Predicare oggi - Quinta Parte (5/5)

 

Predicare oggi

Quinta Parte (5/5)

 

L’idolo del dialogo

La parola «dialogo» ricorre quasi ossessivamente 156 volte e non una sola volta si parla della conversione, dei dogmi, della sana dottrina da promuovere e da difendere, degli equivoci da dissipare, delle insidie da evitare, delle infedeltà e degli errori da confutare e correggere, delle falsità, delle eresie da togliere, dei danni da riparare, delle lacune da colmare, e degli ostacoli da superare, come se tutte queste cose non esistessero, o non avessero niente a che vedere con l’ecumenismo o il dialogo interreligioso.  

Il dialogo evangelico non mette solo in gioco la diversità o la reciprocità, ma anche il problema del vero e del falso. Il vero dialogo evangelico non è dar sempre ragione all’altro ed evitare sempre e comunque di scontentare l’altro. Ma dialogo è anche quello di Cristo con i farisei, del Battista con Erode, di Samuele con Davide, dei profeti con i re d’Israele infedeli all’Alleanza.

Dialogo è saper anche dire al fratello con retta coscienza: tu pecchi o ti sbagli per questo e questo motivo, tu ti devi correggere in questo modo; ti devi convertire; ti devi pentire; se non ti converti, finirai nella Geenna. Questo è l’esempio dei profeti, di Cristo, dei Santi Pontefici, dei Concili, degli Apostoli, dei Padri e Dottori della Chiesa, dei veri riformatori, dei santi e dei martiri. Altrimenti è meglio che non insegniamo agli altri il dialogo, che non aspiriamo a cariche presso la Santa Sede e ci limitiamo come gli eremiti a far penitenza dei nostri peccati pregando per i vivi e per i defunti.

Il dialogo per sua natura è dialettico, cioè non risolve i contrasti e i conflitti. Non produce l’unità, ma li lascia in piedi. È vano sperare pertanto che l’unità, la certezza comune e la concordia universale possano nascere dal solo dialogo. Occorre l’insegnamento persuasivo o autorevole della verità e la confutazione dell’errore.

Anzi, il dialogo, se viene assolutizzato, fa sì che la dialettica diventi dia-bolica, ossia si irrigidisca nella contraddizione senza risolverla, e non la tolga, come succede nella dialettica hegeliana. Quando San Paolo in I Tm 4,1 parla di «dottrine diaboliche» si riferisce a dottrine ispirate dal diavolo, divisive, creatrici di discordia, perché il diavolo è il divisore per eccellenza. La violenza e le guerre nascono da una dialettica assolutizzata e possono essere eliminate da un vero dialogo, che sa attuare la correzione fraterna.

Infatti la semplice dialettica, come ha dimostrato Aristotele, si pone sul piano delle apparenze, dell’opinabile, del soggettivo, del probabile, dell’incerto. Non può di per sé diventare sapere, rivelazione, visione, certezza, oggettività, verità, scienza. Quindi non può sostituirli, come credeva Hegel. Essa è utile, non però come sapere, come semplice introduzione o preparazione al sapere.

Nel campo dell’annuncio del Vangelo, la dialettica va usata nel momento preparatorio dell’apologetica. Ma quando l’ascoltatore è pronto per accogliere la Parola di Dio, occorre passare dall’apologetica all’istruzione o all’insegnamento dottrinale o dogmatico formativo o correttivo.

Per quanto riguarda invece l’ecumenismo, ossia il ripristino e la preparazione dell’unità dei cristiani, il Concilio stimola i cattolici a organizzare incontri o a partecipare ad incontri promossi dai cristiani acattolici per una comune presa di coscienza dei valori comuni. Questo lavoro, dopo sessant’anni di confronti ecumenici, è ormai stato fatto. Ma questo è solo il primo passo voluto dal Concilio.

 Adesso, secondo le direttive del Concilio, occorre fare e far fare il passo successivo e conclusivo col quale verrà recuperata o ricomposta la comunione precedente al sorgere delle separazioni, tra le quali le principali sono quella dei protestanti nel sec. XVI e quella degli orientali nel sec. XI. 

Occorre cioè che la Chiesa ricordi ai fratelli separati desiderosi di ritornare in piena comunione con la Chiesa cattolica punti di dottrina che questi fratelli devono accogliere per essere in piena comunione con la Chiesa e per conseguenza le tesi opposte a tali punti, che essi devono rifiutare riconoscendone la falsità.

