Trattato sugli Atti umani
P. Tomas Tyn
Lezione 6 (Parte 1/2)
P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 15 (A-B)
Bologna, 3 marzo 1987
http://www.arpato.org/corso_attiumani.htmLe vicende sono giunte ai triarii,
che erano le truppe proprio di ultima risorsa. Siamo giunti, se ricordo bene, alla
I-II, della Prima Secundae appunto
alla questione 18, che è veramente di un carattere fondante, direi. Lo sono un
po’ tutte le questioni, anche le precedenti, soprattutto quella del fine
ultimo, ma questa diciottesima è fondante per il passaggio, se volete, o per la
fondazione, diciamo così, della morale nella metafisica, nell’ontologia. Per il
passaggio dall’ontologia: dall’essere alla deontologia, al dover essere, ossia
all’essere finalizzato, all’essere in quanto è buono.
S.Tommaso, il nostro celeste amico, ci aiuta in queste meditazioni, partendo
proprio dall’analisi, diciamo così, del trascendentale che è il bonum. Voi sapete bene che ci sono quei
concetti cosiddetti trascendentali, perchè non restringono l’ambito dell’ente,
ma coincidono con l’ente in quanto tale. Quindi, per esempio, qualsiasi cosa esistente,
in quanto esiste, è vera, nel senso di intelligibile. Cioè ogni cosa che esiste,
in quanto esiste, è un possibile oggetto di intelligenza, e comunque di conoscenza
Similmente ogni cosa esistente è, in quanto esiste. è un possibile oggetto di
appetito. Bonum est quod omnia appetunt, il bene è l’oggetto
dell’appetito.
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Notate
bene questo sdoppiamento della finalità connaturale e del dominio della
finalità da parte della ragione e della volontà umana. Facciamo un esempio, preso
da quel tema tanto discusso al giorno di oggi, come l’uso della sessualità. Che
la sessualità abbia un fine procreativo, su questo non ci sono dei dubbi, mi
pare, no? Quindi, da quel lato il Padre Eterno le ha assegnato un fine, che non
è in nostro dominio. Possiamo riconoscerlo, possiamo rifiutarlo, ma il fine è
sempre quello. La verità delle cose è quella.
Ora,
in qualche modo, dandoci questa dimensione procreativa, Dio ci invita a usarne,
ma usarne sempre rispettando i suoi fini. Ebbene, è in potere della nostra
libertà rispettare quel fine oppure no; si può usarne senza il rispetto di quel
fine, che però comunque c’è per natura. Allora è la cosiddetta relazione
trascendentale dell’atto umano libero al fine dovuto connaturale, ossia alla legge
naturale, è questa relazione al fine dovuto secondo natura, secondo la legge
naturale, che costituisce la bontà dell’atto umano. Se c’è relazione di
conformità, l’atto è buono; se c’è relazione di difformità, cioè un venir meno,
una privazione rispetto a questa conformità, allora siamo nella malizia morale.
La morale è una cosa
difficilissima da esprimere. Ma qui S.Tommaso tocca un punctum dolens anche
della filosofia moderna. Cioè si tratta in qualche modo dell’ontologia della intenzionalità
umana.
È una cosa interessantissima
vedere come nella interiorità, nella vita interiore spirituale dell’uomo, si
dischiude una dimensione dell’essere, che va al di là della pura fisicità
dell’essere. È diverso il mio essere fisico dal mio essere morale. L’essere
fisico è quello che già comunque ho; l’essere morale invece è quello che in
qualche modo riesco a dare a me stesso. Ma è terribile, questo. Capitemi bene.
È quasi come se l’uomo - il
Padre Eterno mi perdoni -, fosse come un Padre Eterno in miniatura. Ciò si
collega con quello che la Bibbia dice riguardo all’imago Dei, ossia che egli è
l’immagine di Dio.
Però, si potrebbe dire che già
nell’ordine naturale, l’uomo ha in sé una similitudine formale di Dio, l’uomo è
datore di essere come Dio è datore di essere, però diversamente. Mi raccomando,
miei cari. Perchè lì è il punto. Capitemi bene. Perché, se uno pretende di
essere il Padre Eterno sul serio, gli dirò: ma va! Diventa ex nihilo omnia … diventa
un dio fallito, come ammette con una rara capacità introspettiva anche l’amico Jean
Paul Sartre. Insomma, l’uomo che pretende di essere Dio, riesce ad esserlo solo
nella modalità fallimentare.
Tanto vale quindi non
pretenderlo satanicamente. Però c’è la tendenza in qualche modo ad atteggiarsi
superbamente da dei. Essere divinizzati per rapinam, come dice S.Anselmo,
proprio contro Dio. Questa tendenza trova un appoggio in noi, perchè siamo
veramente imago Dei.
Cioè quello che Dio è, ossia datore
dell’essere sul piano fisico, noi quasi lo siamo sul piano dell’essere
intenzionale: i nostri pensieri lì ce li diamo noi a noi stessi. Anche lì però fino
ad un certo punto. Diciamo, le nostre azioni libere. Lì veramente abbiamo in
qualche modo la possibilità di autodeterminazione.
Ovviamente si tratta di un’azione
non dell’essere reale, fisico, ma dell’essere intenzionale, è il dominio
dell’ultimo giudizio pratico-pratico, che regolerà la nostra azione. Però
bisogna sempre vedere questa analogia dell’uomo con Dio. Lì in fin dei conti senza
analogia non si fa neanche un passo. Ci vuole una cultura analogica. Cioè
bisogna vedere questa analogia tra Dio e l’uomo, ciò che Dio è nella donazione
dell’essere come actus essendi, l’uomo lo è nella determinazione del suo atto
deliberato.
Però questa stessa
determinazione dell’atto deliberato avviene, cosa importante, nell’ambito della
partecipazione dell’atto di essere. Perché dico questo? Perché ci sono alcuni errori
spaventosi …
Quello che è paradossale nella
soggettività umana, intellettiva voglio dire, è che effettivamente noi siamo
dei portatori ontologicamente finiti di una intenzionalità infinita. È questo
il fatto curioso.
Quindi, l’errore degli
esistenzialisti è comprensibile, perché effettivamente essi non fanno altro che
porre l’accento su quello che dice anche il beato Aristotele, ossia che anima
est quodammodo omnia, l’anima è tutti gli enti. C’è quasi una specie di
coincidenza tra l’anima e tutto l’essere, perché non c’è essere, che non sia
conoscibile dall’anima.
Ma questo non vuole ancora
dire che l’anima sia ontologicamente l’actus purus essendi. Perché l’anima
umana sarà aperta a tutti gli enti intenzionalmente, ma fisicamente è una
entità a sua volta limitata. Vedete quindi come S.Tommaso fa un discorso
estremamente profondo, in cui ci fa vedere, anche senza esplicitarlo, ci fa quasi
toccare con mano che la nostra stessa autodeterminazione avviene sempre nella
partecipazione dell’essere comunicato da Dio.
Immagini: Padre Tomas Tyn, OP