16 gennaio, 2024

Molti i chiamati pochi gli eletti - Ancora sull’inferno nelle parole del Santo Padre

 

Molti i chiamati pochi gli eletti

Ancora sull’inferno nelle parole del Santo Padre

Non tutti si salvano

Nell’intervista[1] di venerdì scorso a Che tempo che fa, interrogato da Fabio Fazio circa la questione dell’inferno, il Papa, riferendosi ad una sua opinione, ha detto: «Questo non è dogma di fede - quello che dirò - è una cosa mia personale, che a me piace: a me piace pensare all’Inferno vuoto. È un piacere: spero che sia realtà. Ma è un piacere».

Il Papa ha voluto esprimere, come fa spesso, con una battuta, in un certo tono scherzoso, nonostante la estrema serietà del tema, una specie di immaginazione personale, come a dire: se dipendesse da me, se io fossi Dio, salverei tutti. Ma sappiamo come le verità di fede non corrispondono a quello che avremmo fatto noi o alla nostra immaginazione. 

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https://www.youtube.com/watch?v=Vz6OwXBJdEo


Il Papa ha voluto esprimere, come fa spesso, con una battuta, in un certo tono scherzoso, nonostante la estrema serietà del tema, una specie di immaginazione personale, come a dire: se dipendesse da me, se io fossi Dio, salverei tutti. Ma sappiamo come le verità di fede non corrispondono a quello che avremmo fatto noi o alla nostra immaginazione.

Esse rispondono a piani o progetti divini misteriosi, apparentemente paradossali o scandalosi, che affondano le loro ragioni in abissi che noi non riusciamo a scandagliare o provengono da piani o progetti infinitamente superiori a quelli che con la nostra ragione siamo capaci di concepire; e la cosa è comprensibile, giacchè è evidente che la mente divina trascende infinitamente la nostra e il modo divino di amare sembra un amore folle, che oltrepassa le nostre comuni misure.

Con questo stile spontaneo e piccante, al di fuori di ogni ufficialità, il Papa ha probabilmente voluto rimbeccare paternamente coloro che oggi rifiutano la benedizione delle coppie irregolari, perché, a loro dire, sarebbero «in stato di peccato mortale», pronunciando un giudizio in foro interno riguardo allo stato di coscienza di quelle coppie, che appare decisamente temerario, senza che ciò implichi la benchè minima approvazione dei peccati di adulterio o di sodomia in se stessi certamente meritevoli dell’inferno.

Immagine da Internet

14 gennaio, 2024

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 6 (2/2)

 Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 6 (Parte 2/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 15 (A-B)

Bologna, 3 marzo 1987

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

E’ importante anche la questione, tutt’altro che da trascurare, quella appunto, degli accidenti dell’atto umano, ossia delle circostanze. Infatti, vedete, ci sono determinati accidenti dell’essere fisico, che sono proprio incidentali, in sostanza. Se un uomo, non so, è bianco, giallo o nero non tocca la sua umanità. S.Tommaso non era un razzista, come si vede. Insomma, ecco, il colore non tocca affatto l’umanità dell’uomo. Cioè questo è un accidens nel senso proprio che è slegato dall’essenza dell’uomo.

Ci sono invece altri accidenti, che per quanto non costituiscano la natura dell’uomo, però la portano a pieno sviluppo. Già quell’altro accidens, che è l’essere eruditi, in qualche modo è un qualcosa quasi di dovuto alla natura umana. Cioè la natura umana pienamente sviluppata è una natura umana che cura la propria intellettualità, sul piano speculativo, scientifico, eccetera. 

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S.Tommaso, nel trattario sulla Creazione, è molto attento a non confondere la finitezza dell’ente con la sua dipendenza causale. Cioè dice: non è che l’ente finito si riduca quanto a tutta la sua entità a dipendere dall’altro. L’ottimista d’Aquino, insiste su questo proprio per dare consistenza alle entità finite. Quindi, l’entità finita ha una sua bontà intrinseca, che certo deriva dall’altro, ma la sua bontà non sta tutta nell’essere derivato dall’altro.

Però, è vero che la finitezza dell’ente, anche se non è costituta dall’essere causato, è però sempre legata a quella proprietà di essere causato, cioè non c’è ente finito, che non sia anche causato. Si potrebbe dire che, riguardo all’ente finito, il suo costitutivo non è l’essere causato, ma quella di essere causato è la sua proprietà; non c’è ente finito che non sia causato.

Quindi, ogni entità finita dipende da una causa. Solo l’entità infinita, divina, non dipende da nessuna causa. Similmente l’agire di Dio non dipende da un fine. Cioè l’indipendenza di Dio nell’ordine causale, non è solo indipendenza dalla causa efficiente, ma ovviamente anche indipendenza della causa finale. Ciò vuol dire che Dio non ordina le sue azioni a un fine, ma le azioni di Dio sono già il fine, l’ultimo fine.