Questi punti sono noti sin dai tempi del Concilio di Trento per i protestanti e dal sec. XI per gli ortodossi e sono stati chiariti dal successivo magistero pontificio soprattutto dal Beato Pio IX, dal Concilio Vaticano I, da San Pio X e Pio XII. Inoltre è necessario che i fratelli che vogliono entrare in piena comunione accolgano gli sviluppi dogmatici che la Chiesa ha attuato dopo la loro separazione fino ad oggi.

Similmente a partire dell’istituzione dell’organismo ecclesiale per il dialogo interreligioso, oggi Dicastero della Curia Romana, è sorto tra studiosi, teologi, missionari e comuni fedeli una vasta attività di approfondimento della conoscenza delle diverse religioni, così che sono sorti degli specialisti per ognuna di esse, capaci di fornire informazioni ai missionari e alle Chiese che operano nei territori occupati dai fedeli di quelle religioni. È chiaro che anche qui non ci si può fermare al dialogo, ma esso, deve costituire la base d’intesa comune che consente ai cattolici in un clima di reciproca fiducia e mutua benevolenza, di approntare ed offrire una via verso Cristo ai fedeli delle diverse religioni adatta alla situazione e alla caratteristica di ognuna.

 

Gravi lacune della Nota

Purtroppo la Nota[1] non accenna minimamente a queste grandiose iniziative o prospettive storiche che invece sono ormai mature e si presentano come la attuazione del programma conciliare ecumenico e come l’opera missionaria d’illuminazione e purificazione evangelica delle religioni del mondo per i prossimi decenni.

Se l’Europa ha bisogno di ritrovare le sue radici cristiane, se le Americhe presentano fermenti di crescita cristiana, se l’Africa vede una Chiesa in espansione e l’Australia vive delle difficoltà e delle speranze cristiane dell’Occidente, se le Chiese ortodosse si dibattono fra l’orgoglio di Mosca e l’apertura di Costantinopoli, è giunta forse l’ora per l’immensa Asia, dove tuttora i cattolici sono un’infinitesima quantità, di accogliere Cristo nell’intimo delle loro millenarie civiltà , oggi meglio apprezzate dalla Chiesa postconciliare e ricche di antichissime tradizioni spirituali, tali da poter dare alla Chiesa un nuovo volto mistico di splendida bellezza.

Così, per quanto riguarda il dialogo interreligioso e con ai seguaci delle altre religioni, occorre anche qui iniziare l’evangelizzazione col momento sanamente dialettico, adoperandosi con opportune argomentazioni e testimonianze adatte al modo di pensare o di vivere di quei popoli, cosicchè i seguaci di quelle religioni si sentano spinti ad avvicinarsi a Cristo.

Tutto invece nella Nota sembra esaurirsi nella gioiosa presa di coscienza di una comunanza di valori, in uno scambio amichevole, cordiale e fraterno, in un apprezzamento ammirato delle diversità, nella fruizione della comune buona volontà, in una collaborazione costruttiva e stima reciproche, nella certezza di tutti di essere oggetto della divina misericordia.

Appare chiaro che si evita di affrontare la verità sgradita e urtante. Si ha paura di scontentare i potenti di questo mondo. C’è da osservare inoltre che oggi è diffusa la manìa della comunicazione senza contenuti, l’idolatria del dialogo. E più che mai ci troviamo nel dialogo fra sordi, nell’incomunicabilità o nei discorsi vani e senza senso, bombardati da notizie che non servono, nella noiosissima ripetizione di frasi fatte e di verità scontate, mentre dei veri problemi non si parla o su di essi non ci si intende. Dove è il dialogo?

Viceversa le persone riflessive e silenziose, di poche parole, taciturne, sono considerate delle persone insignificanti, imbronciate o depresse, degli individui asociali, non comunicativi, che non sanno stare in società, chiuse in se stesse.

Quello che conta è parlare, comunicare, non importa che cosa. L’importante è muovere la lingua. Molto importante è parlare di se stessi. Così succede che, mancando contenuti edificanti o utili al prossimo per la sua salvezza, si sciupa il tempo, sorgono il vaniloquio, lo sproloquio, la logorrea, la chiacchiera, i discorsi vani. Bene che vada, ci si limita alle frasi fatte, alle frasi ad effetto, agli slogan ripetuti sino alla noia.

