Predicare oggi
Prima Parte (1/4)
Educare alla fede
Come è noto, Cristo incaricò gli Apostoli di annunciare il Vangelo a tutto il mondo conducendo gli uomini a credere nel messaggio di Cristo per ottenere la salvezza eterna. Dovendo pertanto il Vangelo, per volere di Cristo, essere insegnato fino alla fine del mondo, questo ufficio è passato ai Vescovi sotto la guida dei Sommi Pontefici, Successori di Pietro.
Tuttavia apparve subito fin dall’inizio dell’opera evangelizzatrice, che essa doveva essere attuata gradualmente, preparata da una preevangelizzazione, che rendesse le persone disponibili ad accogliere la Parola di Dio. Sia l’opera evangelizzatrice che quella pre-evangelizzatrice è di competenza dei Successori degli Apostoli sotto la guida del Papa.
La Lettera agli Ebrei (6,1) distingue un insegnamento iniziale su Cristo (tes archès tu Cristù logos) da un insegnamento più completo (teleiòteta). Si comprese quindi subito la differenza tra l’opera educativa di iniziazione alla fede, che occorreva compiere a favore dei fanciulli e dei giovani, e l’annuncio del Vangelo agli adulti preparato da una previa opera apologetica ed introduttiva.
Ci si accorse cioè del fatto che l’evangelizzazione affidata da Cristo agli Apostoli e ai loro Successori, ovvero l’educazione alla fede e la formazione cristiana, comportava due livelli o due uffici educativi: uno iniziale, quello catechistico, affidato ai genitori o di chi per loro, come per esempio la scuola, per l’educazione dei fanciulli e ai catechisti di professione per l’iniziazione cristiana degli adulti; e un livello completivo, sempre comunque perfezionabile, per esempio nella scienza teologica, quello della predicazione dotta, il quale, affidato ufficialmente da Cristo ai Vescovi, poteva essere partecipato da collaboratori chierici o laici.
La predicazione cristiana è un’attività di insegnamento, di istruzione o di ammaestramento, mediante la parola, la conversazione, il dialogo, la discussione, l’argomentazione, la dimostrazione, la persuasione, avente per oggetto l’esposizione della dottrina di Cristo, ossia di quelle verità che Cristo per mandato di Dio Padre ha insegnato agli Apostoli, verità salvifiche da Lui rivelate concernenti i misteri del Regno di Dio, verità formulate in proposizioni, che Egli propose loro a credere, incaricandoli, sotto la guida di Pietro, di conservarle diligentemente, di ammaestrare con esse tutti gli uomini, assicurando ad essi la sua assistenza fino alla fine del mondo, avvertendo che chi avesse creduto si sarebbe salvato, mentre chi non avesse creduto, si sarebbe perduto.
La predicazione evangelica è una vera e propria attività magisteriale. Il predicatore è un maestro, un insegnante, un docente, perchè la predicazione è un’istruzione intellettuale, un’illuminazione della mente, uno stimolo al ragionamento, è la dimostrazione di una verità, non certo con prove razionali, ma con segni di credibilità, che rendano possibile e doverosa la fede.
È la trasmissione di una dottrina, è la comunicazione verbale di un insieme di certezze, asserzioni o proposizioni vere, sicchè l’ascoltatore o il destinatario è un vero e proprio discepolo, apprende intellettualmente una conoscenza, apprende delle nozioni (i dogmi e gli articoli di fede), impara e si istruisce esattamente come a scuola. Per questo il termine «discepolo» è frequentissimo nel Nuovo Testamento.
Cristo stesso, come è noto, è chiamato rabbì, cioè maestro, dà molte istruzioni agli Apostoli sui contenuti da trasmettere, sui metodi, sui modi e sulle finalità della predicazione. Essa ha per scopo il condurre gli uomini al pentimento dei loro peccati e a credere nel Vangelo.
Davanti ai segni e alle prove di credibilità date dal predicatore, come ci fa capire chiaramente Cristo, il destinatario della predicazione dell’annuncio evangelico, ovvero la buona notizia della possibilità, di salvarsi e di ottenere la vita eterna, ha il dovere di credere al Vangelo e di convertirsi a Cristo. Per questo gli Apostoli e Cristo stesso fanno dell’atto di fede oggetto di un preciso comando, disobbedendo al quale non c’è che l’eterna perdizione.
Sulle orme di Cristo, quindi, l’Apostolo ovvero il predicatore ha, con la forza dello Spirito Santo, sulla base di una previa opera apologetica, ossia di una testimonianza di carità e dell’esibizione di sufficienti prove di credibilità, l’autorità, il potere e il dovere di comandare l’atto di fede in Cristo, in quanto atto del libero arbitrio e quindi atto volontario, mosso dallo Spirito Santo, che converte i cuori.
