Arte e natura
Rapporto interumano e rapporto con la natura
Terza Parte (3/5)
Il pensiero di Faggin
Il noto scienziato-ingegnere, che ha dato un contributo essenziale alla costruzione dell’IA, Federico Faggin[1], nota che la coscienza è un fenomeno originario e irriducibile, associato agli stati puri dei campi quantistici. Egli inoltre fà presente con chiarezza che un computer o un sistema di intelligenza artificiale elaborano solo simboli privi di significato interiore (semantica); perciò, non potranno mai essere coscienti.
1) Per Faggin l'esperienza soggettiva, i sentimenti e il libero arbitrio sono reali quanto la materia, che rappresenta soltanto il linguaggio simbolico esteriore di una realtà interiore spirituale.
Osservo col dire che la materia non «rappresenta soltanto il linguaggio simbolico esteriore di una realtà interiore spirituale». Il nostro spirito può certamente esprimersi in modo materiale e in tal noi possiamo parlare e comunicare. Ma propriamente non possiamo dire che l’IA ci parli, in quanto la parola espressa in un linguaggio orale o scritto è l’espressione di un soggetto spirituale. Tuttavia è vero che il linguaggio dell’IA è effettivamente il linguaggio simbolico esteriore di una realtà interiore spirituale, che è quello della persona che ha inserito i dati informatici nel computer.
Ma occorre precisare che la materia è una realtà oggettiva esistente fuori del soggetto conoscente e indipendentemente da lui e quindi non è per nulla il linguaggio simbolico esteriore di una realtà interiore spirituale. L‘IA, che è un assemblaggio di elementi materiali, non parla in senso proprio. Infatti, il parlare dell’IA non è il vero parlare della persona, ma è un semplice meccanismo grafopoietico ossia produttore di segni linguistici intellegibili, opportunamente escogitato dal costruttore, che riproduce automaticamente, dietro comando dell’utente, attraverso segni convenzionali, i contenuti del sapere umano.
2) Inoltre, Federico Faggin riconosce che «La coscienza ci distingue dalle macchine». Aggiunge però che «L'etica non è un algoritmo, non può essere spiegata».
Occorrerebbe precisare che l’etica viene spiegata facendo ricorso a nozioni che si pongono sul piano della realtà spirituale, superiore a quello materiale, che è il piano di realtà al quale appartiene l’IA, e che è oggetto della fisica quantistica, la quale è qualificata a spiegarci come funziona l’IA.
3) Faggin inoltre sostiene che "bisogna postulare l'esistenza della coscienza e del libero arbitrio sin dalle origini dell'Universo". E precisa: «È impossibile, con la fisica classica, spiegare l'esistenza di questi processi».
Osservo che se Faggin intende riferirsi alla Coscienza divina, ha ragione, giacchè è vero che l’esistenza dell’universo postula la preesistenza della Coscienza divina ideatrice dell’universo e del libero arbitrio divino che ne ha voluto la realizzazione col crearlo dal nulla. Tuttavia il parlare di questa Coscienza senza precisare di quale coscienza si tratta, fa pensare al suo concetto di coscienza secondo cui essa «è una proprietà fondamentale e irriducibile dell’universo, che precede la materia e lo spaziotempo».
Ed inoltre viene in mente un’altra sua asserzione di questo tono: «L’universo è visto come un campo olistico e dinamico in cui l’Essere-Uno utilizza la coscienza e l’autoriflessione per conoscere se stesso».
Da queste parole si ricava l’impressione che Faggin si avvicini ad Hegel quando dice che Dio prende coscienza di sé nell’uomo. Ci troviamo quindi davanti a una visione panenteistica, per la quale il mondo è solo in Dio e non fuori di Dio.
4) Faggin ha ragione nel dire che coscienza e libero arbitrio creano il linguaggio. Egli, aggiunge che «sono alla base dell'informazione, del dato. Ma il dato non è tutto, anzi manca di qualcosa profondamente umano. Non possiamo delegare alla fisica quantistica le componenti della mente».
