prescindere cioè dal fatto che si tratti di un atto buono o cattivo, Dio comunque è la causa dell’atto in senso ontologico in quanto Egli è la causa prima e il creatore di tutte le cose.

Se poi quest’atto è buono, occorre aggiungere che la bontà divina è la causa della bontà morale dello stesso atto. Ciò non toglie affatto che nel contempo questo atto sia meritorio, perché in questo caso Dio dà all’agente la grazia di poter compiere l’atto che merita il premio celeste. 

Immagini da Internet: Dio Creatore e Cristo Giudice, Michelangelo


24 novembre, 2024

Il Giudizio di Dio - Il mistero della morte - Prima Parte (1/3)

 

Il Giudizio di Dio

Il mistero della morte

Parte Prima (1/3)

 

Non sapete né il giorno né l’ora

Mc 13,35

Tenetevi pronti, perché nell’ora che non immaginate il Figlio dell’uomo verrà.

 Mt 24, 44

 Preparàti alla morte

Gesù Cristo collega la futura nostra morte alla sua venuta come Giudice glorioso e misericordioso. Così l’attesa della morte per il cristiano è l’attesa di Cristo. È evidente quanto questo pensiero sia consolante ed incoraggiante. La tetra ombra della morte è assorbita dalla luce gioiosa di Cristo. Non ci viene incontro la morte ma la Vita che ha vinto la morte.

Oppure si può dire che per il cristiano la morte apre le porte della Vita. Viene Colui che fa cessare in noi per sempre ogni sofferenza, ogni angoscia, ogni turbamento, ogni tormento, ogni dubbio, ogni colpa. È la venuta dello sposo, del quale parla la parabola delle dieci vergini. Ciò ci stimola a tenere i conti a posto, in modo che alla sua venuta sappiamo presentarGli un rendiconto onorevole e lodevole, così che non ci sia più nulla da pagare e, se ci fosse, ci attende il purgatorio. E se non avessimo fatto quello che dovevamo fare? Se avessimo sepolto il talento anziché trafficarlo? Dio non voglia!

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Cristo ci fa presente che la morte può giungere da un momento all’altro, anche in gioventù e mentre si gode piena salute: un incidente stradale, un’alluvione, un infortunio sul lavoro, un terremoto, una distrazione fatale, un atto terroristico, un infarto, un ictus cerebrale.

La frequente meditazione sulle gioie del paradiso è un esercizio molto utile per tenerci pronti ad accogliere la venuta del Signore. La morte diventa in qualche modo desiderabile, non certo in sé stessa, ma in quanto condizione necessaria per l’incontro con Cristo.

Bisogna fare in modo che le gioie del paradiso ci appaiano molto concrete e reali, quasi palpabili, come lo sono effettivamente in sé stesse, ma siccome noi per adesso le cogliamo solo con concetti astratti e metafisici, ci appaiono vuote, insipide ed evanescenti a confronto con i piaceri di questa terra, i quali, benché assai inferiori in sé stessi, ci appaiono più importanti, più concreti e più appetibili.

 

Lo scorrere del tempo della vita presente consente alla volontà di mutare direzione tutte le volte che lo vuole o verso Dio o contro Dio. Quello che non può evitare è l’inclinazione verso l’assoluto. Col terminare del tempo della vita terrena, viene meno alla volontà la possibilità di far succedere nel corso del tempo, le scelte o per Dio o contro Dio.

Ma perché al momento della morte resta per sempre la scelta che la volontà ha fatto in quel momento? Perchè in quel momento, mancando lo svolgersi del tempo, ormai esaurito, viene meno la stessa possibilità di cambiare scelta che per essenza avviene nel tempo e per questo la scelta resta quella che ha fatto in quel momento: o per Dio o contro Dio.

 

  

Immagini da Internet:
- L'angelo della morte, Emile Jean Horace Vernet 
- Figure, XVIII-XIX Secolo

20 novembre, 2024

Come convertire gli ipocriti

 

Come convertire gli ipocriti

Sulla cattedra di Mosè

si sono seduti gli scribi e i farisei

Mt 23,2

Il peccato di ipocrisia è molto grave e difficilmente rimediabile, perché sorge da una volontà decisa, determinata, cosciente ed ostinata, sorge da una precisa scelta e concezione della vita e rende cieco il peccatore che vi casca.

L’ipocrita è estremamente sicuro di sé e dà l’apparenza di vivere tranquillo in questa convinzione, si mostra affabile con i suoi complici, ha il favore del mondo. Egli è certo di avere ragione e quindi non ascolta nessun avvertimento e nessun rimprovero. Disprezza il giusto che si accorge della sua ipocrisia, gli mostra il giusto cammino, lo rimprovera e gli smaschera i suoi inganni. Lo deride o lo ignora come se questi fosse uno stupido o un invidioso del quale non occorre tenere nessun conto. Ed avendone la possibilità, per poter sbarazzarsi di lui gettandogli addosso una cattiva fama, lo calunnia e gli dà una pugnalata alla schiena o simile ad un serpente gli si avvicina dolcemente e lo morde col suo veleno.

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Indubbiamente Cristo sapeva leggere nei cuori ad una profondità che a noi non è concessa. Come possiamo sapere se una persona che mostra molto zelo religioso e compie opere buone verso il prossimo è sincera o è un’ipocrita? Come sappiamo se opera veramente per Dio o per un successo umano? Come sappiamo se ha una fede autentica o se la sua è una pratica religiosa per aver successo in un ambiente religioso?

Immagine da Internet:
- Gesù, i farisei e gli scribi, miniatura del XV secolo dal codice De Predis. Biblioteca reale di Torino.