La predicazione ecclesiale oggi - Prima Parte (1/2)

 

La predicazione ecclesiale oggi

Prima Parte (1/2)

 

Un aumento vertiginoso dei documenti pastorali

Il Concilio Vaticano II ha prodotto una gran quantità di documenti, come mai era successo in tutta la storia della Chiesa grazie non solo alle aumentate conoscenze teologiche da essa raggiunte in quegli anni, ma anche al numero molto maggiore di Vescovi partecipanti, e a causa della quantità di argomenti da trattare e della molto maggiore facilità delle comunicazioni e dei mezzi di trasporto. All’epoca del Vaticano I non si potevano nemmeno immaginare Vescovi provenienti in aereo dall’Australia o dall’Argentina o dal Sud Africa.

Tale straordinaria esperienza collettiva di comunicazione alla Chiesa e al mondo ha riempito di entusiasmo i Papi e i Vescovi del postconcilio creando in loro, a quanto sembra, il desiderio e la volontà di mantenere anche in seguito quasi programmaticamente questo stile di predicazione collettiva o sinodale, come se si trattasse di una forma nuova, più evangelica, della predicazione ecclesiale ed apostolica.

Così è successo che in qualche modo o in qualche misura da una parte il ruolo del Papa ha perduto la sua eminenza rispetto a quella dei Vescovi, mentre questi, nel ricordo che avevano promulgato gli insegnamenti conciliari insieme col Papa, cominciarono a sentire la loro autorità dottrinale troppo simile a quella del Papa.

Ma nel contempo il Concilio, con la concezione della Chiesa come popolo di Dio e la sua valorizzazione del laicato e con la dottrina del sacerdozio comune dei fedeli, insegnando che il popolo di Dio non può sbagliare nel credere grazie al possesso dello Spirito Santo, poneva le basi di quella sinodalità laici-religiosi-Vescovi, che è venuta chiaramente alla luce di recente, ha condotto il Papa ad istituzionalizzarla appunto con periodica riunione di questo tipo di Sinodo, che si aggiunge a quello dei Vescovi istituito da San Paolo VI.

Inoltre il Papa aumentò il numero degli organismi della Curia romana deputati ad emanare documenti, sicchè il volume della produzione letteraria della Santa Sede da allora è enormemente ampliato. Il Papa costituì anche una Commissione Teologica Internazionale produttrice anch’essa spessissimo di corposi documenti.

Altri documenti cominciarono ad essere prodotti dalle Conferenze episcopali nazionali, altri documenti dai Sinodi mondiali dei Vescovi, che si riuniscono ogni quattro anni, per non parlare dei documenti pontifici emanati in occasione di solenni ricorrenze di Santi o degli Anni Santi, che sono aumentati di numero.

Inoltre è nata in molti fedeli non sufficientemente informati, ma frastornati dai modernisti l’idea che il Sinodo mondiale laici-Vescovi non sia solo consultivo, ossia non abbia competenza solo su questioni di carattere pastorale, disciplinare o giuridico, ma possa, sia pur sempre col Papa, ma solo come primus inter pares, definire e chiudere anche questioni di tipo dottrinale, secondo una visione del popolo di Dio che si avvicina pericolosamente a quella di Lutero o degli ortodossi scismatici orientali. Ciò naturalmente non potrà mai avvenire, data l’intangibilità del carisma di Pietro custodita dallo Spirito Santo.

Occorre infatti osservare che nelle questioni di fede non tutti i problemi sono di pari difficoltà. Non tutte le questioni dottrinali possono essere risolte da chiunque, Alcuni problemi, quelli più semplici, riesce a risolverli il comune fedele consultando il Catechismo. Altri, più difficili, dove la Chiesa non si è ancora pronunciata, sono dibattuti persino tra i teologi.

Ognuno in campo dottrinale ha il suo compito e la sua autorità. I genitori sono i maestri dei loro figli. Al parroco spetta istruire catechisticamente il comune fedele. Il Vescovo custodisce la sua Diocesi. Il teologo, il biblista, lo scrittore spirituale perfezionano la cultura dei sacerdoti, dei laici e dei religiosi.

Capita però che in certe questioni è bene che intervenga il Vescovo. Se tuttavia un Vescovo nella sua diocesi non riesce a sanare qualche divisione o a correggere qualche eretico, è bene che chieda aiuto al Papa o comunque alla Sede Romana.