Però, gli effetti dell’azione divina, questi sì, non sono Dio; sono quindi entità finite e perciò finalizzate e causate, causate da Dio e finalizzate ancora a Dio. Dio non ordina il suo agire al fine, ma vuole, nell’agire, che quel determinato creato effetto sia rapportato a quel fine e in ultima analisi a Lui come fine ultimo.

Quando ci chiediamo che cosa fa sì che un ente finito sia finito, che cosa lo costituisce, non nella finitezza, ma nella entità finita, che cosa lo costituisce tale, cioè ente finito, la risposta, unica risposta attendibile, è la differenza tra la potenza e l’atto, la prima differenza tra la potenza e l’atto, cioè praticamente un’essenza, che non adegua l’ampiezza dell’atto di essere.

Quindi, come dicono i metafisici, la costituzione dell’ente finito consiste ancora nella relazione trascendentale tra l’essenza e l’atto di essere. Ossia, un ente è finito quando la sua essenza è potenziale rispetto all’essere. Ecco perchè l’essere di Dio è infinito, perché l’essenza adegua l’actus ipse essendi.

Quindi, la costituzione della finitezza non sta in una relazione predicamentale, come è quella della dipendenza causale, bensì nella relazione trascendentale, che connette l’essenza con l’essere. Però, un’essenza, che riceve l’essere, non può ricevere l’essere se non dall’altro, quindi tramite la causalità.

Però, non è la causalità che costituisce la finitezza dell’ente, bensì il fatto immediato che l’essenza ha ricevuto l’essere. L’averlo ricevuto dall’altro è un passo successivo.

Immagini: Padre Tomas Tyn, OP

13 gennaio, 2024

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 6 (1/2)

 

 Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 6 (Parte 1/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 15 (A-B)

Bologna, 3 marzo 1987

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

Le vicende sono giunte ai triarii, che erano le truppe proprio di ultima risorsa. Siamo giunti, se ricordo bene, alla I-II, della Prima Secundae appunto alla questione 18, che è veramente di un carattere fondante, direi. Lo sono un po’ tutte le questioni, anche le precedenti, soprattutto quella del fine ultimo, ma questa diciottesima è fondante per il passaggio, se volete, o per la fondazione, diciamo così, della morale nella metafisica, nell’ontologia. Per il passaggio dall’ontologia: dall’essere alla deontologia, al dover essere, ossia all’essere finalizzato, all’essere in quanto è buono.

S.Tommaso, il nostro celeste amico, ci aiuta in queste meditazioni, partendo proprio dall’analisi, diciamo così, del trascendentale che è il bonum. Voi sapete bene che ci sono quei concetti cosiddetti trascendentali, perchè non restringono l’ambito dell’ente, ma coincidono con l’ente in quanto tale. Quindi, per esempio, qualsiasi cosa esistente, in quanto esiste, è vera, nel senso di intelligibile. Cioè ogni cosa che esiste, in quanto esiste, è un possibile oggetto di intelligenza, e comunque di conoscenza Similmente ogni cosa esistente è, in quanto esiste. è un possibile oggetto di appetito. Bonum est quod omnia appetunt, il bene è l’oggetto dell’appetito. 

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Notate bene questo sdoppiamento della finalità connaturale e del dominio della finalità da parte della ragione e della volontà umana. Facciamo un esempio, preso da quel tema tanto discusso al giorno di oggi, come l’uso della sessualità. Che la sessualità abbia un fine procreativo, su questo non ci sono dei dubbi, mi pare, no? Quindi, da quel lato il Padre Eterno le ha assegnato un fine, che non è in nostro dominio. Possiamo riconoscerlo, possiamo rifiutarlo, ma il fine è sempre quello. La verità delle cose è quella.
 
Ora, in qualche modo, dandoci questa dimensione procreativa, Dio ci invita a usarne, ma usarne sempre rispettando i suoi fini. Ebbene, è in potere della nostra libertà rispettare quel fine oppure no; si può usarne senza il rispetto di quel fine, che però comunque c’è per natura. Allora è la cosiddetta relazione trascendentale dell’atto umano libero al fine dovuto connaturale, ossia alla legge naturale, è questa relazione al fine dovuto secondo natura, secondo la legge naturale, che costituisce la bontà dell’atto umano. Se c’è relazione di conformità, l’atto è buono; se c’è relazione di difformità, cioè un venir meno, una privazione rispetto a questa conformità, allora siamo nella malizia morale.

La morale è una cosa difficilissima da esprimere. Ma qui S.Tommaso tocca un punctum dolens anche della filosofia moderna. Cioè si tratta in qualche modo dell’ontologia della intenzionalità umana.