I potentissimi mezzi tecnici di comunicazione dei quali oggi disponiamo, benchè in se stessi utilissimi per parlare a tutto il mondo, finiscono per favorire questa ossessione del comunicare, che poi non è un vero comunicare, ma è la trasmissione istintuale, acritica ed emotiva agli altri di contenuti immaginativi eccitanti, eclatanti ed emozionanti ricevuti emotivamente da altri potenti abili trasmettitori  influenti, coinvolgenti, entusiasmanti o impressionanti o fantastici, imponenti, prezzolati, suggestivi, eccitanti, stimolanti, tempestanti e propellenti. 

Sembra che gli stessi Pontefici del postconcilio si siano lasciati condizionare da questa importanza eccessiva della quantità di parole rispetto alla qualità. Un’enciclica di 15-20 pagine del Beato Pio IX, di Leone XIII, di San Pio X o di Pio XII dice molto di più di quanto Papa Francesco non dica in un’enciclica di 150 pagine.

Non si capisce che il silenzio dei Certosini e dei Trappisti è molto più eloquente della conferenza o dello scritto pubblicato in 50.000 copie di un predicatore, di teologo o di un Vescovo influenzati dal buonismo o dal misericordismo.

La Nota invece avrebbe fatto bene a ricordarci le irrinunciabili parole del n.22 della Dichiarazione Dominus Jesus della CDF del 2000:

«La Chiesa considera le religioni del mondo con sincero rispetto, ma nel contempo esclude radicalmente quella mentalità indifferentista improntata a un relativismo religioso che porta a ritenere che una religione vale l’altra. Se è vero che i seguaci delle altre religioni possono ricevere la grazia divina, è pure certo che oggettivamente si trovano in una situazione gravemente deficitaria, se paragonata a quella di coloro che, nella Chiesa, hanno la pienezza dei mezzi salvifici».

Come a dire: potranno essere anche in buona fede, ma ciò non toglie che le loro idee debbano essere corrette ed essi debbano essere messi in guardia nei confronti dei mali che esse procurano. 

La Dominus Jesus conclude saggiamente con queste parole, delle quali gli estensori della Nota avrebbero dovuto tener conto:

«Il dialogo, pur facendo parte della missione evangelizzatrice è solo una delle azioni della Chiesa nella sua missione ad gentes. La parità, che è presupposto del dialogo, si riferisce alla pari dignità personale delle parti, non ai contenuti dottrinali, né tanto meno a Gesù Cristo, che è Dio stesso fatto uomo, e a un confronto con i fondatori delle altre religioni» (n.22).

Per questo non si può mettere sullo stesso piano Cristo, Mosè, Maometto, Confucio, il Buddha, Shamkara, Mani e Zoroastro, senza negare la divinità di Cristo o divinizzando anche gli altri fondatori, cosa evidentemente assurda, che neppure i rispettivi seguaci osano fare.

Aggiungiamo pertanto che Papa Francesco nell’indicare le religioni come vie diverse per arrivare a Dio, non intendeva porsi sul piano della distinzione del vero dal falso, e quindi non ha affatto voluto escludere che mentre nel cattolicesimo c’è la totalità delle verità salvifiche, nelle altre religioni, accanto a verità, ci sono lacune e falsità, ma ha inteso mettere semplicemente in luce il fatto che le religioni, in quanto espressioni dell’universale religione naturale, presentano diversità legittime, che mostrano la varietà dei doni che Dio ha  dato a ciascuna di esse. Tutte le religioni provengono da Cristo e tutte conducono a Cristo. La religione cattolica è quella fra tutte nella quale meglio risplende questo rapporto con Cristo. Questo è il discorso che la Nota avrebbe dovuto fare.

Per restare poi nel campo dei rapporti della Chiesa con i luterani, occorre far presente che gli errori e le eresie di Lutero, segnalati dal Concilio di Trento e dai Papi del sec. XIX e XX, sono tuttora purtroppo presi come verità dai luterani di oggi. Salvo qualche segno di ravvedimento dato di recente[2], essi mantengono le loro convinzioni eretiche e non è pensabile che sia la Chiesa a ritrattare le sue condanne, ma, se questi fratelli vorranno essere in piena comunione con la Chiesa cattolica, dovranno esser loro a correggersi. La Chiesa è maestra di verità. Tutte le nazioni sono chiamate alla sua scuola. 