 

Il compito dei teologi, dei biblisti, dei moralisti e dei profeti

Questi fedeli maggiormente istruiti o illuminati dagli altri o in forza di uno speciale dono divino come i profeti o per un mandato del Vescovo, come i teologi, i moralisti e i biblisti, hanno il compito o della formazione del clero o di migliorare la cultura teologica dei laici e dei religiosi.

I profeti e i mistici, grazie alle loro ispirazioni divine vagliate e autenticate dal Vescovo o dalla Sede Romana e grazie alla loro illuminazione profetica ed esperienza mistica, guidano insieme con i sacerdoti sotto l’autorità apostolica e magisteriale del Vescovo e del Papa, le anime singolarmente o collettivamente alla santità, fondano i movimenti, gli istituti religiosi e le opere di religione e mostrano alla Chiesa nuove mete grandiose future, fanno pregustare le primizie dello Spirito,  danno avvertimenti da parte di Dio, indicano applicazioni del Vangelo e correggono o riformano costumi corrotti, aiutando così la predicazione e l’opera del Vescovo e del Papa.

I teologi, i moralisti  e biblisti, specialisti nelle varie scienze e discipline teologiche e bibliche, nell’obbedienza al Magistero della Chiesa, utilizzando le risorse della filosofia,  con una sana libertà di pensiero, aiutano rispettivamente laici e religiosi a conoscere meglio i dogmi e la tradizione della Chiesa, aiutano ad applicare nelle situazioni concrete i princìpi della morale cattolica nei vari rami della morale e della canonistica, dibattendo le questioni opinabili, secondo una sana pluralità di indirizzi,  e  aiutano nelle varie scienze bibliche a conoscere meglio i contenuti e temi teologici e morali della Sacra Scrittura.

 

 La pastorale deve raggiungere tutti, ma giudiziosamente

Bisogna che la pastorale sia organizzata in modo che ogni comune fedele, fino ai fanciulli e ai giovani, sappia quanto è necessario per raggiungere la salvezza.  Dev’essere organizzata e fatta in modo che tutti possano comprendere il linguaggio cristiano, possano apprendere le verità di fede e siano difesi dai pericoli contro la fede. I fedeli devono esser ben forniti e difesi, ma non invasi da una massa enorme di documenti che aumentano di giorno in giorno senza peraltro affrontare e risolvere le questioni più gravi ed angoscianti e sventare le insidie più pericolose.

Non è necessario che il comune fedele, laico, o religioso riceva il suo nutrimento dottrinale sufficiente dai frequentissimi discorsi o documenti pontifici o della Santa Sede. Trattandosi di una sua vita dignitosa ispirata alla comune dottrina della Chiesa, è sufficiente che sia istruito dalle omelie domenicali in parrocchia, da qualche buona lettura o da qualche conferenza o da buone trasmissioni televisive o internet o dalla partecipazione a qualche movimento cattolico o dal confessore o da qualche amicizia. Per questo non pare necessario che il Papa o i Dicasteri romani con tanta frequenza emanino lunghi documenti su temi di comune dottrina della Chiesa. Chi li legge?

Di quale utilità sono, se si limitano ad un livello dottrinale che è quello del parroco? Se ripetono cose risapute? L’ufficio proprio, preziosissimo ed insostituibile del Papa è quello di porsi in alto, come dice San Gregorio Magno, che vedremo sotto, ad un livello contenutistico superiore al livello del Vescovo o del parroco, e trattando le grandi questioni che interessano o affliggono la Chiesa e che solo il Papa può risolvere con autorità ed efficacia, in particolare i casi di eresie diffuse, che facilmente giungono alle orecchie dei fedeli per mezzo dei potenti mass media.

Chi c’è a illuminarli a disingannarli e a difenderli? Io col mio blog ed altri privati cerchiamo di far qualcosa; ma vogliamo paragonare il mio intervento a quello del Papa o di un Dicastero romano, dotati di un’autorità e di un influsso ben superiori ai miei?

Perché obbligare i teologi a fare quello che dovrebbero fare il Papa, la Santa Sede e i Vescovi? Non sarebbe meglio che queste eresie propalate con grande abilità ai quattro venti fossero segnalate, confutate e corrette dal Papa o da un Dicastero romano o dalla Conferenza episcopale o dal Vescovo?

Il parroco ha certamente già come parroco un compito formativo essenziale: è l’istruttore e il mediatore diretto ai fedeli degli insegnamenti pontifici ed ecclesiali soprattutto nell’omelia domenicale e nella catechesi. Spetta al parroco istruire i fedeli circa la morale e la teologia naturali, gli articoli della fede, i dogmi principali, i comandamenti, i sacramenti, le leggi della Chiesa, la liturgia, la morale cattolica, la comune dottrina della Chiesa. Ma neppure a lui si può chiedere quello che spetta al Papa e alla Santa Sede.

