Predicare oggi - Quarta Parte (4/5)

 

Predicare oggi

Quarta Parte (4/5)

 

Le origini e la fine dell’Inquisizione

Lucio III e Federico Barbarossa

Pio VI e Napoleone

 

Le origini dell’Inquisizione intesa come Tribunale che irroga la pena di morte per gli eretici, le troviamo nell’incontro che Lucio III ebbe nel 1183 a Verona con l’Imperatore Federico I di Germania. In tale incontro il Papa e l’Imperatore si accordarono nella difesa della fede cattolica nel senso che mentre il Papa si assumeva il compito per il tramite di un apposito tribunale di giudicare i delitti di eresia, l’Imperatore si impegnava a punirli con la pena di morte. Questa iniziativa incontrò tanto favore presso i Papi e i sovrani cattolici, e presso le stesse popolazioni cattoliche, che era destinata a durare nei secoli successivi fino al sec. XVIII.

Subito dopo l’incontro con l’Imperatore, il 4 novembre del 1184, il Papa emanò un famoso Decreto, dal titolo Ad abolendam, che fu detto «Carta dell’Inquisizione». Prendo dal Decreto il seguente brano centrale:

 

«Egli stesso (Lucio) e l’Imperatore incontrandosi a Verona affinchè tra il padre spirituale e il figlio intercorresse un colloquio e formatasi  una sola Repubblica dalle due principali curie e dalle due capitali del mondo, vengono tra di loro trattate le questioni ecclesiastiche e ad un tempo secolari; dove, compiaciutisi vicendevolmente della presenza e vigore dell’uno nei confronti all’altro e basatisi su di un comune consiglio di tutti coloro che era convenuti … insorgono contro le diverse eresie e i loro autori … e li condannano allo sterminio (suo fine)».

Ci sarebbe però da dire che in realtà la prassi kerigmatica evangelica di Cristo e degli Apostoli non suggerisce affatto un’idea del genere. Certamente gli Apostoli ricorrono anche a castighi nei confronti dei peccatori e degli eretici. Per esempio San Paolo decise di dare in balia di Satana l’incestuoso (I Cor 5,5). Ma a nessuno viene in mente di punire con la morte chi falsifica la fede. Essi si limitano, seguendo l’insegnamento del divino Maestro, a minacciare il castigo eterno dopo la morte.

Così nessun Papa dei primi secoli, anche dopo l’editto di Costantino, ebbe mai l’idea di mandare a morte gli eretici, anche se a un certo punto nel quinto secolo Sant’Agostino, dopo un periodo nel quale sosteneva la tolleranza, giunse alla convinzione che era bene punirli con la morte. Col che Agostino, a quanto mi consta, è il primo Padre della Chiesa a vedere con favore questa prassi.

Ad ogni modo bisogna arrivare al sec. XII con Lucio III perché i Papi si decidano a rendere sistematica questa prassi inserendola nell’ordine giudiziario della Chiesa, prassi che a noi oggi giustamente tanto ripugna. Ma occorre dire che questi nostri Padri agivano in buona fede, perché tra gli inquisitori annoveriamo anche molti Santi, alcuni dei quali, uccisi dagli eretici sono stati considerati martiri dalla Chiesa e proclamati Santi.

Essi facevano un ragionamento, che sarà poi fatto proprio da San Tommaso: se si punisce con la morte i produttori di monete false che danneggiano la vita fisica, perchè non si dovrebbero punire con la morte coloro che mettono in pericolo la salvezza dell’anima? Il ragionamento fila se confrontiamo il bene del corpo con quello dell’anima. Ma i medioevali non avevano ancora chiarito come facciamo noi oggi la dignità della coscienza e della volontà umana, che è indotta ad evitare gli atti che nuocciono alla salvezza non perché teme mali fisici, ma perché teme la dannazione eterna.