Alla maniera di Kant, Faggin considera l’oggetto del conoscere come una sintesi del dato oggettivo con la forma o informazione che, secondo lui, la nostra coscienza conferirebbe al dato. Quando dice quindi che «il dato non è tutto» intende dire che non è l’oggetto completo del conoscere, perchè gli manca la forma, che secondo lui gliela daremmo noi.
Ciò che egli chiama «profondamente umano» è appunto la forma a priori del dato, come direbbe Kant, forma che giacendo nell’intelletto o nella coscienza prima del contatto sperimentale col dato, ossia con l’oggetto, appare effettivamente profondamente umana.
5) L’osservazione che Faggin aggiunge «non possiamo delegare alla fisica quantistica le componenti della mente», significa quindi che la «componente della nostra mente», ossia la forma a priori, spetta a noi assegnarla al dato fisico quantistico («fisica quantistica»), e non possiamo attendere che ce la fornisca il dato.
Occorre invece osservare che il dato, ossia la cosa conosciuta, è già presupposto come esistente in se stesso fuori della mente con la sua forma, presupposto all’atto col quale noi lo apprendiamo e ne recepiamo intenzionalmente la forma, ossia siamo informati dal dato. Il dato ha per conto proprio la sua forma, che non sta a noi dargli, perché esso la possiede e l’ha già a ricevuta e l’ha per conto proprio da Dio che lo ha creato.
Osservo che è vero che la nostra coscienza non è un sottoprodotto del cervello. Ma ciò non implica assolutamente che essa sia una realtà basilare da cui originano l'informazione quantistica e la materia stessa. Siamo daccapo con l’equivoco sull’informazione: se Faggin intende qui l’informazione passiva, ossia quella che riceviamo dal dato, ha ragione. Ma se intende l’informazione attiva che il dato dà alla nostra mente, allora bisogna dire che non spetta a noi ma a Dio dar forma al dato, ossia all’oggetto o alla cosa.
7) Faggin sostiene la natura olistica e quantistica dei campi quantistici. Secondo lui essi possiedono un'esperienza interiore e un'unità profonda; l'informazione quantistica è privata e non clonabile, proprietà ideale per rappresentare l'esperienza soggettiva.
Abbiamo la solita confusione fra informazione attiva e informazione passiva. Se i campi quantistici sono una realtà oggettiva esterna, oggetto del sapere fisico quantistico, allora non possono possedere «un'esperienza interiore e un'unità profonda», cosa spirituale che appartiene solo ed esclusivamente alla coscienza del fisico o dell’utente dell’IA, perché ciò sarebbe di nuovo confondere l’informare attivamente, ossia l’attività informatrice dell’IA circa il dato reale oggettivo, con una supposta «esperienza interiore» globale ed olistica, ossia un’informazione passiva ricevuta sull’IA.
Oltre a ciò come fanno dei semplici «campi quantistici», delle semplici realtà fisiche fenomeniche, sperimentabili e quantificabili, computerizzate e registrate da una macchina a darci un’esperienza olistica, ossia della unitotalità della realtà? Dove va a finire la giusta osservazione di Faggin circa la trascendenza e la libertà della coscienza rispetto alla materialità dell’IA?
8) Per Faggin il libero arbitrio non è un'illusione né il risultato di un puro caso deterministico. Ci fa molto piacere sentire queste parole. Tuttavia restiamo perplessi quando leggiamo che per Faggin il libero arbitrio consisterebbe nella «nostra capacità dei campi coscienti di dirigere la propria esperienza e di compiere scelte non riducibili a regole matematiche predeterminate».
Questa non è una buona definizione del libero arbitrio, che è semplicemente il dominio della nostra volontà sui nostri atti concreti in base al sapere universale della ragione.
9) «Noi siamo campi quantistici: gli esseri umani non sono macchine biologiche o insiemi isolati di molecole, ma campi quantistici auto-coscienti. Il corpo umano funge da "ponte" o ricevitore che permette alla coscienza di manifestarsi nel mondo fisico».
Osservo che evidentemente i campi quantistici in quanto realtà fisica non possono essere autocoscienti, perché l’autocoscienza appartiene allo spirito e non alla materia. Faggin ammette il libero arbitrio. E libero arbitrio si fonda certamente sulla nostra coscienza, e indubbiamente è atto, come dice Faggin, a «compiere scelte non riducibili a regole matematiche predeterminate».
