Predicare oggi
Seconda Parte (2/4)
La questione dell’eresia e della predicazione antieretica
da Innocenzo III a San Paolo VI
ovvero
dal Concilio Lateranense IV del 1215 al Concilio Vaticano II
Successe però alla fine del sec. XII che in Francia nacque un movimento ereticale, quello dei catari, semplici laici, i quali, respingendo la predicazione vescovile e i dogmi cristiani, impiegavano uomini e donne nella predicazione di un culto teo-satanico e di una condotta morale rigorista e ad un tempo dissoluta sotto pretesto della libertà spirituale.
Questo fenomeno preoccupante dette occasione a Innocenzo III di precisare in che cosa consiste la predicazione cristiana e a chi spetta, senza ovviamente negare la previa funzione della catechesi laica familiare, scolastica e parrocchiale. Egli però esortava nel contempo i Vescovi, considerata l’emergenza gravissima data dal fenomeno cataro, a farsi aiutare nella predicazione da chierici di loro fiducia. Ecco le sue parole:
«Professiamo che la predicazione è molto necessaria e lodevole e tuttavia professiamo che dev’essere esercitata dietro autorizzazione e licenza del Sommo Pontefice o col permesso dei Vescovi. In tutti quei luoghi dove risiedono manifestamente degli eretici e rifiutano e bestemmiano Dio e la fede della Santa Romana Chiesa, professiamo che disputando ed esortando in tutti i modi secondo Dio dobbiamo confutarli (confundere) e contrastarli in quanto avversari di Cristo e della Chiesa con libera fronte fino alla morte», Lettera all’Arcivescovo di Tarragona del 18 dicembre 1208 (Denz.796).
Questo progetto del Papa divenne la Decima Costituzione del Concilio Lateranense IV del 1215:
«Tra le altre cose che riguardano la salvezza del popolo cristiano, si sa che il nutrimento della Parola di Dio è tra i più necessari poiché, come il corpo si nutre del cibo materiale, così l’anima di quello spirituale. “Non di solo pane, infatti, vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4; cf Dt 8,3; Lc 4,4).
Avviene spesso che i Vescovi, per le molteplici occupazioni, per la cattiva salute, per gli attacchi nei nemici, o per altri motivi – per tacere dell’ignoranza, cosa assolutamente riprovevole in essi e da non tollerarsi più in nessun modo – non riescono da sé a predicare al popolo la Parola di Dio, specie quando le diocesi sono ampie ed estese; stabiliamo perciò che i Vescovi scelgano persone adatte ad attendere salutarmente alla santa predicazione, potenti nella parola e nelle opere, i quali visitino, in loro vece, le popolazioni loro affidate, le edifichino con la parola e con l’esempio. Se ne hanno bisogno, procurino loro quanto è necessario perchè le privazioni non li obblighino ad abbandonare l’impresa.
Comandiamo, quindi, che sia nelle cattedrali che nelle altre chiese collegiate vengano scelte persone capaci, di cui i Vescovi possano servirsi come coadiutori e cooperatori, non solo per la predicazione, ma anche per ascoltare le confessioni e imporre le penitenze e per gli altri problemi che riguardano la salvezza delle anime. Chiunque manchi di assolvere a questo dovere, sarà punito severamente»[1].
Confrontando le disposizioni del Concilio Lateranense IV con quelle del Vaticano II relative alla confutazione delle eresie, troviamo una notevolissima differenza: mentre il Lateranense dedica un capitolo intero, il terzo[2], delle sue Costituzioni, alla figura dell’«eretico», dando delle disposizioni su come predicare agli eretici e sulla necessità di «sterminare gli eretici», il Vaticano II non usa neppure una volta il termine «eresia» e su questo argomento è evasivo, impreciso, generico, privo di mordente, trascurando quasi tutti i passi neotestamentari che io ho avuto cura di citare, perché sono essenziali per avere una visione completa della natura, delle forme, degli attori, dei ministri, delle finalità, dei modi, dei metodi, dei mezzi e dei destinatari della predicazione cristiana a tutti i livelli.