Evitare l’eresia per timore della morte non è un atto di vera fede. La vera fede è causata dal timore di Dio, non dal timore degli uomini. Quindi ottenere dagli eretici che facessero professione di fede sotto la minaccia del rogo poteva sì ottenere che essi smettessero di ingannare i fedeli, ma ciò nel contempo non era ottenere necessariamente che essi credessero sinceramente, bensì facilmente aveva l’effetto di spingere all’ipocrisia.

Per quanto riguarda la fine dell’Inquisizione i regimi napoleonici spinsero gli Stati ad abbandonare la collaborazione con la Chiesa nell’ufficio dell’Inquisizione. Il Codice Leopoldino promosso da Pietro Leopoldo d'Asburgo-Lorena, abolì per primo la pena di morte per qualsiasi reato.

Per quanto riguarda la fine dei tribunali, negli ultimi decenni del Settecento e durante le Repubbliche giacobine e l'Impero napoleonico, i tribunali dell'Inquisizione furono progressivamente soppressi nei vari Stati italiani ed europei (ad esempio in Piemonte nel 1799).

L'Inquisizione spagnola e quella portoghese furono definitivamente abolite rispettivamente nel 1820 e nel 1821. Pio VI, constatata la situazione e resosi conto che effettivamente l’Inquisizione non era conforme al Vangelo, la soppresse – che ci risulti - non con un decreto ufficiale, ma con un semplice provvedimento disciplinare a carico del Domenicano Vincenzo Pani, Commissario del Sant’Uffizio, dopo che nel 1789 aveva pubblicato in due volumi una dotta opera sulla punizione degli eretici, nella quale sosteneva la validità giuridica della pena di morte per gli eretici[1].

Così nella Chiesa si chiudeva una epoca della sua storia durata sei secoli, destinata a lasciare uno strascico pesante nella sua coscienza, non facile da cancellare, che mostra la fragilità del suo aspetto umano e che purtroppo ha dato ai suoi nemici infiniti pretesti per denigrarla, odiarla e disprezzarla. Il Concilio Vaticano II ha operato molto bene nel senso di liberare la Chiesa da questo profondo disagio. Ma la sua tendenza buonista, che ha provocato il fenomeno del misericordismo e del perdonismo, mostra una reazione esagerata alla precedente eccessiva severità, per cui oggi occorre trovare un equilibrio in base al principio in medio stat virtus.

Occorre pertanto che la predicazione, per conseguenza, venga oggi concepita, organizzata, messa a punto e praticata secondo questo maggiore equilibrio che la avvicina alla predicazione evangelica ancor più di quanto non sia riuscito a fare il Concilio, troppo drastico nel respingere gli errori del passato. Occorre correggere il tiro, che per evitare di colpire a destra, si è spostato a sinistra. Il che vuol dire che non riusciamo ancora a fare centro.


Haereticum hominem

Oggi i Pastori e i predicatori, salvo qualche rarissima eccezione, non parlano più dell’eretico. Sarebbe come un medico che non parlasse del malato o del paziente. I Papi del passato, fino al Concilio Vaticano II avevano cura di fornirci elenchi di eresie, come fa la scienza medica che ci fornisce i trattati di patologia medica. A che scopo? È evidente: se non si conoscono le malattie, come si fa a curarle? Inoltre, per ogni eresia, come per ogni malattia, i Pontefici del passato offrivano un rimedio e una cura specifica. Se no, come fa il malato a guarire? Come fa l’eretico a correggersi?

Oggi si parla continuamente di pastorale. Ma si può fare una pastorale efficace che non ci dica chi è eretico e quali sono le eresie? Che non ci dica chi è sano e chi è malato? Infatti oggi che non ci si cura più di distinguere il sano dal malato e si prende per sano chi è malato, i malati sono moltissimi credendo di essere sani. Ma quel che è peggio è il fatto che è raro trovare un Pastore o un teologo che ci fornisca con chiarezza quali sono i criteri per distinguere la verità dall’eresia. I lefevriani hanno i propri, i modernisti hanno i propri, i rahneriani hanno i propri. Sarebbe come se in campo medico i medici non fossero d’accordo fra di loro nel definire le singole malattie.