Tuttavia occorre notare che il libero arbitrio non consiste affatto in una supposta «capacità dei campi coscienti», non ha nulla a che vedere coi campi quantistici, che sono fenomeni fisici, ma consiste, come ho già detto, nel potere o capacità della nostra volontà, quindi del nostro spirito, di esser padrona dei suoi atti, sicchè essa può determinarsi o non determinarsi, sceglier questo o quello come vuole. Dispiace vedere qui Faggin contraddire miseramente alla aperta professione che in altre occasioni ha fatto a favore della trascendenza, della libertà della coscienza e della volontà nei confronti dei determinismi della macchina, fosse pure l’IA.
Validissima è invece l’affermazione di Faggin, quando dice che la coscienza umana non potrà mai essere replicata da un algoritmo o da un sistema di intelligenza artificiale.
Rispondo che Faggin nei suoi momenti migliori non fa nessuna «estrapolazione di concetti della meccanica quantistica» e non contravviene affatto al metodo scientifico tradizionale, ma, perfettamente padrone com’è del metodo della fisica sperimentale e dei concetti della meccanica quantistica, e nel contempo consapevole, come scienziato e filosofo, del primato dello spirito sulla materia, sa porsi sul piano spirituale della dignità trascendente della persona e, da questo punto di vista, è chiaramente consapevole della padronanza che Dio ha dato all’uomo nel dominio della natura e nell’utilizzazione delle leggi fisiche per la costruzione delle opere dell’arte e della tecnica a servizio dell’uomo.
Il dominio di possesso dell’uomo sulla natura
Dio ha creato l’uomo e la natura in modo tale che l’uomo, conoscendo con la sua ragione le leggi della natura, la possa averne in possesso, migliorarla col lavoro ed utilizzarla per soddisfare ai suoi bisogni e per attuare le finalità della sua esistenza.
Dio ha messo a disposizione dell’uomo il possesso di ricchezze naturali sconfinate. Occorre infatti pensare che Dio originariamente avesse messo a disposizione dell’uomo non solo questa terra, ma l’intero universo, che solo oggi si sta rivelando di dimensioni infinitamente superiori a quello che l’Agiografo del Genesi poteva lontanamente sospettare.
Come dunque ogni singola persona ha il diritto di possedere e di utilizzare privatamente per suo uso e consumo quei beni che le servono per vivere e ha il dovere invece di mettete in comune con gli altri, specie con i poveri, quei beni di comune interesse che possedesse in sovrabbondanza e fossero utili o necessari agli altri, così l’umanità nel suo insieme ha diritto al possesso dell’intero universo, anche se attualmente, nonostante tutti i progressi compiuti, a causa delle conseguenze del peccato originale, l’uomo dispone solo di un’infinitesima parte delle forze e delle energie dell’universo.
Limitandoci però alla terra, per fare un discorso pratico e realistico, dobbiamo tener presente che comunque il principio è lo stesso: la terra appartiene all’intera umanità. In concreto però l’umanità è fatta di diversi popoli, ognuno dei quali evidentemente ha il diritto al possesso di un proprio territorio, dal quale trarre mediante il lavoro le risorse economiche che gli permettono di vivere dignitosamente insieme con gli altri popoli.
Senonchè che cosa accade, sempre come conseguenza del peccato originale? Che come gli individui tendono all’egoismo, all’avarizia e allo sfruttamento economico e a derubare il prossimo di ciò che possiede e gli appartiene o a negargli il giusto compenso per il lavoro fatto o a vedere nel lavoratore niente più che una forza-lavoro atta a procurargli il profitto, così da poter vendere o comprare questa forza-lavoro come se fosse una merce[2], senza tener conto del fatto che il lavoro non è affatto una merce oggetto di compra-vendita, ma è un atto umano prodotto dal lavoratore, un atto spirituale, il cui valore non ha prezzo, non è misurabile o calcolabile in termini di profitto economico, ma è valutabile solo con criteri morali per dargli il giusto compenso.