I genitori e i familiari e la scuola cattolica svolgono insieme con la parrocchia e gli istituti religiosi educativi e i movimenti laicali cattolici una funzione essenziale nell’iniziazione cristiana dei fanciulli e dei giovani mediando anch’essi, insieme col parroco, gli insegnamenti del Papa, del Catechismo, del Magistero e della Tradizione della Chiesa.

Ritengo pertanto che non sia necessario, e che anzi sia controproducente o quantomeno inutile che i comuni fedeli, i Vescovi, i parroci, i formatori religiosi, gli educatori, i maestri cattolici, i catechisti e i missionari si trovino davanti quasi quotidianamente ad una continua abbondantissima produzione, da parte del Papa o della Santa Sede o dei Sinodi ecclesiali, di lunghi documenti dove vengono ripetute cose indubbiamente valide e importanti, ma tutto sommato già note alla maggioranza e da essa accolte, e dove invece i cattolici fedeli alla Chiesa desidererebbero da parte delle autorità, aiuti, interventi e chiarimenti circa fatti, eventi, iniziative, idee, comportamenti di personaggi noti e meno noti, laici o ecclesiastici, che nella Chiesa fanno sorgere divisioni o provocano scandali o turbamento, o chiederebbero all’autorità correzioni, purtroppo mancanti, nei confronti degli errori e delle eresie di questi personaggi.

 

L’insegnamento di San Gregorio Magno

Nella predicazione del Vangelo sono necessarie due cose: prima, occorre offrire un cibo sostanzioso più che preoccuparsi di dire cose che possano interessare alla gente, perchè non tutti hanno dei sani interessi. Non bisogna quindi scoraggiarsi se l’offerta del nostro cibo non interessa. L’importante è che sia un buon cibo. Se a qualcuno interessano di più le «carrube per i porci» (Lc 15,16), faccia lui.

Seconda cosa: la predicazione polemica non è necessariamente divisiva. È l’eresia che suscita divisioni. La predicazione della verità è unitiva e toglie le divisioni. Se suscita ostilità, la colpa dell’ostilità non è la predicazione della verità e la condanna dell’eresia, ma la colpa è dell’eretico.

Questo non vuol dire che il predicatore non debba essere polemico contro le eresie. In questo senso Cristo è visto come «segno di contraddizione» e in tal senso Egli dice di essere «venuto a portare una spada». Quando Cristo polemizza contro i farisei si potrà forse dire che è mosso dall’odio e non promuove la pace? Ma esiste anche una promozione della pace che rimuove con energia gli ostacoli alla pace e nel campo della predicazione questi ostacoli sono le eresie.

San Gregorio Magno, grande Papa e Dottore della Chiesa, fornisce anche ai Pastori di oggi delle direttive splendide che correggono l’attuale tendenza buonista indicando la condotta da tenere per realizzare il modello del Pastore divino, mite Agnello e Leone di Giuda:

«Il pastore sia accorto nel tacere e tempestivo nel parlare, per non dire ciò che è doveroso tacere e non passare sotto silenzio ciò che dev’essere svelato. Un discorso imprudente trascina nell’errore e un silenzio inopportuno lascia in una condizione falsa coloro che potevano evitarla. Spesso i pastori malaccorti, per paura di perdere il favore degli uomini, non osano dire liberamente ciò che è giusto e, al dire di Cristo che è la verità, non attendono più alla custodia del gregge con amore di pastori, ma come mercenari. Fuggono all’arrivo del lupo, nascondendosi nel silenzio.

Il Signore li rimprovera per mezzo del Profeta, dicendo: “sono cani muti, incapaci di abbaiare” (Is 56,10) e fa udire ancora il suo lamento: “voi non siete saliti sulle brecce e non avete costruito alcun baluardo in difesa degli Israeliti, perché potessero resistere nel giorno del Signore” (Ez 13,5). Salire sulle brecce significa opporsi ai potenti di questo mondo con libertà di parola per la difesa del gregge, resistere al combattimento nel giorno del Signore, vuol dire far fronte, per amore di giustizia, alla guerra dei malvagi.