Oggi la scienza medica, per la sua capacità di fare delle diagnosi esatte e per la diligenza e competenza con le quali si è impegnata nella ricerca delle terapie efficaci realizza continui progressi. E perché mai non dovrebbero fare la stessa cosa i Pastori e i predicatori nella diagnosi e nella cura delle eresie?

Il medico sa benissimo che cosa è la malattia. Possibile che Pastori, teologi e predicatori non riescano a mettersi d’accordo su che cosa è l’eresia e su quali sono le singole eresie? Il medico sa benissimo che la malattia è un fatto oggettivo, oggetto di scienza certa. E perchè mai la determinazione delle specie di eresie dovrebbe essere una questione di opinioni e non essere operata da un sapere certo? Le verità di fede non sono verità universali? Le condizioni che Cristo ha posto perché ci salviamo non sono forse dati ben più oggettivi di quelli che ottengono la guarigione di una malattia fisica?

Perché ci si deve accordare su che cosa è un raffreddore o una bronchite e non sulle eresie di Ario, di Nestorio, di Eckhart, di Lutero, di Rahner, di Teilhard de Chardin, di Schillebeeckx o di Enzo Bianchi?

Gli eretici non esistono più? Occorre semmai darne una definizione migliore, più evangelica e meno ispirata all’intransigenza sbrigativa dell’Antico Testamento. Possiamo salutare un eretico, dialogare o discutere con lui, come faceva San Domenico, senza per questo negare che sia un eretico. L’eretico oggi dobbiamo considerarlo come un nemico o un persecutore da amare o sopportare, secondo le famose direttive che Cristo ci dà sull’amore del nemico. In passato si tendeva a risolvere l’eretico nella sua eresia, a non vedere in lui altro che la sua eresia, come se egli fosse un’eresia sussistente, fatta persona. Per questo si identificava l’eliminazione dell’eresia con quella dell’eretico. 

Oggi giustamente ci si rende conto che certi eretici possono essere dottissimi e operosissimi, dotati di qualità straordinarie che vanno riconosciute, apprezzate e promosse. Per questo io sono disposto a riconoscere in un Küng, in un Rahner, uno Schillebeeckx, un Teilhard de Chardin o in un Bianchi delle ottime qualità, ma ciò non toglie che essi fossero degli eretici.

Indubbiamente esiste una differenza fra la cura del corpo e quella dell’anima. I medici hanno normalmente la soddisfazione di curare persone che desiderano essere curate, per cui, se sono preparati, facilmente si formano una clientela affezionata e diventano famosi e ricercati.

Diversa è spesso la sorte dei Pastori, dei teologi e dei predicatori zelanti e fedeli al Magistero della Chiesa. Capita che nella loro attività incontrino sordità ed opposizioni, capitano dei fedeli che non accettano la loro correzione e posseggono concezioni sulla vita cristiana a loro contraria, per cui avviene che si facciano dei nemici, che vengano emarginati o addirittura perseguitati. Sant’Agostino ha su questo argomento una fine osservazione: «Se tu avverti il tuo prossimo – egli dice – che ha una macchia sull’abito, egli ti ringrazia. Ma se lo avverti che ha una macchia nell’anima, egli si offende».

 

La punizione attuale dell’eresia

Quello che noi oggi non riusciamo a capire è come per dei secoli la Chiesa abbia potuto concepire una pena per l’eresia così terribile come la pena del fuoco. È vero che l’inferno prevede la pena del fuoco. Ma Cristo si riferiva chiaramente a una pena assegnata da Dio nell’al di là e non intendeva assolutamente riferirsi a una pena che potesse essere di competenza della Chiesa, sia pur per mezzo del braccio secolare.