Certamente non si può dire che la Nota ci renda perspicua questa verità, ma ricordiamoci che la Nota non costituisce Magistero, ma è un documento solo pastorale, benchè sia stata firmata dal Papa e sia coinvolto il Dicastero per la Dottrina della Fede. Ma, come sappiamo, nella pastorale la Chiesa può sbagliare, come abbiamo visto ad abundantiam nell’infausta avventura dell’Inquisizione.

Si tratta di un documento pastorale, benchè sia stato coinvolto il Dicastero per la Dottrina della Fede. Nella pastorale la Chiesa non decide sulla verità da insegnare, ma sul da farsi o su come comportarsi in date circostanze di tempo e di luogo, per guidare i fedeli nel modo migliore possibile e per espandersi nel mondo.

Cristo le ha assicurato l’infallibilità a tutti i livelli di autorità pontificia nell’insegnamento della verità e nel definire quali sono i dogmi della fede. Invece non le ha garantito l’impeccabilità nella condotta pastorale, che richiede diverse virtù morali, dove Papa e Vescovi possono mancare in vari modi e gradi: carità, discernimento, giustizia, misericordia, prudenza. Così per sei secoli è stato possibile l’istituto dell’Inquisizione con la relativa pena del rogo, una cosa che oggi ci fa orrore e ci chiediamo come sia stata possibile in Pastori peraltro santi.

Oggi però si è passati da un’eccessiva severità a un’eccessiva tolleranza o indulgenza, dette comunemente «buonismo». Come ieri i Pastori non ammettevano e non si accorgevano di sbagliare, così oggi la Chiesa fa fatica ad ammettere questa debolezza o mancanza di coraggio. Eppure, a ben guardare l’esempio di Cristo, è sempre possibile trovare il medium virtutis.

Oggi la Chiesa rischia di passare da un eccesso all’altro: dal rigorismo al buonismo. La Chiesa di ieri alzava troppo la voce. Oggi la tiene troppo bassa. Deve imparare dal pianista quando suona al pianoforte: saper usare ora quelli piani ora quelli forti. La Chiesa ha portato i suoi frutti migliori quando ha saputo unire e alternare, a seconda delle circostanze, la giustizia alla misericordia.

Bisogna che la Chiesa ancor oggi faccia sapere ai suoi figli e agli stessi luterani che  essa è sempre in attesa del loro ravvedimento, perché, se tace, si diffonde fra cattolici e luterani la convinzione a messa in giro dai modernisti che oggi la Chiesa si è sbagliata nel condannare Lutero e che col Concilio ci ha fatto capire che Lutero aveva ragione e che essa ha compreso di essersi sbagliata nel giudicare Lutero eretico, mentre era solo un cattolico che propose una riforma della Chiesa oggi accettata dal Concilio.

Se la Chiesa non parla con chiarezza su questa grave questione, succede che i luterani, credendo che la Chiesa dia loro ragione, manterranno le loro eresie, mentre i cattolici crederanno che Lutero sia stato riabilitato, per cui resteranno cattolici di nome ma diventeranno luterani di fatto.

San Giovanni Paolo II indica con chiarezza quale è lo scopo del dialogo ecumenico: «La piena unità si realizzerà quando tutti parteciperanno alla pienezza dei mezzi di salvezza che Cristo ha affidato alla sua Chiesa», evidentemente la Chiesa cattolica, come risulta chiaramente dalle parole del Decreto conciliare Unitatis redintegratio (n.3), dal quale il Papa le ha desunte.

Il Decreto infatti nota come le iniziative del dialogo ecumenico

«contribuiscono a promuovere l’equità e la verità, la concordia e la collaborazione, la carità fraterna e l’unione, così che per questa via a poco a poco superati gli ostacoli che impediscono la perfetta comunione ecclesiastica, tutti i cristiani, in un’unica celebrazione dell’eucaristia, si riuniscano in quell’unità dell’una ed unica Chiesa, che Cristo donò fin dall’inizio alla sua Chiesa e che crediamo sussistere, senza possibilità di essere perduta nella Chiesa Cattolica» (n.4).

Sono queste le verità che la Nota avrebbe dovuto ricordare.

 

Che ne è degli insegnamenti del Concilio?