Così la conversione del peccatore a Cristo è ad un tempo opera dello Spirito Santo, che muove la volontà del predicatore e dell’ascoltatore alla conversione e nel contempo è opera del predicatore e della volontà dello stesso peccatore che si converte.
In questo quadro completo della dinamica della conversione siamo autorizzati a dire che, benchè lo Spirito Santo sia il Motore primo della conversione del peccatore a Cristo, il predicatore ha un vero potere soprannaturale di convertire i cuori a Cristo e in questo senso, di essere un conquistatore di anime a Cristo e di essere, come si esprime Cristo stesso, un «pescatore di uomini».
Successivamente all’opera di Cristo gli Apostoli, nelle loro Lettere Apostoliche contenute nel Nuovo Testamento precisarono i contenuti e le nozioni della dottrina rivelata dal Maestro, che dovevano conservare, custodire, comunicare oralmente o per iscritto, il messaggio evangelico, promovendone una sempre migliore conoscenza, spiegandolo e difendendolo contro gli attacchi, le falsità e le calunnie, risolvendo dubbi, svelando gli inganni e smascherando le insidie, togliendo apparenti contraddizioni, dissipando equivoci e fraintendimenti e condannando, confutando e correggendo errori ed eresie.
Diamo qualche esempio di queste istruzioni che gli Apostoli Paolo, Pietro, Giacomo, Giovanni e Giuda ci propongono nelle loro Lettere. Qui essi ci espongono i metodi e le regole fondamentali sempre validi in qualunque tempo e luogo, della predicazione evangelica. Li troviamo in alcuni passi del Nuovo Testamento.
Il cristianesimo prevede numerosi tipi di predicazione: la predicazione pontificia, quella episcopale, quella omiletica, quella profetica, quella mistagogica, quella anagogica, quella penitenziale, quella parrocchiale, quella familiare, quella catechetica, quella apologetica, quella missionaria, quella laicale, quella dotta, quella teologica, quella scolastica e quella popolare.
I doveri magisteriali del Vescovo secondo il Nuovo Testamento
San Paolo li espone al suo discepolo, il Vescovo Timoteo:
«Ti scongiuro davanti a Dio e a Gesù Cristo che verrà a giudicare i vivi e i morti, per la sua manifestazione e il suo regno; annunzia la Parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina. Verrà giorno, infatti, in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole» (II Tm 4,1-4).
San Paolo si rivolge anche al suo discepolo, il Vescovo Tito. Tra le altre cose che egli raccomanda mi fermo su ciò che riguarda la predicazione:
«l Vescovo dev’essere attaccato alla dottrina sicura, secondo l’insegnamento trasmesso, perché sia un grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono» (Tt 1,9).
Il Vescovo deve saper trovare il metodo giusto della predicazione, adatto alla diversa situazione spirituale dei destinatari della predicazione:
«Convincete quelli che sono vacillanti, altri salvateli strappandoli dal fuoco, di altri infine abbiate compassione con timore, guardandovi perfino dalla veste contaminata alla loro carne» (Gd 22-23).
Deve adoperarsi nell’opera di convincimento e di persuasione. Ma se il Vescovo si accorge che l’evangelizzando si oppone e respinge ostinatamente, slealmente e maliziosamente l’annuncio del messaggio evangelico o l’istruzione catechetica che gli impartisce, deve interrompere il contatto con l’eretico, risultato ormai inutile:
«Dopo una o due ammonizioni sta lontano dall’eretico, ben sapendo che è gente ormai fuori strada e continua a peccare condannandosi da se stessa» (Tt 3,10-11).
San Paolo ci fa presente che il demonio si adopera per farci cadere nell’eresia:
«Se il nostro Vangelo rimane velato, lo è per coloro che si perdono, ai quali il dio di questo mondo ha accecato la mente incredula perchè non vedano lo splendore del glorioso Vangelo di Cristo, che è Immagine di Dio» (II Cor 4, 3-4).
Il Vescovo ha dunque il compito di saper riconoscere la presenza di questa azione di Satana e di sventarla grazie ad opportuni avvertimenti e correzioni.
Secondo San Paolo il Vescovo nel suo insegnamento non deve essere rigido, ma fermo, il che è ben altra cosa. Si ha rigidezza, quando si dovrebbe essere elastici, duttili, possibilisti e accomodanti, ossia in questioni opinabili, minute, giuridiche e pastorali. comprensivo nei casi concreti tenendo presente il principio che nemo ad impossibilia tenetur.
Il Vescovo invece dev’essere fermo, irremovibile, saldo ed inflessibile sui princìpi morali, quelli che Benedetto XVI, ripreso da Papa Francesco, ha chiamato con la famosa espressione «valori non negoziabili».