Noi oggi ci chiediamo: ma dove erano finiti la carità, la compassione, un minimo senso di umanità? Come leggevano la carità fraterna comandata dal Vangelo? Dov’era la clemenza (clementia) nella pratica della giustizia, virtù conosciuta già dall’antica Roma? Come si poteva identificare il giusto orrore per l’eresia, che oggi purtroppo trascuriamo, con l’orrore per una persona, della quale oggi sentiamo di dover avere rispetto, quali che siano i suoi errori, i suoi vizi e i suoi peccati? Come anche dei Santi hanno potuto comportarsi in questo modo? E come hanno potuto passare dei secoli prima che la Chiesa si rendesse conto che stava sbagliando? Come Dio ha potuto permettere una cosa simile per la Santa Madre Chiesa? Perché imparassimo che la Chiesa è santa, nonostante gli uomini di Chiesa, fossero anche i Papi e che si può commettere un peccato in buona fede restando innocenti.

È vero che l’eresia comporta delle conseguenze pratiche dannose al bene dello Stato e alla società civile. Lo Stato però può giudicare di queste conseguenze, ma non ha competenza nel giudicare dell’eresia, dove solo la Chiesa è competente. Lo Stato può quindi punire chi mette in opera l’eresia ai danni dello Stato, ma non può punire la stessa eresia. Questo è compito della Chiesa.

Il potere civile come braccio secolare della Chiesa supponeva nel Medioevo che sia il sovrano che il popolo fossero cattolici, per cui il sovrano si sentiva in dovere di far sì che nel suo reame tutti seguissero la fede cattolica, conoscendo bene come e perché l’eresia era dannosa anche allo Stato.

Per questo il sovrano puniva volentieri l’eretico per le sue semplici proposizioni ereticali segnalate dall’Inquisizione, senza attendere che le sue eresie producessero i loro effetti dannosi per lo Stato. Così molti eretici come per esempio Giordano Bruno, furono giustiziati per le loro semplici eresie, oppure per la loro semplice condotta personale, come le streghe nei secc. XV-XVII, senza che l’autorità civile attendesse che si manifestassero le loro conseguenze politiche o sociali.

Lo Stato non ha neppure competenza nel giudicare tra le religioni qual è la migliore, onde farla propria, la cosiddetta «religione di Stato». Per questo, come ha giustamente decretato il Concilio Vaticano II, dovere dello Stato in campo religioso è quello di assicurare il diritto alla libertà religiosa, a meno che non si faccia abuso di questo diritto, per provocare disordini o turbamento del bene comune, che impediscano o compromettano una convivenza civile e tranquilla.

Ricordiamo in ogni caso ancora una volta che la predicazione domenicana ha per fine l’educazione alla fede e alla sua professione pubblica, la propagazione della fede e la promozione della virtù della fede, l’insegnamento popolare ed elementare, nonché quello superiore, dotto, scolastico e accademico delle verità di fede, l’insegnamento della teologia e delle scienze bibliche, l’assistenza ai Vescovo e al Papa nella predicazione, nella custodia e nella difesa della fede.

Indubbiamente questa predicazione ha anche un carattere antieretico, che occorre migliorare nel senso indicato dal Concilio Vaticano II e dal nuovo Diritto canonico. Trascurare questo aspetto, sarebbe una falsificazione della predicazione domenicana, oggi operata accarezzata dai modernisti, mentre i passatisti non son riusciti a recepire questo aspetto del rinnovamento conciliare.

Se l’ufficio dell’Inquisizione è felicemente cessato, non può cessare per lo zelante e coraggioso predicatore domenicano la ricerca e l’indagine della natura delle eresie di oggi e la ricerca e l’offerta del loro rimedio. Gli resta sempre il dovere di dirci chi sono gli eretici e chi sono i cattolici normali ed esemplari. Gli resta sempre il dovere di aiutarci a distinguere i veri dai falsi profeti, i veri dai falsi cristi, i lupi travestiti da agnelli e gli agnelli che sembrano lupi, ma non lo sono.