Il Decreto Ad gentes del Concilio Vaticano II, dedicato ad insegnarci come diffondere la fede cristiana fra i popoli e quindi anche fra i seguaci delle altre religioni, ci fa presente che occorre sì iniziare col dialogo, ma esso non è fine a se stesso. Esso al contrario, mediante l’accordo nella verità comune e la confutazione dell’errore, deve essere ordinato all’annuncio, all’insegnamento e all’istruzione, onde i popoli raggiungano quella pienezza di verità che solo il cristianesimo, unica religione fondata da Dio stesso, possiede:

«Come Cristo stesso scrutò il cuore degli uomini e li portò alla luce divina attraverso un colloquio veramente umano, così i suoi discepoli, profondamente animati dallo Spirito di Cristo, devono conoscere gli uomini in mezzo ai quali vivono ed improntare le relazioni con essi ad un dialogo sincero e paziente». Ma non devono fermarsi qui. Infatti il Decreto prosegue ed espone il FINE del dialogo: «affinchè conoscano quali ricchezze Dio nella sua munificenza ha dato ai popoli; ma nello stesso tempo devono tentare di illuminare queste ricchezze alla luce del Vangelo, di liberarle e di riferirle al dominio di Dio Salvatore» (n.11).

Inoltre il Decreto presenta magnificamente ed efficacemente l’attività missionaria in tono apocalittico come l’opera stessa della Chiesa vincitrice escatologica con Cristo vincitore del potere delle tenebre e delle forze del demonio:

«Tutto ciò che di verità di e di grazia era già riscontrabile per una nascosta presenza di Dio in mezzo alle genti», nelle culture, nelle sapienze e nelle religioni dell’umanità, «la Chiesa lo purifica dalle scorie e lo restituisce al suo Autore, Cristo, che rovescia il regno del demonio ed allontana la multiforme malizia del peccato. Perciò, quanto di bene si trova seminato nel cuore e nella mente degli uomini o nei riti particolari e nelle culture dei popoli, non solo non va perduto, ma viene sanato e perfezionato per la gloria di Dio, la confusione del demonio e la felicità dell’uomo» (n,9).

Non si poteva dir meglio. Perché queste saggissime parole e questi stupendi insegnamenti, perfetto riflesso della volontà e della dottrina del divino Maestro Salvatore, non sono state citate dalla Nota?

Inoltre, qual è il contenuto della speranza dei cattolici della quale parla la Nota? Non è detto. Ma la cosa dovrebbe essere evidente: che i non-cattolici, come auspica l’Unitatis redintegratio possano un giorno giungere a Cristo condotti dalla predicazione cattolica del Vangelo e dalla testimonianza delle opere. Bisogna che la Chiesa continui a comportarsi così, come essa ha fatto finora da 2000 anni nella sua attività evangelizzatrice e missionaria ottenendo la conversione dei popoli e la diffusione della Chiesa fino ai confini del mondo.

Sì, spesso sentiamo negli incontri ecumenici la comune preghiera in unione al voto di Cristo davanti al Padre che ci crei un solo ovile sotto un solo pastore. Ma chi tra i cattolici partecipanti a tali incontri, è capace di far presente con chiarezza e parresia ai non cattolici che con queste parole il Signore intende dire che tutti i popoli della terra, tutti i fedeli di tutte le religioni sono chiamati ad entrare nella Chiesa cattolica guidata del Papa?

Eppure, che cosa ha comandato Cristo agli Apostoli? Lo sappiamo tutti: «Ammaestrate tutte le nazioni» (Mt 28,129), «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15), ha incarcato Pietro di guidare la Chiesa in quest’opera evangelizzatrice e salvifica universale ed escatologica. Che vuol dire «a ogni creatura»? Agli ebrei, ai pagani, ai non-credenti, ai musulmani, agli induisti, ai fedeli di tutte le religioni.

Quanto al diritto alla libertà religiosa, esso è un diritto civile che concerne l’organizzazione dello Stato, non l’organizzazione della Chiesa, che è regolata dal diritto canonico. E tuttavia il Decreto Dignitatis humane dice chiaramente che è fondato sulla Rivelazione. Se il cittadino è libero di essere cattolico o non-cattolico, credente o non-credente, il diritto canonico non permette al cattolico di abbracciare l’eresia. Il diritto canonico non permette nessuna libertà religiosa ai cattolici, ma obbliga tutti i cattolici ad essere cattolici. La Chiesa quindi non ha facoltà di punire gli ebrei, gli ortodossi, i protestanti e i musulmani, per quanto abbiano idee false, ma non può tollerare che sedicenti o supposti cattolici mettano in pericolo con le loro menzogne la salute delle anime.