Pare che per il Concilio l’umanità di oggi sia fatta solo di uomini sofferenti, infelici, ma di buona volontà, di null’altro che in attesa di conoscere la verità e di arrivare alla salvezza, un’umanità ricca di valori, soltanto bisognosa di essere apprezzata, compresa, compassionata, commiserata, aiutata nel suo desiderio di bontà, di giustizia e di amore, aperta alla speranza, pronta al dialogo, alla collaborazione e ad ascoltare la voce illuminante, affidabile risolutiva del Vangelo e della Chiesa.
Ben presto la Chiesa si sarebbe accorta che quella «nuova Pentecoste», che San Giovanni XXIII si augurò all’inizio del Concilio, come effetto delle decisioni conciliari, quella ricca e rigogliosa espansione, quella meravigliosa rifioritura, quella rapida crescita, quell’aumento di numero dei credenti, quel rafforzamento delle istituzioni cattoliche, quella travolgente predicazione che egli prevedeva, tutto ciò non si verificò affatto, tanto che già a 10 anni dalla fine dal Concilio San Paolo VI, amareggiato, deluso, sorpreso e quasi incredulo, ebbe quelle famose espressioni: «ci si aspettava una primavera ed è venuta una tempesta» e «da qualche fessura il fumo di Satana è penetrato nella Chiesa».
Già, ma in che cosa consisteva il fumo di Satana? Chi lo aveva introdotto? quali erano le cause, i caratteri, le dimensioni, le minacce di questa tempesta? San Paolo VI non ci ha dato una quadro e una diagnosi precisi, perchè avrebbe dovuto denunciare il ritorno del modernismo mascherato da progressismo, avrebbe dovuto chiamare in causa l’exploit dei rahneriani, che si erano fatti la fama di araldi del Concilio, e invece ne erano gli affossatori; invece frattanto stavano occupando le posizioni di potere, per cui il Papa si rese conto che il nominarli avrebbe aumentato la tempesta, scatenando la loro reazione, dato che si erano astutamente creata la fama di protagonisti del Concilio, quando invece, se il Concilio non produceva quella primavera e quella pentecoste che due Santi pontefici si attendevano, la colpa era proprio di quegli impostori che avevano presentato al popolo di Dio un’immagine del Concilio a loro uso e consumo.
Indubbiamente il Concilio dette molti dei frutti che aveva promesso, ingiustamente incompresi e disprezzati dai passatisti lefevriani, come per esempio la nascita dei Focolarini ad opera di Chiara Lubić, la fondazione dell’Opus Dei ad opera di Escrivá de Balaguer, la fondazione di Comunione e Liberazione ad opera di Don Giussani. Gli stessi entusiasmanti viaggi apostolici dei Papi nel mondo, a cominciare da quelli di San Paolo VI, sono certamente dei meravigliosi frutti del Concilio. Lo straordinario e miracoloso fenomeno di Medjugorje si inquadra certamente nella spiritualità mariana promossa dal Concilio. La Messa Novus Ordo, con la sua attitudine ecumenica, la valorizzazione dei laici e la sua attitudine evangelizzatrice è un frutto del Concilio. L’inculturazione del messaggio evangelico nell’opera della predicazione è un frutto del Concilio.
Il dialogo tra le culture, le religioni e le filosofie è un frutto del Concilio. La ricca attività ecumenica, il dialogo interreligioso e con i non-credenti è un frutto del Concilio. La migliorata presenza della donna nella società e nella Chiesa è frutto del Concilio. Il maggiore impegno dei laici in politica a favore della giustizia sociale è un frutto del Concilio.
Con tutto ciò è impressionante e scoraggiante il calo dei numeri in tutte le pratiche esterne, istituzionali e sacramentali della Chiesa. Si ha in qualche modo l’impressione che siamo alle porte di quella apostasia finale che è prevista da San Paolo e che stia apparendo la figura conturbante dell’«uomo iniquo» (II Ts 2, 2-3) e dell’anticristo. Si sta avvicinando la battaglia finale apocalittica di Cristo contro le potenze del male? I Papi, dai quali ci attendiamo un chiarimento su queste cose, non ci dicono nulla. Come interpretare questo silenzio? Io credo che sia un tacito messaggio che ci dice che non è ancora il momento e che il dovere dell’ora è quello di applicare rettamente la riforma conciliare.