Ora, a norma di Diritto canonico, che è applicazione del Vangelo nella giurisdizione pubblica della Chiesa, come la professione pubblica della retta fede per il cattolico è dovere morale, è atto di virtù teologale e di giustizia ecclesiale, così l’eresia, nel cattolico, in quanto falsificazione, negazione o dubbio pervicaci e pubblici circa la verità di fede, è un atto delittuoso previsto dal Codice (Can.1364), soggetto a sanzione penale da parte dell’Autorità ecclesiale, a seguito eventualmente di regolare processo.

Il Sommo Pontefice, come supremo Giudice nella Chiesa, in base al potere delle chiavi e ai suddetti presupposti giuridici che regolano pubblicamente il suo ministero supremo della predicazione, della custodia, della propagazione e della difesa della fede, dispone, come è noto, di un apposito ufficio, il Dicastero per la Dottrina della Fede. Si capisce allora quanto consoni alla finalità dell’Ordine domenicano sono quegli uffici ecclesiastici diocesani o pontifici, che sono deputati a giudicare della condotta pubblica eventualmente criminosa, ossia in causa di eresia, dei fedeli di qualunque condizione, stato o grado di appartenenza alla Chiesa.

Noi oggi guardiamo con ammirazione i giudici Falcone e Borsellino, eroici magistrati uccisi dalla mafia. Similmente nel Medioevo i cattolici, cittadini e governanti, che erano la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa occidentale, guardavano con ammirazione gli Inquisitori uccisi dagli eretici, e come oggi chiediamo giustizia per gli eroici magistrati uccisi dai criminali, così allora popolo, governanti e prelati esigevano che si facesse giustizia contro gli eretici assassini perturbatori dell’ordine civile ed ecclesiale e in tal senso si adoperavano.

In tal modo la Chiesa venera come martiri col titolo di Beati alcuni Inquisitori come il Beato Pietro Ruffia, il Beato Antonio Pavoni e il Beato Matteo Cervèri, tutti Inquisitori piemontesi uccisi nell’arco dei secc. XIV-XV. Nel secolo XIII abbiamo avuto un Santo martire domenicano Inquisitore, San Pietro da Verona.

Certo oggi non sapremmo concepire un Inquisitore sugli altari e forse saremmo portati a pensare che i loro uccisori hanno fatto bene a liberarsene. Eppure la Chiesa è infallibile quando beatifica o canonizza qualcuno. Oggi gli eretici si considerano martiri e gli aguzzini saremmo noi cattolici. In realtà gli aguzzini sono loro e i martiri siamo noi, similmente a come Cristo e Santo Stefano sono stati martiri dei farisei.

Noi Domenicani abbiamo la memoria liturgica i suddetti Confratelli Inquisitori martiri nel nostro calendario proprio il 3 febbraio e quando ricorre la loro memoria li festeggiamo e li invochiamo non certo perché venga reintrodotta l’Inquisizione, ma perchè noi Domenicani sappiamo essere predicatori umili, zelanti, fraterni, persuasivi e coraggiosi, come lo sono stati loro, ma naturalmente nella modalità più evangelica, «dimentica del passato» (cf Fil 3,13), nella quale oggi la Chiesa ci chiede di realizzare la nostra missione di predicatori.

Oggi la Chiesa ordina ai predicatori e ai Vescovi di cancellare l’eresia non tanto ricorrendo alla categoria giuridica della repressione del crimine, ma a quella evangelica della correzione fraterna. Cristo giustamente ci ordina di togliere la trave nel nostro occhio prima di togliere la pagliuzza nell’occhio del nostro fratello.  Come infatti il predicatore può correggere o svergognare l’eretico se egli stesso è eretico o modernista? Ma d’altra parte sarebbe ipocrisia pretendere che il predicatore, per avere il diritto di essere ascoltato, debba essere esente da qualunque peccato presente o passato.