Il dominio tecnico e di possesso dell’uomo sulla natura è possibile perché la natura è strutturata da Dio in modo razionale, così che l’uomo, una volta imparato come essa funziona, può ottenere da lei ciò che vuole, perché essa è costante nell’osservare le sue leggi. In tal modo l’uomo, osservando queste leggi, come già diceva Galileo, la può dominare. Può da essa, grazie ad una sua trasformazione dovuta al lavoro, ricavare dei beni, soprattutto i beni economici, che possono essere utilizzati dai singoli e dalla società per soddisfare ai loro bisogni.
Infatti, come osserva San Tommaso[3], Dio originariamente ha messo a disposizione di tutti i beni di natura; essi sono per principio di proprietà comune. Tuttavia, affinchè nelle proprietà vi sia ordine e ciascuno abbia il suo secondo la norma di giustizia distributiva unicuique suum, ed anche per evitare controversie che facilmente capitano a seguito del peccato originale, dalla legge naturale del possesso comune deriva il diritto di proprietà privata, cioè che ognuno abbia il suo, che può essere esclusivamente suo, come gli occhiali, le scarpe o gli alimenti o possa essere condiviso o dato agli altri, o utilizzato a vantaggio degli altri in quanto beni di interesse o di utilità comune, come per esempio, i mezzi di produzione, una casa, un capitale, una vigna o una fabbrica.
Quello che Tommaso insegna circa la proprietà privata dei singoli o delle famiglie non vale solo per gli individui. ma anche per i singoli popoli, ognuno dei quali ha diritto di proprietà privata in relazione al territorio di residenza, con le sue risorse naturali del suolo e del sottosuolo, necessarie al sostentamento vitali di questo popolo, insieme con tutti i prodotti del lavoro che questo popolo si è procurato e si procura per il suo dignitoso vivere nel contesto degli altri popoli.
E come vale per l’individuo il dovere di elargire ai bisognosi il sovrappiù dei beni che gli occorrono per vivere, evitando l’egoismo, la golosità e l’avarizia, così ogni popolo che gode di sovrabbondanza di beni o grazie alle risorse naturali o grazie ai prodotti del suo lavoro e della sua industria, ha il dovere di soccorrere o con un onesto commercio o con aiuti gratuiti i popoli meno abbienti o sottosviluppati o che stentano di mantenersi da soli o vittime di calamità naturali.
Molte guerre hanno la loro origine in queste questioni relative alla proprietà e all’uso di un dato territorio e delle risorse di cui è dotato. Capita che un popolo muova guerra a un altro popolo perché si sente economicamente maltrattato od oppresso o sfruttato da quel popolo magari più potente di lui e cupido delle sue ricchezze.
Ma, come ben sappiamo, c’è di peggio: capita che un popolo magari arrogante e imperialista muova guerra ad un altro ed invada il suo territorio sotto falsi pretesti o di liberazione o religiosi, ma in realtà per soggiogarlo e per impossessarsi delle sue ricchezze. I barbari invasero l’Impero romano e concorsero alla sua decadenza perché avevano bisogno di territorio e di ricchezze, mentre constatavano che l’Impero, pur vivendo nell’ abbondanza, non li aiutava, ma intendeva al contrario assoggettarli.
Così per esempio Attila è tuttora ricordato con riconoscenza dagli Ungheresi eroe nazionale perchè essi considerano le sue imprese belliche contro i Romani e le sue razzie come l’impossessarsi di beni dei quali gli Ungheresi avevano bisogno per vivere.
Riguardo agli attuali fenomeni migratori, soprattutto di musulmani in Europa in atto ormai da cinquant’anni, occorre molta prudenza e discernimento, perchè appare sempre più chiaro che da una parte si tratta del tradizionale tentativo islamico di islamizzare l’Europa e distruggere il cristianesimo, però dall’altra parte è vero che molti immigrati fuggono da situazioni insostenibili e vengono da noi perché attirati dal nostro benessere e in cerca di lavoro.
Bisogna che le autorità europee operino una prudente selezione rimpatriando gli elementi che si rivelano sovversivi ed accolga quelli che danno segni sicuri di volersi integrare nella normale vita civile europea. Quanto all’opera islamica di demolizione del cristianesimo, questa opera ovviamente non può essere contrastata dallo Stato, ma questo campito spetta alla Chiesa luce del mondo e sale della terra, annunciatrice del Vangelo a tutte le genti. Spetta a lei condurre a Cristo tutte le genti e renderle sue discepole.