È una cosa interessantissima vedere come nella interiorità, nella vita interiore spirituale dell’uomo, si dischiude una dimensione dell’essere, che va al di là della pura fisicità dell’essere. È diverso il mio essere fisico dal mio essere morale. L’essere fisico è quello che già comunque ho; l’essere morale invece è quello che in qualche modo riesco a dare a me stesso. Ma è terribile, questo. Capitemi bene.

È quasi come se l’uomo - il Padre Eterno mi perdoni -, fosse come un Padre Eterno in miniatura. Ciò si collega con quello che la Bibbia dice riguardo all’imago Dei, ossia che egli è l’immagine di Dio.

Però, si potrebbe dire che già nell’ordine naturale, l’uomo ha in sé una similitudine formale di Dio, l’uomo è datore di essere come Dio è datore di essere, però diversamente. Mi raccomando, miei cari. Perchè lì è il punto. Capitemi bene. Perché, se uno pretende di essere il Padre Eterno sul serio, gli dirò: ma va! Diventa ex nihilo omnia … diventa un dio fallito, come ammette con una rara capacità introspettiva anche l’amico Jean Paul Sartre. Insomma, l’uomo che pretende di essere Dio, riesce ad esserlo solo nella modalità fallimentare.

Tanto vale quindi non pretenderlo satanicamente. Però c’è la tendenza in qualche modo ad atteggiarsi superbamente da dei. Essere divinizzati per rapinam, come dice S.Anselmo, proprio contro Dio. Questa tendenza trova un appoggio in noi, perchè siamo veramente imago Dei.

Cioè quello che Dio è, ossia datore dell’essere sul piano fisico, noi quasi lo siamo sul piano dell’essere intenzionale: i nostri pensieri lì ce li diamo noi a noi stessi. Anche lì però fino ad un certo punto. Diciamo, le nostre azioni libere. Lì veramente abbiamo in qualche modo la possibilità di autodeterminazione.

Ovviamente si tratta di un’azione non dell’essere reale, fisico, ma dell’essere intenzionale, è il dominio dell’ultimo giudizio pratico-pratico, che regolerà la nostra azione. Però bisogna sempre vedere questa analogia dell’uomo con Dio. Lì in fin dei conti senza analogia non si fa neanche un passo. Ci vuole una cultura analogica. Cioè bisogna vedere questa analogia tra Dio e l’uomo, ciò che Dio è nella donazione dell’essere come actus essendi, l’uomo lo è nella determinazione del suo atto deliberato.

Però questa stessa determinazione dell’atto deliberato avviene, cosa importante, nell’ambito della partecipazione dell’atto di essere. Perché dico questo? Perché ci sono alcuni errori spaventosi …

Quello che è paradossale nella soggettività umana, intellettiva voglio dire, è che effettivamente noi siamo dei portatori ontologicamente finiti di una intenzionalità infinita. È questo il fatto curioso.

Quindi, l’errore degli esistenzialisti è comprensibile, perché effettivamente essi non fanno altro che porre l’accento su quello che dice anche il beato Aristotele, ossia che anima est quodammodo omnia, l’anima è tutti gli enti. C’è quasi una specie di coincidenza tra l’anima e tutto l’essere, perché non c’è essere, che non sia conoscibile dall’anima.

Ma questo non vuole ancora dire che l’anima sia ontologicamente l’actus purus essendi. Perché l’anima umana sarà aperta a tutti gli enti intenzionalmente, ma fisicamente è una entità a sua volta limitata. Vedete quindi come S.Tommaso fa un discorso estremamente profondo, in cui ci fa vedere, anche senza esplicitarlo, ci fa quasi toccare con mano che la nostra stessa autodeterminazione avviene sempre nella partecipazione dell’essere comunicato da Dio.

Immagini: Padre Tomas Tyn, OP

10 gennaio, 2024

Il legame da conservare e il legame da estinguere - Differenza fra l’unione irregolare e l’unione matrimoniale - Parte Seconda (2/2)

 

 Il legame da conservare e il legame da estinguere

Differenza fra l’unione irregolare e l’unione matrimoniale

 

Parte Seconda (2/2) 
 

L’obbligatorio e il facoltativo

Un errore oggi diffuso anche tra moralisti che si dicono cattolici è quello di ridurre  l’obbligatorio al facoltativo o di negare che in morale esistano obblighi assoluti, immutabili ed universali, ma tutto sia facoltativo, ossia ognuno può scegliere la norma di condotta per conto suo o, come dicono, «secondo coscienza», il che andrebbe anche bene se avessero un concetto giusto della coscienza, che  essi intendono non come volontà di aderire alla verità oggettiva, indipendente dalle decisioni del soggetto, ma la coscienza intesa come  principio della stessa verità, così come Cartesio non fondava il sapere sull’adesione alla realtà oggettiva esterna, indipendente dall’io, ma sulla coscienza del proprio io.