Se le cose stessero così, come San Paolo o Sant’Agostino hanno potuto pretendere di essere ascoltati? Con quale autorità potevano accusare, condannare, rimproverare, confutare e castigare? Occorre notare che in questa vita nessuno può essere esente dalla pagliuzza del peccato veniale. Questo lo abilita a togliere la trave, ossia l’eresia dall’occhio del fratello. Altrimenti, nessun Vescovo e neanche il Papa potrebbe correggere o punire il peccatore, l’errante o l’eretico. La pretesa degli eretici, che fà loro comodo, è che il Superiore sia esente da qualunque difetto per avere il diritto di punire.

E così similmente il predicatore che si fosse rialzato da una caduta e l’avesse espiata con la penitenza, ha il diritto a una piena riabilitazione e sarebbe ipocrisia negargli ascolto o fiducia per la sua passata caduta.

D’altra parte, quei predicatori che prima del Concilio simpatizzavano per l’Inquisizione e hanno dato in seguìto ascolto alla nuova pastorale del Concilio sono stati forse meno degni di essere ascoltati a causa del loro passato o non piuttosto più ammirevoli e più affidabili proprio per il gesto faticoso di obbedire alle nuove disposizioni del Concilio?

Se sapremo noi Domenicani realizzare veramente quella predicazione che ci ordina il Concilio, liberata dal buonismo nel senso che ho detto, e colta nella sua sostanza valida, anziché chiudere i conventi, ne apriremo di nuovi.

Soppressa infatti l’Inquisizione, non vuol dire che sia cessata la lotta all’eresia, che fa parte del nostro DNA domenicano. Ma vuol dire impostarla in modo nuovo, più evangelico, più terapeutico[2], vuol dire combatterla più evangelicamente nelle modalità che ho detto e che vanno anche oltre le indicazioni dello stesso Concilio Vaticano II e forse preparano il prossimo, correggendo la sua tendenza troppo indulgente e buonista.

Osserviamo anche che nel Medioevo l’Inquisitore, per lo più Domenicano, svolgeva un ufficio simile a quello che oggi appartiene a quello giudiziario in campo civile. Non si faceva distinzione, come noi oggi facciamo tra ufficiale giudiziario civile e ufficiale dell’Inquisizione: sempre di bene pubblico si trattava.

Oggi nella Chiesa l’unico ufficio deputato alla soppressione dell’eresia è il Dicastero per la Dottrina della Fede, che gestisce certamente un tribunale, il quale ufficio però è puramente ecclesiastico e non ha alcun legame o connessione o riflesso o estensione o conseguenza nell’ordine giudiziario civile, il quale, a differenza delle costituzioni statali o civili medioevali, non si occupa più affatto di punire, come braccio secolare, i delitti di eresia sanzionati e condannati dal tribunale ecclesiastico, il quale ha una sua propria area di intervento giudiziario e penale infraecclesiale, che niente ha a che vedere con la competenza dello Stato.

È chiaro d’altra parte che resta sempre vero che l’eresia nelle sue conseguenze pratiche, turba o sovverte anche il bene comune temporale e quindi ferisce anche gli interessi dello Stato. Per questo lo Stato, iper rimediare al danno che riceve dai comportanti pubblici che derivano dall’eresia, interviene con sanzioni penali; ma fa questo non in base ad un accordo con la Chiesa in relazione al delitto di eresia, come usava nel Medioevo, ma semplicemente per il fatto che lo Stato si sente leso nella sua autorità per comportamenti che in se stessi hanno una configurazione semplicemente civile e sociale, benchè siano applicazione di idee eretiche, che però allo Stato,  di basi puramente laiche, spesso governato da non-cattolici, non interessano e circa le quali non si sente affatto competente.