Da qui il dovere dei predicatori di diagnosticare e confutare le eresie e il dovere, in linea di principio, dei Vescovi di prendere provvedimenti disciplinari, salvo i casi nei quali prevedono che lo scismatico o l’eretico peggiorerebbe o i casi di eretici che tuttavia mantengono grandi valori e li sanno diffondere. In ogni caso il Vescovo non deve omettere la confutazione dell’eresia e non lasciare questo compito ai teologi o ai Religiosi o al clero secolare o agli stessi laici.

Il Sommo Pontefice è il supremo maestro e predicatore del Vangelo ed è il giudice supremo in fatto di eresia. Non abbiamo più sentito i Papi del postconcilio intervenire o avvertirci contro le eresie precisandone i contenuti, come avevano sempre fatto i Papi precedenti, elencando le proposizioni eretiche.

Ciò vuol dire che le eresie non esistono più? Tutt’altro! Mai come oggi tante eresie sono circolate all’interno della Chiesa. I danni arrecati da questo fenomeno sono evidenti. Come rimediarvi? Con i rimedi che ho suggerito in questo articolo, rimedi che non sono miei ritrovati personali, ma ciò che Cristo stesso e la Chiesa insegnano, ricordandoci che anche noi oggi non siamo sottratti al pericolo di cadere nell’eresia e che non siamo noi peccatori ma è lo Spiri to Santo a guidare la Chiesa alla pienezza della verità.

Bisogna pertanto che la Chiesa, attuando il meglio del messaggio conciliare, riprenda in pieno l’ufficio assegnatole da Cristo di essere luce delle genti, mandata da Lui ad evangelizzare tutti i popoli, maestra infallibile della verità salvifica, purificatrice e liberatrice delle menti e dei cuori per assoggettare ogni intelletto al pensiero di Cristo.

La Chiesa deve tornare a comprendere che l’evangelizzazione non è sempre un tranquillo e piacevole scambio di opinioni o un amorevole e cortese colloquio nel quale ci si integra l’uno con l’altro, compiacendosi delle diversità reciproche e dei valori comuni, ma è anche la lotta apocalittica e drammatica della Donna contro il Drago in vista della vittoria finale di Cristo sulle forze della menzogna e del male. È il rischiare la vita nello scontro con le forze della falsità e del peccato.

Affinchè le attività ecumeniche e il dialogo interreligioso siano fruttuosi, come lo stesso Concilio vuole, affinchè si avvicini quel giorno desiderato da Cristo che si faccia un solo ovile e un solo pastore, benchè sappiamo che al Giorno del Giudizio i giusti saranno separati dagli empi, bisogna che la Chiesa riprenda con coraggio e parresia il suo compito magnanimo e materno, magisteriale e profetico, dettato da ardente carità, di dirci nelle dottrine dei fratelli separati e in quelle delle altre religioni, ciò che è vero e ciò che è falso. Deve indicarci, come ha sempre fatto e come dovrà sempre fare, quali sono le verità da accettare e quali sono le falsità da evitare.

Deve imitare la diligenza e competenza con le quali i medici prescrivono la cura da seguire o la cura con la quale le case farmaceutiche allegano al farmaco i pregi dello stesso farmaco, le norme dettagliate su come va usato e quali sono le cose da evitare, i rischi e le controindicazioni. Il Vangelo è il Farmaco per ogni malattia dello spirito contro i veleni del demonio. Questo vuol dire, secondo la volontà di Cristo, prendersi veramente a cuore la salute delle anime e condurle, libere dal male, alla santità.

Padre Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 4 ottobre 2026

Tutto nella Nota sembra esaurirsi nella gioiosa presa di coscienza di una comunanza di valori, in uno scambio amichevole, cordiale e fraterno, in un apprezzamento ammirato delle diversità, nella fruizione della comune buona volontà, in una collaborazione costruttiva e stima reciproche, nella certezza di tutti di essere oggetto della divina misericordia. … Si tratta di un documento pastorale, benchè sia stato coinvolto il Dicastero per la Dottrina della Fede. Nella pastorale la Chiesa non decide sulla verità da insegnare, ma sul da farsi o su come comportarsi in date circostanze di tempo e di luogo, per guidare i fedeli nel modo migliore possibile e per espandersi nel mondo. 