Il Vescovo deve esser fermo e saldo, costante e coerente, ben fondato e sicur nella dottrina, dove in materia di fede deve confermare, rafforzare, chiarire, creare certezze, non suscitare dubbi o equivoci. Deve apprezzare le sfumature fra il bianco e il nero, ma deve anche dire anche sì al sì e no al no. Non deve confondere l’et-et con l’aut-aut.
Il Vescovo deve essere accogliente verso tutti, ma a condizione che accolgano la predicazione del Vangelo, perché infatti:
«Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, poiché chi lo aiuta partecipa alle sue opere perverse» (II Gv10).
Cristo tuttavia ordina ai i suoi discepoli e in special modo agli Apostoli, ai Vescovi e ai predicatori di essere comunque e sempre aperti verso tutti, dando, per quanto è possibile, a tutti il saluto, segno di fraternità e di carità:
«Se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani?» (Mt 5,47).
Il Vescovo, laddove la cosa è possibile e promette un buon risultato, ha il dovere di correggere non con durezza, ma con dolcezza:
«Fratelli, qualora qualcuno venga sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito, correggetelo con dolcezza» (Gal 6,1).
San Paolo dà molta importanza all’ammonizione, anche se ritiene che nei casi di aperta ribellione o disobbedienza, indisciplina, o rottura della comunione ecclesiale o atteggiamento scismatico, non ci sia altro da fare che interrompere i contatti, le relazioni o il dialogo:
«Se qualcuno non obbedisce a quanto diciamo per lettera, prendete nota di lui e interrompete i rapporti, perché si vergogni; non trattatelo però come un nemico, ma ammonitelo come un fratello» (II Ts 3,14-15).
Il Vescovo può essere il bersaglio di una persecuzione a causa della predicazione del Vangelo. San Pietro ha per lui e in generale per il fedele osteggiato e perseguitato parole di incoraggiamento:
«Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché nel momento stesso in cui si parla male di voi rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo» (I Pt 3, 14-16).
San Paolo denuncia per gli ultimi tempi l’attività degli eretici e degli apostati, qualificandoli come coloro che
«vanno in rovina, perché non hanno accolto l’amore per la verità per essere salvi. E per questo Dio invia loro una potenza di inganno perché essi credano alla menzogna e così siano condannati tutti quelli che non hanno accolto la verità, ma hanno acconsentito all’iniquità» (II Ts2, 10-12).
Il Vescovo ha in questa circostanza evidentemente più che mai il dovere di predicare con parresia, pronto a rischiare la stessa vita, pur di non tradire la verità.
San Paolo denuncia altresì per gli ultimi tempi, che potrebbero essere anche i nostri, la comparsa di
«alcuni che si allontaneranno dalla fede, dando retta a spiriti menzogneri e a dottrine diaboliche, sedotti dall’ipocrisia di impostori, già bollati a fuoco nella loro coscienza» (I Tm 4, 1-2).
Il Vescovo ha il dovere, a seconda dei casi e delle persone, di istruire, di esortare, di approvare, di confermare, di rimproverare, di confutare, di avvertire, di ammonire, di correggere, di pazientare, di perdonare, di tollerare, di sopportare, di indagare, di discernere, di giudicare, di condannare, di punire, di scomunicare.
La parresia
Papa Francesco ha avuto la felice idea di mettere in circolo l’importante nozione biblica di «parresia», parola che purtroppo non troviamo nelle traduzioni in italiano della Scrittura, dove si usano altri vocaboli. E invece è bene usare quella parola, perchè si tratta di una virtù propria dell’Apostolo, del Vescovo e del predicatore evangelico. Oggi i Vescovi mancano di parresìa.
Ho pensato pertanto di riportare l’ottima esposizione della nozione fatta da Wikipedia:
«Parresia (dal greco παρρησία parresía, composta di πᾶν, pān, "tutto", e di ρῆσις, rhēsis, "discorso") letteralmente significa "libertà di dire tutto". È frequente nel testo greco del Nuovo Testamento dove indica il "coraggio e la sincerità della testimonianza". È stato molto usato nella tradizione cristiana, specie agli inizi, come contrario di ipocrisia. Dal momento che l'esercizio di questa libertà comporta inevitabilmente scontri e resistenze, il significato del termine si allarga anche a quello di imperturbabilità, sincerità. Nelle fonti cristiane ha due significati fondamentali: franchezza nel parlare, e fiducia nel giudizio
Nell'Antico Testamento
L'uso del termine e degli altri della stessa famiglia è piuttosto raro nell'Antico Testamento dei LXX: compare solo dodici volte come sostantivo e sei volte come verbo:
In Sal 93,1 Dio è il soggetto del verbo: egli si presenta apertamente come colui che fa giustizia e punisce gli empi per il loro peccato.