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L’espressione «stato di peccato» necessita di un chiarimento, perché è stata usata da alcuni per indicare lo stato di vita delle coppie irregolari, quasi esse fossero in una condizione permanente di colpa mortale, prive della grazia. 

Ora il Santo Padre nell’Amoris laetitia ha chiarito che una convinzione del genere non ha fondamento e che dobbiamo invece credere che queste coppie, nonostante la loro condizione di peccatori, possono essere in grazia, sempre, s’intende, che si pentano dei loro peccati e ne facciano penitenza.

Non bisogna dunque confondere il peccato con lo stato di peccato.


Bisogna fare attenzione perché la tentazione del fariseismo è sempre in agguato ed è quella di sostanzializzare il peccato identificando il peccato con il peccatore.

Il peccatore resta sempre una persona chiamata alla salvezza. Il peccato invece è un atto accidentale e contingente, che non può essere elevato allo stato di sostanza, perché la sostanza di per sé è permanente.

Il peccato è un atto contingente, che può essere tolto da un momento all’altro per un altro atto della volontà del peccatore, mosso dalla grazia di Dio, che opera la giustificazione. In altre parole, la volontà da cattiva diventa buona, per opera della grazia divina e del libero arbitrio umano.

Bisogna fare molta attenzione a non confondere l’omosessualità come tale, che è la semplice inclinazione di un istinto sessuale anormale o innaturale, innata o acquisita, tendenza di per sé priva di qualunque colpa, benchè stimolo al peccato, con la sodomia, che è un abito morale vizioso, comportante la pratica abituale e intenzionale, quindi volontaria e colpevole, del rapporto omosessuale.

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09 gennaio, 2024

Il legame da conservare e il legame da estinguere - Differenza fra l’unione irregolare e l’unione matrimoniale - Parte Prima (1/2)

 

Il legame da conservare e il legame da estinguere

Differenza fra l’unione irregolare e l’unione matrimoniale

Parte Prima (1/2)

Una Nota del DDF sulla questione della benedizione delle coppie irregolari

Il 4 gennaio scorso il Dicastero per la Dottrina della fede ha pubblicato un Comunicato stampa per aiutare a chiarire la ricezione di Fiducia supplicans, ricollegandosi alla precedente Dichiarazione della CDF del 2021, la quale sembra essere in contraddizione con la Fiducia supplicans. Infatti, mentre nel documento del 2021 si afferma che la Chiesa non ha il potere di benedire le unioni irregolari, siano omosessuali o siano adulterine, l’ultima Dichiarazione sembra dire il contrario, ammettendo la possibilità di benedire queste unioni, sia pur sotto certe condizioni.

Per sciogliere la contraddizione, l’ultimo Documento, che di fatto ammette la benedizione di queste unioni, come ho chiarito nel mio precedente articolo su questo argomento e come vedremo ancora in questo, distingue «coppia» da «unione», dicendo che la Chiesa benedice la coppia ma non l’unione. 

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Alcuni sono dell’avviso che si possano benedire le persone singolarmente, ma non l’unione in quanto irregolare.

Ma qui siamo davanti a due persone concrete che sono in relazione fra di loro. 

Il punto da tenere presente è che la grazia della benedizione ovviamente tocca l’aspetto sano, mentre difende dal peccato.

Occorre tener presente che la coppia irregolare resta una coppia della natura umana, dotata di una propria coscienza morale, che conserva, nonostante la realtà del peccato, una sua dignità che le deriva dal Creatore, il quale anche ad essa fa giungere le sue benedizioni. Ecco dunque il fondamento e il perché della benedizione impartita dalla Chiesa, che in nessun modo significa avallo o approvazione o tolleranza per uno stato di vita che contrasta col piano divino della creazione, ma, al contrario, dona energia e speranza per una sua graduale normalizzazione.

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05 gennaio, 2024

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 5 (2/2)

 

 Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 5 (Parte 2/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 15 (A-B)

Bologna, 22 febbraio 1987

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

… a una di quelle facoltà che possono o meno essere comandate dalla volontà. Così potremmo partire da un elenco. Sarebbe quasi meglio dire riguardo alla volontà, l’abbiamo precisato, che la volontà può usare liberamente o che la volontà usa, più che comandi. Ma il comando, il termine “comando” ha un duplice significato. Uno più stretto e così è l’atto di ragione. L’altro è più vasto nel senso della volontà che, in qualche modo, impone a un’altra facoltà l’esecuzione di un’opera, che spetta principalmente alla volontà.

Quindi non lasciatevi turbare dal fatto, che io vi dica ogni tanto che la volontà comanda. Ricordatevi che il comando di per sé, come atto specifico tra i dodici atti integranti l’unico atto umano, spetta sostanzialmente alla ragione. Però si usa la parola comandare anche in una maniera diversa, un pochino più vasta, Ebbene si usa questa parola anche per significare l’uso che la volontà fa di altre facoltà.