 

Proposte per la situazione attuale

Una cosa che la Chiesa ha capito, dopo la dolorosa e fallimentare esperienza secolare dell’Inquisizione, è che la distinzione fra il cattolico e l’eretico vale sempre, ma, al fine di predicare il Vangelo secondo le direttive della Scrittura, innanzitutto di Cristo e, come suoi interpreti, specialmente di San Paolo, di San Giovanni e di San Pietro, è necessario distinguere nel complesso delle idee di ogni uomo, quelle giuste da quelle sbagliate.

La vera predicazione evangelica consiste quindi nell’indicare a ognuno dove ha ragione e dove sbaglia. Infatti la Chiesa si è accorta che non esiste cattolico così ortodosso che nelle sue idee non ci sia qualche errore o magari qualche eresia. E viceversa non esiste uomo così perverso e falso, che tra le sue idee non ce ne sia qualcuna da approvare.

Il dovere di insegnare la verità e di confutare l’eresia vale sempre, ma questo lavoro va distinto dalle relazioni e comunicazioni verbali che il predicatore intrattiene con gli uomini. Un conto infatti è la valutazione dell’insieme delle idee di un uomo e un conto è l’atteggiamento pratico che il predicatore deve assumere nei confronti dei singoli uomini.

L’esame delle sue idee richiede al predicatore la formulazione di un giudizio oggettivo ed imparziale che distingua nelle sue idee il vero dal falso, mentre nei rapporti concreti con le persone deve saper decidere, in base alla valutazione fatta, se avere o non avere contatti con quel dato uomo, se continuare il rapporto o interromperlo, se, trattandosi di un’autorità, prendere o non prendere provvedimenti disciplinari.

Così nel valutare le diverse filosofie, religioni, movimenti culturali o spirituali laici o ecclesiali, sistemi dottrinali, scuole o correnti di pensiero, il predicatore deve raccogliere i valori e partendo da essi, deve impegnarsi a persuadere coloro che si trovano nell’errore ad abbandonare l’errore e ad abbracciare la verità.

Il dialogo ecumenico, interreligioso e con i non-credenti, avviato dal Concilio Vaticano II, per espressa volontà dello stesso Concilio, non è fine a se stesso, ma è ordinato all’evangelizzazione e alla correzione degli errori e delle eresie, affinchè tutti arrivino alla piena comunione con la Chiesa cattolica.

La Nota Un cammino di speranza del Dicastero per la Dottrina della Fede, del Dicastero per l’Unità dei Cristiani e del Dicastero per il Dialogo Interreligioso del 16 settembre scorso mette in luce l’importanza delle condivisione dei valori comuni e della collaborazione reciproca, ma manca totalmente  quella dottrina che il Concilio insegna circa il dovere della Chiesa, che possiede da Cristo la pienezza della verità, di condurre a Cristo tutti i fedeli di tutte le religioni, liberandoli dai loro errori.

Inoltre il parlare di «fedi» fa sembrare le credenze religiose una massa sparpagliata di opinioni incerte e discutibili, quando è ben noto che ogni religione considera le proprie dottrine come verità sacre, universali, certissime e indiscutibili. A parlare di fedi c’è il rischio di non capire qual è la serietà dei valori religiosi che coinvolgono il rapporto dell’uomo con l’assoluto e con l’eterno e di far sembrare le religioni come i partiti di un parlamento o i crocchi di cittadini che parlottano sulla piazza del mercato.

Inoltre il Decreto conciliare Unitatis redintegratio non parla di separazione fra comunità cristiane, ma del fatto che «alcune comunità si sono staccate dalla piena comunione con la Chiesa cattolica» (n.3). Per questo il problema ecumenico non è dato dal fatto che la Chiesa cattolica e altre Chiese si riuniscano fra di loro, ma che le Comunità che si sono separate tornino nella comunione che avevano con la Chiesa cattolica.