La predicazione episcopale secondo il Concilio Vaticano II
Il Decreto conciliare Christus Dominus sull’Ufficio pastorale dei Vescovi al n.13, dedicato a come oggi i Vescovi devono predicare, dopo un fugace e generico richiamo al loro dovere di «custodire la dottrina stimolando gli stessi fedeli a difenderla e a propagarla», non accenna per nulla al loro dovere di esser loro per primi i difensori della sana dottrina contro le insidie e gli inganni degli eretici e del demonio.
Viceversa, partendo dal falso presupposto che l’umanità di oggi sia solo afflitta da angosce e problemi e solo in attesa della salvezza, desiderosa e bisognosa di verità e di giustizia, si ferma a raccomandare quattro volte in cinque righe il «dialogo», insieme con la mitezza, l’amore, la carità, l’umiltà, la fiducia, la comprensione e l’amicizia.
Purtroppo invece il Decreto ignora totalmente che anche oggi esistono malvagi, empi, bugiardi, superbi, rotti ad ogni vizio, ipocriti, violenti, prepotenti, scostumati, nemici di Cristo e della Chiesa, quindi pericolosi, seduttori ed insidiosi; per cui, se il dialogo, la misericordia, la comprensione e la compassione sono doverosi verso i poveri, i piccoli, gli oppressi, i sofferenti, le vittime degli inganni e degli impostori, con i nemici coperti o aperti della Chiesa, di Dio, della verità e della giustizia, il Vescovo, da Maestro della fede e vigile Pastore del gregge di Cristo, se non vuol essere un pavido e un opportunista, che fugge davanti al lupo o finge di non vederlo, deve procedere con discernimento, tempestività, prudenza, carità, decisione, energia, parresia e coraggio, pronto a subìre insulti e attacchi da parte degli avversari, senza temere impopolarità, umiliazioni o sofferenze per amore di Cristo e della Chiesa.
La predicazione evangelica secondo San Paolo VI
La prima Enciclica di San Paolo VI fu l’Ecclesiam suam del 1964, nella quale il Papa tratta di come oggi la Chiesa deve evangelizzare il mondo. Tutto il messaggio del Pontefice si potrebbe riassumere in questa frase: oggi «la Chiesa si fa dialogo». Da allora fino ad oggi questa parola è diventata una specie di mantra, ha cominciato ad essere pronunciata un giorno sì e un giorno no in una serie infinita di manifestazioni o pubblicazioni cattoliche di ogni genere, sia tra i laici che nei Pastori, a tutti i livelli e in tutti gli ambienti della Chiesa.
Si fanno continuamente le lodi del dialogo, si crede che tutto si risolva col dialogo, mentre se c’è oggi nella Chiesa e nella società un difetto è proprio a mancanza di dialogo o la diffusione di un dialogo evasivo, sofistico, adulatore, ambiguo, furbesco e ingannatore.
Al termine dialogo nel Nuovo Testamento corrisponde la disputa, la discussione, la controversia, il colloquio. Ma il Nuovo Testamento, per significare la evangelizzazione o la predicazione, non usa mai il termine dialogo. Parla invece di insegnare, esortare, dimostrare, istruire, annunciare, illuminare, avvertire, spiegare, interpretare, minacciare, correggere, ammonire, confutare, rimproverare.
Ora la parola dialogo è certamente molto bella e importante. Il dialogo è certamente necessario nei primi approcci e contatti col prossimo; è importante nell’apologetica. Ma lo sappiamo sempre praticare nel suo giusto senso? San Paolo VI dà degli ottimi chiarimenti sulla natura, il metodo e la finalità del dialogo cristiano. Ma è proprio vero che tutta l’attività predicatrice della Chiesa si risolve nel dialogo? Il dialogo è uno scambio di idee o di opinioni nella quale i due interlocutori possono restare anche in contrasto fra di loro nella loro idea. Non occorre forse ben altro alla Chiesa oltre al dialogo?