Il possesso privato, quindi, non è di per sé un’ingiustizia da sostituire con il possesso comune, come vuole Marx. Naturalmente egli non mette in discussione il diritto a possedere un proprio paio di occhiali o una dispensa per il cibo che gli occorrono o un letto per dormire. Quello che egli mette in discussione non senza ragione è il possesso privato di beni di interesse comune, quali quelli dei quali ho dato un esempio sopra.
Marx però sbaglia nel sostenere che solo il potere pubblico, per esempio, lo Stato e non il privato cittadino ha diritto alla proprietà dei beni di utilità comune. Questo errore, che offende la dignità della singola persona o della famiglia o della società privata, dipende dal fatto che Marx sostiene espressamente che l’individuo non è altro che l’essere sociale, per cui per lui il senso dell’esistenza dell’individuo non è il rapporto con Dio, al quale notoriamente Marx non crede, ma è quello di essere totalmente funzionale alla società o allo Stato.
Cioè per Marx la relazione sociale non si aggiunge alla persona come un accidente si aggiunge alla sostanza, ma è intrinseca alla persona e la costituisce come tale, così come un rasoio elettrico o un paio di occhiali non hanno un valore per se stessi, ma tutto il senso del loro essere è quello di essere strumenti dell’uomo.
Il Religioso che fa voto di povertà non rinuncia evidentemente all’uso personale degli oggetti che gli servono per vivere, per mantenersi in salute e per svolgere il suo ministero o ufficio o servizio a favore del prossimo. Tuttavia, come nelle famiglie, nelle comunità religiose, tutto è in comune. C’è l’uso privato, ma la proprietà dei beni è comune. Individuale è solo l’amministrazione.
In campo civile abbiamo un istituto corrispondente, che è la proprietà pubblica, che però si combina in altri campi col diritto di proprietà privata. Invece il Religioso rinuncia anche al diritto di proprietà privata e non conosce altro che la proprietà comune. Il proprietario è l’Istituto o la Comunità.
L’ideale religioso della proprietà comune è un ideale di vita fraterna escatologica e di carità raramente realizzabile nel presente stato di natura decaduta, e per questo lo troviamo realizzato solo in piccole e rare comunità. Nello stato attuale di natura decaduta manca generalmente, salvo che non si tratti della vita familiare o dell’amicizia, quel distacco da se stessi e quell’unione di cuori e di volontà, quella comunione, quella fiducia e quella confidenza reciproche, per cui uno dice: quel che è mio è tuo e quel che è tuo è mio.
In questo orizzonte di pensiero si capisce allora il famoso detto di Proudhon «la proprietà è un furto». Esse riecheggiano l’avvertimento severo di San Basilio ai ricchi: «quelle vesti che conservate in sovrabbondanza nei vostri armadi non sono vostre, ma appartengono ai poveri!». Aveva in mente il precetto del Battista: «chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ce l’ha e chi ha da mangiare, faccia altrettanto!» (Lc 3.11).
La proprietà legittima non è il semplice dato di fatto, ma è un diritto da rispettare e mettere in pratica. Chi possiede in sovrabbondanza e non distribuisce il sovrappiù ai poveri, è un ladro. Io posso possedere molte ricchezze o perchè le ho ereditate o perché me le sono guadagnate col lavoro. In ciò non c’è nulla di male. Ma sono assolutamente obbligato a impiegarle a finalità sociali e devo accettare dallo Stato forti prelievi dalle mie sostanze.
San Tommaso ci ricorda che il possessore anche privatamente di beni utili agli altri è investito di una grave responsabilità, perché è soggetto di un potere e di una facoltà che deve usare con giustizia e misericordia a favore degli altri soprattutto dei poveri, la potestas procurandi et dispensandi, deve attuarsi a favore dei bisognosi.
San Paolo a questo proposto propone l’ideale dell’uguaglianza (II Cor 8,12) destinato ad avere un successo enorme nei secoli seguenti. Pensiamo a tutte le rivoluzioni sociali, da quella dei contadini luterani nel 1525, alla Rivoluzione Francese sino alla Rivoluzione russa del 1917.