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 https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trattato-sugli-atti-umani-p-tomas-tyn_5.html


La volontà può anche sdoppiare il suo atto. La volontà può prima volere e poi volere di volere, cioè prima vuole e, nella prima volizione, vuole la seconda volizione, che poi dovrà però avere per oggetto qualche altra cosa. Per esempio io voglio studiare e, se proprio sono molto pigro, allora voglio almeno voler studiare.

E’ un po’ come quel confessore, che voleva stimolare il penitente, alla contrizione e dice: se non riesce proprio a essere contrito, almeno abbia il pentimento di non essere contrito. Questa riflessività talvolta può persino salvare i penitenti in extremis. In questo senso la volontà ovviamente vuole e la ragione dispone riguardo alla volontà.

Uno potrebbe dire: se ogni atto della volontà è imperato, allora la ragione muove la volontà, ma la volontà muove a sua volta la ragione a imperare. E così non ci si ferma mai, in sostanza, no? Invece nella volontà c’è anche un atto di volontà, che è certamente non imperato; un atto spontaneo, immediato della volontà. Spontaneo un po’ come sono spontanei gli istinti degli animali. E’ appunto l’atto della volontà, non in quanto è volontà, appetito razionale, ma in quanto è un che di naturale, un pondus naturae.

Si potrebbe dire che la semplice apprensione, sia del senso che dell’intelletto, non può essere comandato, non è possibile comandarla. Questo risulta molto chiaro nella semplice apprensione del senso, a livello sensitivo. Se io apro gli occhi in una sala illuminata come questa, non posso comandare agli occhi di vedere il buio, vedrò per forza la luce.

Quindi, aprendo gli occhi, basta questo e subito non domino l’oggetto, vedere una cosa anzichè un’altra. E qualcosa del genere capita anche con l’intelligenza. Cioè, se formo un concetto rappresentante una determinata realtà, il concetto non posso non averlo come tale rappresentante di quella tale determinata realtà. 

 Immagine: Padre Tomas Tyn, ottobre 1989 - foto di Roberta Ricci

01 gennaio, 2024

Trattato sugli Atti umani - P. Tomas Tyn - Lezione 5 (1/2)

  Trattato sugli Atti umani

P. Tomas Tyn

Lezione 5 (Parte 1/2)

P.Tomas Tyn, OP - Corso “Atti Umani” - AA.1986-1987 - Lezione n. 15 (A-B)

Bologna, 22 febbraio 1987

http://www.arpato.org/corso_attiumani.htm

             Bene, miei cari. Ci siamo soffermati sulla questione 16. Abbiamo dovuto operare delle scelte; abbiamo visto solamente alcune tra le diverse parti dell’atto umano, in particolare abbiamo visto il momento della scelta, che abbiamo reputato giustamente centrale per la costituzione dell’atto umano nella sua globalità, in quanto determina il giudizio pratico-pratico e in quanto in esso si manifesta la libertà dell’uomo.

Poi abbiamo studiato l’atto dell’uso, in quanto l’uso, la cresis in greco, coincide praticamente con l’atto umano stesso, l’esecuzione dell’atto praxis. Abbiamo detto che l’uso consiste nell’applicazione di una realtà all’azione. Questa realtà può essere una realtà esterna, per esempio uno strumento che si applica all’azione, ma soprattutto sono le facoltà interiori dell’anima. In ultima analisi è la facoltà motrice di tutte le altre, cioè la volontà, per cui spetta in ultima analisi alla volontà usare.

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/trattato-sugli-atti-umani-p-tomas-tyn_1.html 

 

La gioia ha per oggetto il fine e non qualche mezzo per ottenere il fine.

Con la gioia si compie proprio l’agire umano.

In questo San Tommaso, come Aristotele stesso prima di lui, sono degli ottimisti: ogni agire procura un certo piacere, la compiacenza dell’agente, che raggiunge il suo fine. Non c’è dubbio che nel gaudium c’è un elemento di perfezione, che non c’è nell’uso. L’uso è uno sforzo in vista del raggiungimento del fine, in vista dell’esecuzione del fine. Invece il gaudium è ovviamente il riposarsi, lata quies, il riposarsi nel fine ottenuto. 

Il gaudium c’è anche nelle facoltà inferiori, in quanto omne agens agit propter finem.

 

 

 

Tomas nacque a Brno, in Cecoslovacchia, oggi Repubblica Ceca, il 3 maggio 1950.

La sua robusta fibra fu improvvisamente stroncata nel pieno dell’età – a 39 anni – da un male terribile ed incurabile.

A Neckargemünd morì il 1° gennaio 1990, con il volto sereno e quasi sorridente, mentre nella sua patria avveniva il passaggio da un regime oppressore alla democrazia: i voti di Tomas si erano compiuti!