Il dialogo è uno scambio alla pari senza giungere a una conclusione certa e condivisa dai due dialoganti. Infatti esso si connette con la dialettica, che è l’arte di argomentare con ragioni probabili. Il dialogo è un confronto dove ci si limita a sapere come la pensa l’altro, ma senza necessariamente accettare le sue convinzioni.
Il dialogo non è fine a se stesso, ma è un processo in divenire, una ricerca della verità, che però si ferma all’apparenza, che non giunge alla verità, e quindi alla certezza, ma si ferma nel probabile e nell’opinabile. Per questo è evidente che non è possibile affidare la predicazione del Vangelo al solo dialogo. Il Signore, come diceva argutamente il Card. Biffi, non ha detto agli Apostoli: «dialogate» ma: «insegnate».
Un testo molto significativo sul tema della predicazione di San Paolo VI, forse il più importante al riguardo, è l’Esortazione apostolica Evangelii nuntiandi dell’8 dicembre 1975. Da esso traggo questi brani:
«68. Uniti al Successore di Pietro, i Vescovi, successori degli Apostoli, ricevono, in forza dell'ordinazione episcopale, l'autorità per insegnare nella Chiesa la verità rivelata. Essi sono i maestri della fede.
Ai Vescovi sono associati nel ministero dell'evangelizzazione, come responsabili a titolo speciale, coloro che mediante l'ordinazione sacerdotale «agiscono in persona di Cristo», in quanto educatori del Popolo di Dio nella fede, predicatori, fungendo in pari tempo da ministri dell'Eucaristia e degli altri Sacramenti.
Pertanto tutti noi Pastori siamo invitati, più di qualunque altro membro della Chiesa, a prendere coscienza di questo dovere. Ciò che costituisce la singolarità del nostro servizio sacerdotale, ciò che dà un'unità profonda alle mille occupazioni che ci sollecitano durante tutto il corso della nostra vita, ciò che conferisce alle nostre attività una nota specifica, è questa finalità presente in ogni nostra azione: “Annunziare il Vangelo di Dio”.
Ecco un tratto della nostra identità che nessun dubbio dovrebbe mai incrinare, nessuna obiezione mai eclissare: come Pastori, siamo stati scelti dalla misericordia del sovrano Pastore, nonostante la nostra insufficienza, per proclamare con autorità la Parola di Dio, per radunare il Popolo di Dio che era disperso, per nutrire questo popolo con i segni dell'azione di Cristo, che sono i Sacramenti, per condurlo sulla via della salvezza, per conservarlo in quella unità di cui noi stessi siamo, a differenti livelli, strumenti attivi e vitali, per animare incessantemente questa comunità raccolta attorno al Cristo secondo la sua più intima vocazione.
E quando, nella misura dei nostri limiti umani e secondo la grazia di Dio, adempiamo a tutto questo, noi realizziamo un'opera di evangelizzazione: Noi come Pastore della Chiesa universale, i Nostri Fratelli nell'episcopato alla guida delle Chiese particolari, i sacerdoti e i diaconi uniti con i propri Vescovi, di cui sono collaboratori, mediante una comunione che ha la sua sorgente nel Sacramento dell'Ordine sacro e nella carità della Chiesa.
78. Il Vangelo che ci è stato affidato è anche parola di verità. Una verità che rende liberi e che sola può donare la pace del cuore: questo cercano gli uomini quando annunziamo loro la Buona Novella. Verità su Dio, verità sull'uomo e sul suo destino misterioso, verità sul mondo. Verità difficile che ricerchiamo nella Parola di Dio ma di cui non siamo, lo ripetiamo, né padroni né arbitri, ma i depositari, gli araldi, i servitori.
Da ogni evangelizzatore ci si attende che abbia il culto della verità, tanto più che la verità da lui approfondita e comunicata è la verità rivelata e quindi - più d'ogni altra - parte della verità primordiale, che è Dio stesso. Il predicatore del Vangelo sarà dunque colui che, anche a prezzo della rinuncia personale e della sofferenza, ricerca sempre la verità che deve trasmettere agli altri.