E il libro dell’Esodo narra come nel popolo d’Israele venne realizzata la giustizia distributiva in occasione dell’avvento della manna: «ne raccolsero chi molto e chi poco. Si misurò con l’omer: colui che ne aveva preso di più non ne aveva di troppo; colui che ne aveva preso di meno non ne mancava: avevano raccolto secondo quanto ciascuno poteva mangiarne» (Es 16,17).
È da rilevare altresì come lo stesso San Tommaso, prima di Marx, nota che il diritto al possesso comune è ancora più radicale ed originario, come ho detto sopra, del diritto alla proprietà privata, tanto che l’Aquinate sostiene che nel caso che uno manchi del necessario per vivere, è autorizzato a impossessarsi dei beni dei quali ha bisogno per vivere togliendoli, se occorre, anche con la forza, a chi li possiede in sovrabbondanza. In questo caso egli non compie un furto, ma il furto a suo danno lo compivano coloro che trattenevano egoisticamente per sé ciò spettava a lui. Così lo Stato ha il diritto di espropriare per finalità di giustizia sociale chi facesse cattivo uso delle proprie ricchezze.
Occorre però tener presente che questo dominio sulla natura, di fatto, nella condizione di fragilità della natura umana e di ostilità della natura mondana conseguenti al peccato originale, è assai problematico, perché capita o che l’uomo inquini la natura o turbi con la sua attività tecnica l’andamento normale della natura oppure che sia la natura stessa a recare danni all’uomo, danni ai quali l’uomo attualmente non riesce a impedire o ai quali non riesce a rimediare.
Esiste tuttavia un concetto di lavoro che prescinde da questo aspetto penoso che significa in generale quell’attività produttiva continuativa e remunerativa di beni economici che servono a soddisfare i bisogni della vita. Stando a questa definizione si può considerare lavoratore l’artigiano, l’operaio, l’industriale, l’agricoltore, il professionista, l’insegnante, il commerciante, il politico, l’economista, insomma tutte quelle persone che con la loro attività garantiscono il soddisfacimento dei bisogni materiali e culturali dei singoli, delle famiglie, dei gruppi e della società. Il lavoro si esprime frequentemente nelle attività tecniche e qui vediamo per esempio la produzione e l’uso dell’IA.
Viceversa, altre attività umane di alto valore sociale, educativo e culturale, come l’arte e la poesia sono attività discontinue, che non si prestano ad un’organizzazione stabile come il vero e proprio lavoro. Esse infatti non sorgono da una decisione quotidiana della volontà a servizio dei bisogni vitali quotidiani della gente, come il fornaio, il barbiere, il medico, l’amministratore, il negoziante, l’operaio e così via, ma nascono da ispirazioni imprevedibili anche a lunghi intervalli di tempo. Per questo è evidente che questo tipo di attività difficilmente è sufficiente per assicurare il pane quotidiano al loro autore. Assomigliano al dono della profezia. Sarebbe ridicolo pensare un profeta stipendiato dallo Stato.
Aggiungiamo che l’uomo nella condizione presente, nei suoi rapporti con la natura, corre due rischi opposti: o quello di violentare e guastare la natura col pretesto che ne è il signore oppure quello di avere una stima esagerata nei poteri della natura, tanto da adorarli come fossero delle divinità. Da qui nascono e il politeismo e la magia.
Già la Scrittura avverte e Sant’Agostino al suo seguito, che quelle forze che i pagani adorano come divine sono in realtà dei demòni. Anche i demòni, infatti, come spiega San Tommaso, hanno un potere sulla natura ed anzi superiore a quello dell’uomo, per cui, utilizzando leggi fisiche a noi sconosciute riescono a compiere prodigi che a noi sembrano miracoli divini[4].
L’uomo però deve oggi da una parte prendersi maggior cura della natura, ma dall’altra fare attenzione a non chiedere alla natura ciò che non può dargli, evitando le operazioni magiche o superstiziose. Nell’operare a livello di fisica quantistica, e nello scomporre e ricomporre la micromateria non è autorizzato a lasciarne scaturire le immense energie distruttive che essa contiene, ma deve utilizzare quelle energie potentissime per il bene dell’uomo.