Immagine: Padre Tomas Tyn, ottobre 1989 - foto di Roberta Ricci

31 dicembre, 2023

Comunicato concernente la Dichiarazione Fiducia supplicans

 

Comunicato

concernente la Dichiarazione Fiducia supplicans

Cari Lettori,

a seguito della pubblicazione della Fiducia supplicano ho ricevuto numerosissimi interventi, la cui stragrande maggioranza è di dissenso nei confronti del Documento, spesso con tono adirato e scandalizzato, contenenti accuse al Papa, al Card. Fernandez e nei miei confronti di tradimento della Tradizione, di bestemmia, di falsità, di doppiezza ed opportunismo.

Molti interventi fanno obiezioni ragionevoli alle quali ho risposto. Noto una grande ripetitività negli interventi, un accanimento ostinato, segno evidente che non vengono lette le mie risposte o che si hanno nei confronti miei e del Documento posizioni preconcette o c’è la volontà di non ascoltarci.

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/comunicato-concernente-la-dichiarazione.html

 

 

 

 

DOMENICA FRA L'OTTAVA DI NATALE – SANTA FAMIGLIA DI GESU', MARIA E GIUSEPPE

 


 

In un lungo articolo, ho spiegato con dovizia di ragioni e chiarimenti il vero significato e il vero valore della Dichiarazione, con la quale la Chiesa compie un passo avanti di portata storica nel cammino della misericordia.

 



Immagini da Internet: 

- Sacra Famiglia, XVIII secolo
- Gesù in casa di Simone, Gregorio Marinaro

25 dicembre, 2023

Secondo natura e contro natura - Il problema delle unioni omosessuali in un recente documento della Chiesa

 

Secondo natura e contro natura

Il problema delle unioni omosessuali

in un recente documento della Chiesa

 Dio benedice la sessualità umana

                                                                                                       Maschio e femmina li creò

                                                                                                               Gen 1,27

La Dichiarazione Fiducia supplicans del Dicastero per la Dottrina della fede[1] è un documento sostanzialmente pastorale, che però mette in gioco, ribadisce e chiarisce verità di fede concernenti la volontà di Dio nei confronti della sessualità umana e quindi la concezione cristiana dell’uomo con particolare riferimento alla dignità della sessualità così come risulta dal piano divino protologico-genesiaco, redentivo-salvifico ed escatologico-glorifico.

Sulla base di questi presupposti dottrinali, il documento impartisce istruzioni circa la condotta che il sacerdote deve tenere nei riguardi di coppie di divorziati risposati od omosessuali che dovessero chiedere di essere benedette. Al fine di ovviare a questa richiesta, che potrebbe essere basata su di un equivoco o non avere una retta intenzione o supporre un concetto errato di benedizione, la Dichiarazione tratta a lungo in forma dottrinale del sacramentale della benedizione con un’ampiezza mai in precedenza verificatasi nel Magistero della Chiesa. 

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https://padrecavalcoli.blogspot.com/p/normal-0-14-false-false-false-it-x-none_25.html

La Dichiarazione spiega che la benedizione, così come risulta dalla Sacra Scrittura e dalla Tradizione, nella costante prassi della Chiesa, è un atto di culto divino e nel contempo di carità fraterna, la cui efficacia non dipende dall’opera operata (ex opere operato), cioè dall’energia soprannaturale intrinseca al gesto compiuto, che in tal caso è un sacramento, ma dipende dalla fede, dalla retta intenzione e dalla buona volontà del soggetto ricevente ed operante in grazia (ex opere operantis).

Una cosa molto interessante della Dichiarazione è il fatto di mettere in rapporto la benedizione col valore della sessualità umana

Le regole dell’agire morale si desumono dalle finalità della natura umana conosciuta nei suoi caratteri essenziali e, per quanto riguarda l’etica sessuale, si desumono dalla natura e dalle finalità naturali della dualità maschio-femmina.

La Dichiarazione ribadisce in vari modi la proibizione e la condanna dei rapporti omosessuali, sebbene lo faccia in modo velato, allusivo, sottinteso ed implicito, forse per un eccessivo riguardo, che nuoce però alla chiarezza.

Ci si chiede: allora perché la benedizione? Che cosa benedire? Dov’è nell’unione il buono da benedire? Evidentemente nell’unione non è da ravvisare solamente l’aspetto sodomitico, ma occorre considerare che, essendo un’unione di due persone, può esistere un elemento di onestà (nn.28,31) dato dal fattore spirituale che può essere alimentato dalla carità e quindi voluto da Dio o gradito a Dio. È questo l’aspetto atto ad essere benedetto, mentre la benedizione può proporsi come fine anche quello di aiutare i due nel faticoso ma doveroso cammino di progressiva liberazione dal peccato. 