In Pro 1,20-21 il termine mette in relazione l'epifania di Jahvè con la potenza della sua parola: la Sapienza di Dio "parla apertamente nelle piazze".
In Gb 22,26;27,9-10 il sostantivo illustra l'atteggiamento dell'uomo che si rivolge a Dio in preghiera, con una sfumatura di gioia (cfr. anche Sap 5,1).
In Sal 81,1 c'è l'invito rivolto al fedele di "parlare davanti all'assemblea"; perfino Dio vive questa prassi, dal momento che Jahvè si alza nell'assemblea divina, giudica in mezzo a tutti.
Nel Nuovo Testamento
Nel Nuovo Testamento il sostantivo compare 31 volte. È la dinamica ordinaria della vita di chi segue Gesù ed è quello che Gesù chiede ai suoi. La parresia, prima personale e poi in assemblea diventa l'ultima istanza di recupero della dinamica con il fratello: in Mt 18,15-17 la correzione fraterna è resa possibile proprio dalla franchezza nel parlare.
Nel Corpus giovanneo
Negli scritti attribuiti a Giovanni il sostantivo compare 13 volte. Giovanni afferma che Gesù opera con παρρησίᾳ, parrēsía (dativo), e cioè che la sua predicazione si svolge nella sfera pubblica (7,26;11,14.54;18,20; cfr. Mc 8,32) , però in un senso diverso da quello che intendevano i suoi fratelli (7,3-5): Gesù parla apertamente e senza sottintesi, cioè non solo per allusioni (11,14; cfr. 10,24-25) o in parabole enigmatiche (cfr. 16,29).
C'è da dire però che Gesù si esprime con franca apertura solo nei confronti del credente (16,25-29); al mondo egli parla in parabole, che il mondo non può capire, poiché non vive nella fede.
Negli Atti degli Apostoli
Negli Atti degli Apostoli il sostantivo compare 5 volte. E il verbo parresiazomai 7 volte. Gli Atti mostrano come alla parrēsía di Gesù corrisponde la franca testimonianza degli Apostoli: essi, soprattutto Pietro, Paolo, ma anche altri, si presentano e annunciano con tutta franchezza le opere di Dio davanti a giudei e pagani (2,29;4,13;9,27; ecc.). La franchezza degli Apostoli suscita meraviglia (4,13), divisione (14,3-4), persecuzione (cfr. 9,27). Tale atteggiamento non è un qualcosa che l'uomo possa produrre da sé: esso è frutto dello Spirito Santo (4,31).
In San Paolo
Il sostantivo compare 8 volte e il verbo 5 volte in Paolo. Paolo vede nella franchezza del testimone l'attuazione dell'autentica predicazione dei misteri di Dio (Ef 6,19 ) e la glorificazione di Cristo con l'anima e il corpo (Fil 1,20 ). La franchezza deve essere mantenuta in ogni momento, anche nella prigionia (cfr. Ef 6,20 ): per questo parrēsía diviene in certi casi sinonimo di audacia, coraggio (1Ts 2,2 ): è un coraggio però che all'uomo è dato da Dio (ibid.), o in Cristo (Fm 8 ).
Parrēsía come fiducia
C'è poi molto presente, un altro significato di parrēsía: essa è la fiducia in Dio, che significa certezza della salvezza, superamento del sentimento di colpa. Il credente pertanto attende con fiducia il giudizio: perché il futuro non sia sotto il segno della paura occorre rimanere in Cristo (1Gv 2,28 ; Eb 3,6;10,35 ), che ha già pubblicamente (en parrēsía) trionfato sulle potenze (Col 2,14 ) e ha aperto una via d'accesso al santuario (Eb 10,19 ; cfr. 4,16).
Chi esprime la fede in Cristo in un amore concreto (1Gv 4,17 ; 1Tim 3,13 , che sottolinea la dipendenza della parrēsía dalle buone opere), e perciò non è giudicato dal proprio cuore (1Gv 3,21 ), potrà rivolgersi a Dio nella preghiera in tutta franchezza e fiducia, e non sarà svergognato da Cristo alla sua venuta (1Gv 5,14;2,28 )».
Fine Prima Parte (1/4)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 20 settembre 2026
Il predicatore, quindi, ha un vero e proprio dovere di convertire gli uomini a Cristo, secondo il comando di Cristo stesso dato agli Apostoli di «ammaestrare tutte le nazioni» (Mt 28,19).
Infatti, che cosa è questo in fondo se non il comando di rendere credenti o di convertire alla fede tutti gli uomini?
Per questo Cristo è severo contro chi, pur avendo visto i segni di credibilità, e comprendendo che si deve credere, non vuol credere. Infatti qui il credere è un dovere ragionevole richiesto dalla fiducia, dall’umiltà e dall’amore.
Immagine da Internet: San Domenico di Gusman

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