Inoltre la Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II afferma che «la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa cattolica, governata dal Successore di Pietro e dai Vescovi in comunione con lui, ancorché fuori del suo organismo si trovino parecchi elementi di santificazione e di verità, che, quali doni propri della Chiesa di Cristo, spingono verso l’unità cattolica» (n.8).

Queste parole sottintendono evidentemente che la totalità di questi elementi si trova solo nella Chiesa cattolica. Da qui da una parte il dovere della Chiesa di far sì con la sua predicazione e la sua testimonianza di carità che i fratelli separati si approprino degli elementi mancanti e il dovere di questi fratelli di adoperarsi per il loro acquisto. Questo è il vero ecumenismo.

La differenza dal dialogo interreligioso sta solo nel fatto che i fedeli delle altre religioni non devono recuperare ciò che hanno perduto, ma acquistare ciò che non hanno mai avuto. Questo è il vero dialogo interreligioso.  Ma di tutto ciò nella Nota non si fa parola. A che serve allora fare tante lodi del Concilio?

Fine Quarta Parte (4/5)

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 4 ottobre 2026

 

 

Noi oggi guardiamo con ammirazione i giudici Falcone e Borsellino, eroici magistrati uccisi dalla mafia. Similmente nel Medioevo i cattolici, cittadini e governanti, che erano la stragrande maggioranza della popolazione dell’Europa occidentale, guardavano con ammirazione gli Inquisitori uccisi dagli eretici, e come oggi chiediamo giustizia per gli eroici magistrati uccisi dai criminali, così allora popolo, governanti e prelati esigevano che si facesse giustizia contro gli eretici assassini perturbatori dell’ordine civile ed ecclesiale e in tal senso si adoperavano.

In tal modo la Chiesa venera come martiri col titolo di Beati alcuni Inquisitori come il Beato Pietro Ruffia, il Beato Antonio Pavoni e il Beato Matteo Cervèri, tutti Inquisitori piemontesi uccisi nell’arco dei secc. XIV-XV. Nel secolo XIII abbiamo avuto un Santo martire domenicano Inquisitore, San Pietro da Verona.

Certo oggi non sapremmo concepire un Inquisitore sugli altari e forse saremmo portati a pensare che i loro uccisori hanno fatto bene a liberarsene. Eppure la Chiesa è infallibile quando beatifica o canonizza qualcuno. Oggi gli eretici si considerano martiri e gli aguzzini saremmo noi cattolici. In realtà gli aguzzini sono loro e i martiri siamo noi, similmente a come Cristo e Santo Stefano sono stati martiri dei farisei.

Soppressa infatti l’Inquisizione, non vuol dire che sia cessata la lotta all’eresia, che fa parte del nostro DNA domenicano. Ma vuol dire impostarla in modo nuovo, più evangelico, più terapeutico, vuol dire combatterla più evangelicamente nelle modalità che ho detto e che vanno anche oltre le indicazioni dello stesso Concilio Vaticano II e forse preparano il prossimo, correggendo la sua tendenza troppo indulgente e buonista.

Il dialogo ecumenico, interreligioso e con i non-credenti, avviato dal Concilio Vaticano II, per espressa volontà dello stesso Concilio, non è fine a se stesso, ma è ordinato all’evangelizzazione e alla correzione degli errori e delle eresie, affinchè tutti arrivino alla piena comunione con la Chiesa cattolica.

Immagini da Internet:
- Martirio di San Pietro da Verona, di Mattia e Gregorio Preti a Taverna
- Beati Martiri di Algeria, del Vescovo Pierre Claverie e dei compagni

[1] Io posseggo una copia di questo libro intitolato Della punizione degli eretici e del Tribunale della Santa Inquisizione.

[2] Mons. Enrico Solmi, Vescovo di Parma, mio Ordinario, un giorno che venne nel nostro convento, mi si avvicinò e si complimentò con me per le mie «lezioni terapeutiche».

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