Immagini da Internet

23 dicembre, 2023

Ricordiamo la nascita di Gesù Cristo

 

Ricordiamo la nascita di Gesù Cristo

Agli amici Lettori
 

Cari Amici Lettori,

2000 anni che cosa sono nella storia dell’uomo? Se i paleoantropologi hanno trovato pietre lavorate vecchie di due milioni di anni, Gesù Cristo ci è vicinissimo. Forse ci potremmo chiedere come mai non è nato prima.  Dobbiamo fidarci delle decisioni del Padre celeste. Sappiamo per certo che tutti gli uomini sono chiamati da Cristo alla salvezza e possono salvarsi.

Certamente anche quei nostri fratelli, magari somaticamente molto diversi da noi e simili a scimmie, in modo magari inconsapevole ed implicito hanno potuto incontrare Cristo e molti ci attendono in paradiso. 

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 Immagine da: https://www.vatican.va/content/vatican/it.html

22 dicembre, 2023

Diversità e falsità - Come conciliare l’unità con la molteplicità?

Diversità e falsità

Come conciliare l’unità con la molteplicità?

 

In necessariis unitas, in dubiis libertas, in omnibus caritas

S.Agostino

 

L’universalità del sapere non toglie la diversità delle opinioni

La vita è bella perché è varia. Tuttavia esistono condizioni mancando le quali la vita è impossibile. Allora non si ha una vita diversa, ma semplicemente la negazione della vita. Ciò vuol dire che esiste una diversità costruttiva e una diversità nociva. La prima è certamente bella. La seconda è orribile e odiosa.

Essere adulteri è certamente diverso da essere fedeli. Essere sano è diverso da essere malato. Rubare è diverso da donare. Essere onesti è diverso da essere doppi. Essere eretici è diverso da essere ortodossi. Essere atei è diverso da essere teisti. Essere eterosessuali è diverso da essere omosessuali. Ma possiamo dire che queste diversità siano buone, lodevoli, doverose, virtuose, conformi alla volontà di Dio e alla natura umana, meritevoli del paradiso?

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Il pluralismo delle culture, delle filosofie e delle religioni è cosa molto delicata, che va trattata con la massima prudenza e col più fine discernimento. Infatti la religione, la filosofia e la teologia hanno una pretesa di verità oggettiva ed universale, come ogni vera scienza, come le scienze fisiche, sperimentali e la matematica; esse non appartengono all’ambito della semplice opinione, dove c’è spazio per la soggettività, la diversità, la creatività, l’immaginazione.  Ma appartengono all’orizzonte dell’universalità oggettiva. Se il chimico o l’ingegnere non sono padroni del loro sapere, combinano guai. Allo stesso modo, se il credente, il filosofo o il teologo non conoscono l’essenza e i fini della natura umana, combinano guai ancora peggiori.

L’individualità del sapiente, per cui egli è diverso da altri sapienti nella medesima disciplina non incrina o non annulla o non relativizza l’universalità del sapere nel quale i vari sapienti operano. La fisica di Aristotele o di Tolomeo o Copernico o di Galileo o di Newton o di Einstein o di Heisenberg o di Born è sì la fisica di quegli scienziati, con tante ipotesi false o discutibili, se consideriamo i soggetti che la praticano, ma in se stessa la fisica è la fisica, è la verità della natura, appartiene a tutti i fisici, e non è proprietà privata di nessuno di essi; nessuno si identifica col suo sapere. 

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17 dicembre, 2023

La lealtà del parlare del pensare e dell’agire - Seconda Parte (2/2)

 

La lealtà del parlare del pensare e dell’agire

 
Seconda Parte (2/2)

Le divisioni nel campo del sapere  e nel campo morale

Nei sensi suddetti Cristo divide e crea divisioni. Ma si tratta di divisioni salutari, per le quali si mettono le carte in tavola, doverose divisioni che, nel rispetto dovuto all’errante o allo stesso ipocrita, lo smascherano mettono in luce l’opposizione fra il vero e il falso, il bene e il male,  al fine di affermare il vero contro il falso e il bene contro il male. Questo vuol dire metter pace. La pace è il trionfo del vero sul falso, del bene sul male, dell’onestà sulla disonestà, della limpidezza sulla doppiezza.

Esiste pertanto un dividere o contrapporre sano, doveroso e costruttivo, che è opera dell’intelletto, o del discernimento, del tutto normale e necessario al suo funzionamento. È l’atto del distinguere, per cui diciamo che questo è distinto da quello, questo non è quello, la materia è distinta dallo spirito, il corpo è distinto dall’anima, l’uomo è distinto dall’animale o da Dio, il pensiero è distinto dall’essere e così via. 

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Esiste una divisione che riguarda la logica, relativa al parlare e al pensare, e una divisione reale, relativa all’agire e alla morale. Un conto è dividere il genere dalla differenza e un conto è dividere una mela in due metà.