Cos’è infatti per un pastore la paura di dire la verità, se non un voltar le spalle al nemico col suo silenzio? Se invece si batte per la difesa del gregge, costruisce contro i suoi nemici un baluardo per la difesa d’Israele. Per questo, al popolo che ricadeva nuovamente nell’infedeltà fu detto: “i tuoi profeti hanno avuto per te visioni di cose vane e insulse, non hanno svelato le tue iniquità per cambiare la tua sorte” (Lam 2,4). Nella Sacra Scrittura col nome di profeti son chiamati talvolta quei maestri che, mentre fanno vedere la caducità delle cose presenti, manifestano quelle future,

La parola di Dio li rimprovera di vedere cose false perché, per timore di riprendere le colpe, lusingano invano i colpevoli con le promesse di sicurezza e non svelano l’iniquità dei peccatori, ai quali mai rivolgono una parola di riprensione.

Il rimprovero è una chiave. Apre infatti la coscienza a vedere la colpa, che spesso è ignorata anche da quello che l’ha commessa. Per questo Paolo dice: “Perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare coloro che contraddicono” (Tt 1,9). E anche il profeta Malachia asserisce: “Le labbra del sacerdote devono custodire la scienza e dalla sua bocca si ricerca l’istruzione, perché egli è il messaggero del Signore degli eserciti” (Ml 2,7).

Per questo il Signore ammonisce per bocca di Isaia: “Grida a squarciagola, non aver riguardo; come una tromba alza la voce” (Is 58,1).

Chiunque accede al sacerdozio si assume l’incarico di araldo e avanza gridando prima dell’arrivo del giudice, che lo seguirà con aspetto terribile. Ma se il sacerdote non sa compiere il ministero della predicazione, egli, araldo muto qual è, come farà sentire la sua voce? Per questo lo Spirito Santo si posò sui primi pastori sotto forma di lingue e rese subito capaci di annunziare coloro che aveva riempito»[1].

Fine Prima Parte (1/2)

P. Giovanni Cavalcoli

Fontanellato, 6 ottobre 2026

Bisogna che la pastorale sia organizzata in modo che ogni comune fedele, fino ai fanciulli e ai giovani, sappia quanto è necessario per raggiungere la salvezza. Dev’essere organizzata e fatta in modo che tutti possano comprendere il linguaggio cristiano, possano apprendere le verità di fede e siano difesi dai pericoli contro la fede. I fedeli devono esser ben forniti e difesi, ma non invasi da una massa enorme di documenti che aumentano di giorno in giorno senza peraltro affrontare e risolvere le questioni più gravi ed angoscianti e sventare le insidie più pericolose.

L’ufficio proprio, preziosissimo ed insostituibile del Papa è quello di porsi in alto, come dice San Gregorio Magno, che vedremo sotto, ad un livello contenutistico superiore al livello del Vescovo o del parroco, e trattando le grandi questioni che interessano o affliggono la Chiesa e che solo il Papa può risolvere con autorità ed efficacia, in particolare i casi di eresie diffuse, che facilmente giungono alle orecchie dei fedeli per mezzo dei potenti mass media.

Perché obbligare i teologi a fare quello che dovrebbero fare il Papa, la Santa Sede e i Vescovi? Non sarebbe meglio che queste eresie propalate con grande abilità ai quattro venti fossero segnalate, confutate e corrette dal Papa o da un Dicastero romano o dalla Conferenza episcopale o dal Vescovo?

Ritengo pertanto che non sia necessario, e che anzi sia controproducente o quantomeno inutile che i comuni fedeli, i Vescovi, i parroci, i formatori religiosi, gli educatori, i maestri cattolici, i catechisti e i missionari si trovino davanti quasi quotidianamente ad una continua abbondantissima produzione, da parte del Papa o della Santa Sede o dei Sinodi ecclesiali, di lunghi documenti dove vengono ripetute cose indubbiamente valide e importanti, ma tutto sommato già note alla maggioranza e da essa accolte, e dove invece i cattolici fedeli alla Chiesa desidererebbero da parte delle autorità, aiuti, interventi e chiarimenti circa fatti, eventi, iniziative, idee, comportamenti di personaggi noti e meno noti, laici o ecclesiastici, che nella Chiesa fanno sorgere divisioni o provocano scandali o turbamento, o chiederebbero all’autorità correzioni, purtroppo mancanti, nei confronti degli errori e delle eresie di questi personaggi.

Immagini da: Incontro con i Capi delle Chiese Orientali e i Presidenti delle Conferenze Episcopali, in occasione del decimo anniversario di “Amoris laetitia” https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/events/event.dir.html/content/vaticanevents/it/2026/10/7/anniversario-amoris-laetitia.html

[1] Regola pastorale, libro II, 4;PL 77,30-31.

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