Quanto al diritto alla libertà religiosa, esso è un diritto civile che concerne l’organizzazione dello Stato, non l’organizzazione della Chiesa, che è regolata dal diritto canonico. E tuttavia il Decreto Dignitatis humane dice chiaramente che è fondato sulla Rivelazione. Se il cittadino è libero di essere cattolico o non-cattolico, credente o non-credente, il diritto canonico non permette al cattolico di abbracciare l’eresia. Il diritto canonico non permette nessuna libertà religiosa ai cattolici, ma obbliga tutti i cattolici ad essere cattolici. La Chiesa quindi non ha facoltà di punire gli ebrei, gli ortodossi, i protestanti e i musulmani, per quanto abbiano idee false, ma non può tollerare che sedicenti o supposti cattolici mettano in pericolo con le loro menzogne la salute delle anime.

Bisogna pertanto che la Chiesa, attuando il meglio del messaggio conciliare, riprenda in pieno l’ufficio assegnatole da Cristo di essere luce delle genti, mandata da Lui ad evangelizzare tutti i popoli, maestra infallibile della verità salvifica, purificatrice e liberatrice delle menti e dei cuori per assoggettare ogni intelletto al pensiero di Cristo. 

Affinchè le attività ecumeniche e il dialogo interreligioso siano fruttuosi, come lo stesso Concilio vuole, affinchè si avvicini quel giorno desiderato da Cristo che si faccia un solo ovile e un solo pastore, benchè sappiamo che al Giorno del Giudizio i giusti saranno separati dagli empi, bisogna che la Chiesa riprenda con coraggio e parresia il suo compito magnanimo e materno, magisteriale e profetico, dettato da ardente carità, di dirci nelle dottrine dei fratelli separati e in quelle delle altre religioni, ciò che è vero e ciò che è falso. Deve indicarci, come ha sempre fatto e come dovrà sempre fare, quali sono le verità da accettare e quali sono le falsità da evitare.

Deve imitare la diligenza e competenza con le quali i medici prescrivono la cura da seguire o la cura con la quale le case farmaceutiche allegano al farmaco i pregi dello stesso farmaco, le norme dettagliate su come va usato e quali sono le cose da evitare, i rischi e le controindicazioni. Il Vangelo è il Farmaco per ogni malattia dello spirito contro i veleni del demonio. Questo vuol dire, secondo la volontà di Cristo, prendersi veramente a cuore la salute delle anime e condurle, libere dal male, alla santità.

Immagini da: VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ PAPA LEONE XIV IN FRANCIA E VISITA ALLA SEDE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE PER L’EDUCAZIONE, LA SCIENZA E LA CULTURA (UNESCO)
https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/travels/2026/documents/francia-25-28settembre2026.html 

[1]  DICASTERO PER LA DOTTRINA DELLA FEDE - DICASTERO PER LA PROMOZIONE DELL’UNITÀ DEI CRISTIANI - DICASTERO PER IL DIALOGO INTERRELIGIOSO - NOTA “UN CAMMINO DI SPERANZA”

https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/travels/2026/documents/francia-25-28settembre2026.html 

[2] Vedi per esempio la Dichiarazione congiunta sulla dottrina della giustificazione tra  il Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani e la Federazione Luterana Mondiale del 31 ottobre 1999. 

2 commenti:

  1. (alla nota [1] il link fornito manca della "L" finale in "html" e risulta pertanto un link rotto.)

    Per esperienza diretta di semplice osservatore posso testimoniare che l'ecumenismo di questi ultimi anni ha confermato i nostri fratelli protestanti nell'errore anche con loro orgoglio. D'altro canto, credo di ricordare Don Mauro Gagliardi dire nel suo libro "La verità é sintetica" che la riunificazione sarà possibile solo attraverso l'azione dello Spirito Santo.

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    1. Caro Alessandro,
      lei tocca una nota dolente. Quello che lei dice purtroppo è vero. Una eccessiva preoccupazione di non dispiacere ai protestanti finisce per confermarli nei loro errori e ritenersi loro i riformatori e i maestri della verità. Che fare, allora? Da sessant’anni negli incontri ecumenici si prega lo Spirito Santo. Certo è un’ottima idea. Lo Spirito Santo ci potrebbe dire: “Figlioli, io faccio la mia parte, però voi dovete fare la vostra. Altrimenti rischiate di tentare Dio, che è una cosa molto brutta”.

      La ringrazio per la segnalazione riguardante il link.

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