Per esempio prendendo il genere animale, quando ad esso aggiungo le differenze razionale e non-razionale, il genere resta intatto. Ora è interessante notare le conseguenze di questi concetti della logica sul piano per esempio dell’etica sessuale. I detti concetti, infatti, fanno riferimento alla natura animale della persona umana, per cui da qui si arguisce ciò che potrà essere secondo natura o contro natura nel campo della condotta sessuale.

Nel mondo materiale certamente un caso come quello delle differenze logiche non è possibile. Infatti il dividere logico è cosa normale e necessaria, purchè si sappia dividere secondo le regole della logica. Invece il dividere fisico o materiale può essere cosa buona o cattiva a seconda delle circostanze e del genere o specie dell’atto che si compie.

 

Hegel non ha capito che il soggetto e il predicato, benché concetti opposti tra di loro in quanto concetti, in quanto invece riferiti al soggetto reale, che è uno e il medesimo e circa il quale giudicano, si identificano tra loro nel soggetto reale.

Ora, anche Aristotele concepisce il giudizio come sintesi di opposti, precisando che ciò che è unito nel pensiero non è sintetico ma monadico nella realtà. In altre parole, se io dico l’uomo è un animale, è chiaro che il concetto di uomo non è il concetto di animale. Ma perché allora associo due concetti disparati se ciò a cui li riferisco è nella realtà una e medesima cosa, cioè l’uomo? Perché l’uomo è animale. Falso sarebbe invece se dicessi che l’uomo è una scimmia.

 

Non esiste vera pace se non nella verità. Essa dipende sì dalla giustizia, ma niente giustizia se non esiste la verità, perchè la giustizia è la messa in pratica della verità. La questione della verità è ineludibile. Se non si risolve questa, nulla si risolve nell’esistenza e nella vita.

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15 dicembre, 2023

La lealtà del parlare del pensare e dell’agire - Prima Parte (1/2)

 

La lealtà del parlare del pensare e dell’agire

Prima Parte (1/2)

 

Gesù Cristo non fu sì e no, ma In Lui c’è stato il sì

II Cor 1,19

 

Sia il vostro parlare: sì, sì, no, no

Mt 5,37

L’arte della discussione

L’attività del parlare e giudicare non è estranea all’ambito della moralità. Mediante essa possiamo fare al nostro prossimo un gran bene come un gran male. In essa occorre in primo luogo osservare le norme che regolano la proprietà e correttezza del linguaggio, la chiarezza e precisione dell’espressione, l’organizzazione del discorso o del dialogo o della conversazione per non uscire dal campo della correttezza formale e della verità dei contenti.

E in secondo luogo occorre che il nostro parlare sia sempre dettato dalla giustizia e dalla carità, ossia dalla volontà di edificare e di istruire, mentre nel contempo occorre da parte nostra la volontà di ascoltare ed imparare. 

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Occorre impadronirsi dell’arte della discussione o del dialogare. Essa ha due possibili prospettive o finalità: o quella della comunicazione della verità così che l’altro possa aumentare il suo sapere oppure quella di correggerlo in modo persuasivo del suo errore.

Questo, come insegna Aristotele, è il compito del sapiente, del filosofo o dello scienziato, di uno che è in possesso del sapere, sa quello che dice, ne è certo e lo può e lo sa dimostrare.

L’altra prospettiva è quella che corrisponde a quella che Aristotele chiama arte «dialettica», la quale si fonda sul confronto delle opinioni. Il dialettico parla in base ad argomenti probabili. I dialoganti devono accontentarsi del probabile e dell’opinabile. 

Nel dire e pensare c’è innanzitutto un negare che apre un ventaglio di possibilità diverse tutte reciprocamente compatibili e coesistenti. Dico per esempio: io non sono Paolo e non sono Pietro. È l’affermazione dell’alterità, della diversità e della molteplicità. Lo chiamiamo il principio dell’et-et o del vel-vel. Qui siamo sempre nell’orizzonte del sì, del vero, del bene; abbiamo solo diversi sì, diversi veri, diversi beni.

Esiste poi nel giudicare un negare che suppone l’opposizione tra il vero e il falso. Qui parliamo del principio dell’aut-aut. I due termini della contraddizione non possono coesistere: o c’è l’uno o c’è l’altro.

Che nella Chiesa esistano partiti, movimenti, correnti o tendenze particolari, preferenze, opinioni diverse o contrarie, una pluralità di spiritualità, diversità di doni, di mansioni e di uffici, nulla di male; anzi, come dice spesso il Papa, ciò non compromette affatto l’unità dottrinale di fede, ma anzi è segno di vitalità, di libertà di pensiero ed è ricchezza immensa della Chiesa, che egli paragona a un poliedro. La Chiesa è come una regina, una sposa adorna di pietre preziose e di gioielli (cf il Sal 44,10).  


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- Accademia Palatina
- Ester, 1660 Museo Puskin, Mosca