Egli non tradisce né dissimula mai la verità per piacere agli uomini, per stupire o sbalordire, né per originalità o desiderio di mettersi in mostra. Egli non rifiuta la verità; non offusca la verità rivelata per pigrizia nel ricercarla, per comodità o per paura. Non trascura di studiarla; la serve generosamente senza asservirla. In quanto pastori del popolo fedele, il nostro servizio pastorale ci sprona a custodire, difendere e comunicare la verità senza badare a sacrifici.
Numerosi eminenti e santi Pastori ci hanno lasciato l'esempio di questo amore - in molti casi eroico - della verità. Il Dio di verità attende che noi ne siamo i difensori vigilanti e i predicatori devoti. Quanti siete dottori, teologi, esegeti, studiosi di storia: l'opera di evangelizzazione ha bisogno del vostro indefesso lavoro di ricerca, nonché della vostra attenzione e delicatezza nella trasmissione della verità a cui i vostri studi vi avvicinano, ma che è sempre più grande del cuore dell'uomo, perché è la verità stessa di Dio.
Genitori e maestri, il vostro compito - che i molteplici conflitti attuali non rendono certo facile - consiste nell'aiutare i vostri figli e i vostri alunni nella scoperta della verità, compresa la verità religiosa e spirituale».
Osservo come il Papa, in linea col Decreto conciliare sull’ufficio dei Vescovi, non dice nulla dell’aspetto terapeutico, curativo e sanatore della predicazione, sul quale invece tanto si ferma il Nuovo Testamento, e specialmente San Paolo, come abbiamo visto.
La predicazione domenicana
Tra le diverse forme di predicazione cristiana emerge quella domenicana per il fatto che essa è stata la prima forma di predicazione ad esser stata voluta e approvata dalla Chiesa come partecipazione della predicazione gerarchica. La predicazione domenicana è diventata così il paradigma e il modello per ogni altra forma di predicazione successivamente approvata dalla Chiesa nella fondazione degli Istituti religiosi e laicali. Certo oggi tutti predicano, ma il Domenicano è il predicatore per antonomasia. La predicazione degli altri Ordini o Istituti Associazioni o Movimenti è sempre unita a qualche altro valore. La predicazione domenicana è la predicazione allo stato puro.
Si sente dire da qualcuno: che senso ha parlare ancor oggi di un Ordine di Predicatori quando oggi tutti predicano? Rispondiamo: sì, oggi tutti predicano ed è certo una cosa buona, un progresso nei confronti della cristianità medioevale. Ma resta sempre il fatto che chi vuol sapere che cosa è la predicazione cristiana deve guardare a che cosa hanno detto i Papi del fine proprio dell’Ordine domenicano e lì troveranno la definizione della predicazione cristiana
Un aspetto notevole della spiritualità di San Domenico è che egli aveva una viva percezione del valore del mandato apostolico, di per sé legato al sacramento dell’Ordine nel suo grado più alto, l’episcopato. Egli pertanto desunse il suo concetto di predicazione dalla missione apostolica del Vescovo. Ancor prima di concepire il progetto di fondare un Ordine di Predicatori, egli era canonico della Cattedrale di Osma in Spagna. Certo, egli avrebbe potuto considerare anche la predicazione profetica, propria anche dei laici, uomini e donne, dotata di illustri radici nell’Antico Testamento e presente nella Chiesa sin dagli inizi.
Certo la profezia cristiana non era più rivelativa come quella veterotestamentaria, che fu completata con la venuta del Rivelatore supremo e definitivo, Gesù Cristo. La profezia cristiana, pertanto, non deve aggiungere nulla a quanto Cristo ha rivelato agli Apostoli; non ha il compito di interpretare o spiegare le verità di fede, ma, date come presupposte, ha il compito di far avanzare il cammino della Chiesa, di far mettere in pratica i precetti morali del Vangelo a seconda delle circostanze e delle necessità storiche, indicando mete future, denunciando mali ed ingiustizie, richiamando i pastori al loro dovere, promovendo riforme nei costumi e nella Chiesa, incoraggiando tutti alla speranza e ad obbedire al Vangelo.