L’uomo attua oggi questo lavoro, come ho detto, sia nella macromateria (hard ware) che nella micromateria (soft ware). E per questo, come in passato potevamo costruire le carrucole e i mulini a vento, oggi possiamo costruire le bombe atomiche, i radar, gli strumenti a raggi laser o a raggi Rӧntgen, computer e i robot.
Per la futura società comunista Marx sembra ispirarsi all’escatologismo biblico della pace universale: si avrà una società senza classi e in pieno accordo dell’uomo con la natura. Il che vuol dire che per Marx il meccanismo dialettico hegeliano, con la sua caratteristica conflittualità, vale solo per il presente, ma cesserà con l’avvento della società comunista per aver adempiuto alla sua funzione conciliatrice.
Fine della Terza Parte (3/5)
P. Giovanni Cavalcoli
Fontanellato 29 settembre 2026
Alla maniera di Kant, Faggin considera l’oggetto del conoscere come una sintesi del dato oggettivo con la forma o informazione che, secondo lui, la nostra coscienza conferirebbe al dato. Quando dice quindi che «il dato non è tutto» intende dire che non è l’oggetto completo del conoscere, perchè gli manca la forma, che secondo lui gliela daremmo noi. Ciò che egli chiama «profondamente umano» è appunto la forma a priori del dato, come direbbe Kant, forma che giacendo nell’intelletto o nella coscienza prima del contatto sperimentale col dato, ossia con l’oggetto, appare effettivamente profondamente umana.
Il dominio tecnico e di possesso dell’uomo sulla natura è possibile perché la natura è strutturata da Dio in modo razionale, così che l’uomo, una volta imparato come essa funziona, può ottenere da lei ciò che vuole, perché essa è costante nell’osservare le sue leggi. In tal modo l’uomo, osservando queste leggi, come già diceva Galileo, la può dominare. Può da essa, grazie ad una sua trasformazione dovuta al lavoro, ricavare dei beni, soprattutto i beni economici, che possono essere utilizzati dai singoli e dalla società per soddisfare ai loro bisogni.
L’attività umana di dominio sulla natura, a seguito del peccato originale, da spontanea, infallibile, facile e gioiosa, è diventata pesante, penosa, pericolosa, ingrata e faticosa – il termine «lavoro» viene dal latino «labor», che vuol dire fatica, travaglio, sforzo. Ciò non ha impedito che l’essenziale dell’attività umana nei confronti della natura sia rimasto salvo nei suoi vari aspetti: la tecnica, l’arte e la poesia.
A seguito del peccato originale l’uomo si trova in conflitto con la natura ed essa gli è ostile. È interessante come questa esigenza di riconciliazione dell’uomo con la natura è presente anche nel pensiero di Marx, che a questo riguardo ha due felici espressioni: «umanizzazione della natura» e «naturalizzazione dell’uomo». Per la futura società comunista Marx sembra ispirarsi all’escatologismo biblico della pace universale: si avrà una società senza classi e in pieno accordo dell’uomo con la natura. Il che vuol dire che per Marx il meccanismo dialettico hegeliano, con la sua caratteristica conflittualità, vale solo per il presente, ma cesserà con l’avvento della società comunista per aver adempiuto alla sua funzione conciliatrice.
Immagini da Internet:
- Elettricisti, di Viktor Efimovich Popkov
[1] Cf. Conferenze, interviste e libri di Federico Faggin, disponibili online.
[2] San Giovanni Paolo II nell’ enciclica Laborem exercens del 1979, n.7, riprende un rilievo notoriamente già fatto a suo tempo da Marx.
[3] Sulla concezione tomista della proprietà o del possesso e dell’uso dei beni di natura o dei prodotti del lavoro, vedi Maritain, Strutture politiche e libertà, Morcelliana, Brescia 1968, pp.145-161.
[4] Vedi Sum.Theol.,I,q.114, a,4; De Potentia, q,6, a.5; Contra Gentes, l.III.c.145; De malo, q.16, a.9.


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