Ovviamente tutto questo non è escluso dalla predicazione domenicana, come appare evidente dalla stessa intuizione profetica di Domenico, ossia la visione della necessità per la Chiesa della fondazione di un Ordine di Predicatori, e come risulterà evidente nei Santi dell’Ordine, tra i quali emergerà l’elemento femminile - si pensi solo a una Santa Caterina da Siena - atteso il fatto che il dono della profezia può esser concesso anche alla donna.
E anche dopo che la Chiesa, fino ad oggi, approvò altri Ordini o Istituti religiosi, nei quali la predicazione è istituzionalmente presente, come i Francescani, i Carmelitani o i Gesuiti, i Domenicani restano l’unico Ordine istituzionalmente deputato alla predicazione, tanto che chi vuol farsi religioso in un Ordine formalmente finalizzato alla predicazione come partecipazione della predicazione apostolica, non può che scegliere l’Ordine domenicano.
Da questo legame con la predicazione sorgono tutti quei valori morali e spirituali di primaria importanza che sono essenzialmente annessi alla predicazione e attorno ai quali ruota la vita e la spiritualità domenicana, quali la verità, la sapienza, la conoscenza, la fede, la ragione, l’intelletto, la scienza, la logica, la teologia. Da qui il nesso con la problematica e la tematica, di ciò che si oppone alla verità, alla fede e alla ragione: l’eresia.
Fine Seconda Parte (2/4)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 20 settembre 2026
Bisogna distinguere nella predicazione la catechesi dalla predicazione apostolica. La prima è ufficio dei laici, dei genitori, dei missionari, dei parroci e della scuola. La seconda è riservata ai Vescovi. Nella prima il laico, mosso dallo Spirito, prende l’iniziativa del parlare. Nella seconda il predicatore, Vescovo o presbitero o diacono, predica per mandato del Vescovo o del Papa. San Tommaso chiama missio a Deo il mandato al laico, la quale fonda il parlare cristiano del laico, e missio a Praelato il mandato che la predicazione riceve dal Vecovo.
Successe però alla fine del sec. XII che in Francia nacque un movimento ereticale, quello dei catari, semplici laici, i quali, respingendo la predicazione vescovile e i dogmi cristiani, impiegavano uomini e donne nella predicazione di un culto teo-satanico e di una condotta morale rigorista e ad un tempo dissoluta sotto pretesto della libertà spirituale.
Questo fenomeno preoccupante dette occasione a Innocenzo III di precisare in che cosa consiste la predicazione cristiana e a chi spetta, senza ovviamente negare la previa funzione della catechesi laica familiare, scolastica e parrocchiale. Egli però esortava nel contempo i Vescovi, considerata l’emergenza gravissima data dal fenomeno cataro, a farsi aiutare nella predicazione da chierici di loro fiducia.
Confrontando le disposizioni del Concilio Lateranense IV con quelle del Vaticano II relative alla confutazione delle eresie, troviamo una notevolissima differenza: mentre il Lateranense dedica un capitolo intero, il terzo, delle sue Costituzioni, alla figura dell’«eretico», dando delle disposizioni su come predicare agli eretici e sulla necessità di «sterminare gli eretici», il Vaticano II non usa neppure una volta il termine «eresia» e su questo argomento è evasivo, impreciso, generico, privo di mordente, trascurando quasi tutti i passi neotestamentari che io ho avuto cura di citare, perché sono essenziali per avere una visione completa della natura, delle forme, degli attori, dei ministri, delle finalità, dei modi, dei metodi, dei mezzi e dei destinatari della predicazione cristiana a tutti i livelli.
Il Frate domenicano è il primo Religioso nella storia della Chiesa a ricevere la qualifica di «predicatore» come qualifica che designa la finalità dell’Istituto. Certamente anche prima che sorgesse l’Ordine domenicano, esistevano altri Istituti o Famiglie religiose che praticavano la predicazione, ma ciò avveniva solo occasionalmente, non in forza della finalità propria e istituzionale dell’Istituto, che era un’altra.
[1] Decisioni dei Concili ecumenici, a cura di Giuseppe Alberigo, UTET 1978, pp.234-235.
[2] Vedi la citata raccolta dei documenti curata da Giuseppe Alberico, pp.226-229.


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