Perché Aristotele dava tanto fastidio a Lutero?
Parte Prima (1/5)
Introduzione
Sappiamo tutti che uno dei motivi per i quali Lutero rifiutò la dottrina della Chiesa fu il fatto che essa nell’interpretazione della Sacra Scrittura utilizza le nozioni della filosofia di Aristotele. Lutero, infatti, come è noto, si era fatto la convinzione che le nozioni della filosofia, della teologia, della metafisica, dell’antropologia, dell’etica e della logica di Aristotele non si conciliassero con gli insegnamenti della Scrittura, in particolare con quelli di San Paolo. Secondo Lutero, come è noto, la filosofia di Aristotele è falsa, sofistica, empia, blasfema, carnale, irreligiosa, irriverente, antropocentrica.
Ma la verità è ben diversa. I teologi cattolici che come me studiano da cinquant’anni la Bibbia, la Dottrina della Chiesa, Aristotele, San Tommaso e Lutero si sono accorti – contro le diffuse tesi dei luterani e dei modernisti - che in realtà le eresie di Lutero dipendono dal fatto che non aveva capito Aristotele e hanno compreso che Aristotele è migliore interprete della Bibbia che non Lutero.
In verità Aristotele e San Tommaso appaiono ben più fedeli alla Bibbia che non Lutero e si capisce perchè mentre Leone X ha scomunicato Lutero, la Chiesa raccomanda San Tommaso. Nell’attuale clima ecumenico, accogliamo con gioia i valori cristiani che abbiamo in comune con i fratelli luterani, ma noi cattolici non possiamo non far loro presenti le cose contenute in questo articolo, frutto di questi ultimi cinquant’anni di studi sia miei che di altri studiosi della questione luterana, nonché degli sviluppi della stessa dottrina della Chiesa.
Quanto dico è confermato dal fatto e si appoggia sul fatto che, come è noto, la Chiesa utilizza la filosofia di Aristotele purificata da San Tommaso per la formulazione dei dogmi della fede. Indubbiamente, ciò è iniziato solo quando quest’opera di purificazione fu iniziata da Tommaso e dalla sua scuola.
Infatti, come è noto, la Chiesa nei primi secoli, servendosi dell’opera dei Padri e soprattutto di Sant’Agostino, ha utilizzato la filosofia platonica. Fu solo nel sec. XIII, che, col sorgere della teologia tomista, la Chiesa, prendendo atto della tendenza idealistica e dualistica di Platone, senza cessare di conservare il positivo del lascito platonico, come la nozione della luce intellettuale (fos), della scienza (epistème), dell’ispirazione (musa), del bene (agathòn), del bello (kalòn), dell’amore (eros), di visione (theoria), della poesia (poiesis), del mito (mythos), dell’intellegibile (noetòn), dell’uno (en), del tutto (pan), della partecipazione (mèthexis), dell’imitazione (mimesis), dell’apparenza (doxa) o dell’ideale (eidos), approvò l’uso prudente e critico della filosofia aristotelica, sicchè la Chiesa stessa cominciò ad utilizzare categorie aristoteliche, come appare evidente già dal Concilio di Viennes del 1312, dove l’anima umana è presentata come forma sostanziale del corpo o al Concilio di Firenze dal 1442 col dogma trinitario o al Concilio Lateranense V del 1513 dove è dogmatizzata la dottrina dell’immortalità dell’anima, o al Concilio di Trento col dogma della transustanziazione, al Concilio Vaticano I dove dogmatizza la possibilità della dimostrazione razionale dell’esistenza di Dio, fino al Concilio Vaticano II, dove raccomanda San Tommaso come guida negli studi teologici ed esempio di fedeltà alla dottrina della Chiesa.
Nel contempo la Chiesa ha accolto, perché conforme alla Scrittura, il modo aristotelico di concepire Dio, l’assoluto, la perfezione, l’ordine, l’analogia, la realtà, la causalità, il mondo, il divenire, il tempo, la storia, il progresso, lo spirito, la vita, la persona, il corpo, l’anima, la verità, la falsità, la conoscenza, la coscienza, la scienza, la filosofia, la dialettica, la giustizia, la sapienza, la contemplazione, il bene, il male, l’esperienza, il senso, la passione, l’emozione, l’intelletto, la coscienza, la ragione, la volontà, la libertà, la legge, l’arte, la virtù, la giustizia, la politica, il peccato, la grazia, la felicità.
Lutero non ha capito la gnoseologia di Aristotele
Aristotele distingue la logica dalla dialettica. La prima riguarda il sapere certo ed universale, dove l’errore non è possibile, quindi si tratta di un giudizio al quale tutti devono assentire. La seconda riguarda l’opinione, un giudizio incerto e solo probabile, che potrebbe essere sbagliato, dove non si sa con certezza qual è la verità, per cui restano legittimi giudizi contradditori tra le due parti che dialogano o discutono.
La logica, in quanto base del sapere, fa riferimento all’universalità, certezza ed unità del sapere razionale e nel contempo serve anche al sapere di fede, benchè questo sia superiore al semplice sapere razionale o filosofico. La dialettica regola la discussione teologica e fonda il legittimo pluralismo delle opinioni teologiche.
Lutero, confondendo la verità di fede con l’opinione teologica, faceva assurgere la sua teologia a verità di fede, per cui guai a chi lo contraddiceva, mentre d’altra parte finiva per relativizzare le verità di fede permettendo una pluralità di fedi come se si trattasse di una pluralità di opinioni.
Appare allora chiaro il presupposto gnoseologico della teologia e della predicazione di Lutero, quando difende le sue idee contro il Papa e contro la Chiesa: la sua nozione di verità non era quella di Aristotele, che comporta l’adeguazione della mente a ciò che è, ma era quella di Protagora, per la quale è vero ciò che appare a me. La mia opinione diventa dogma e chi mi contraddice è un eretico, fosse anche il Papa.
Lutero riconosceva bensì che la Bibbia è verità, è la Parola di Dio. Ma in forza di questa concezione protagorea e soggettivista della verità, riteneva di conoscere lui il vero Vangelo e non il Papa. Avesse invece avuto una nozione aristotelica della verità, avrebbe accolto umilmente e docilmente gli insegnamenti della Chiesa come ogni buon cattolico, mettendo davanti alle proprie opinioni il sapere della Chiesa e lasciandosi correggere dalla Chiesa. Per questo viene il dubbio che a volte la sua fede, nella quale insiste tanto, non fosse un vero adeguarsi alla Parola di Dio oppure fosse un interpretarla come faceva comodo a lui o un piegarla agli impulsi della sua concupiscenza.
La teologia di Lutero è improntata ad un forte volontarismo e si nota in essa una forte antipatia per l’intellettualismo. In ciò egli si oppone certamente ad Aristotele e San Tommaso, ma anche a Platone col suo amore per la theorìa e allo stesso Sant’Agostino col suo celebre «intellectum valde ama!». Ed è certamente contro la Bibbia, con la sua sete di verità.
Lutero si dimentica certamente di San Giovanni, quando dice che in cielo vedremo Dio «così come Egli È». Si dimentica del dogma definito da Benedetto XII nel 1336, secondo il quale la beatitudine consiste nel vedere l’essenza divina senza la mediazione di alcun concetto. A differenza da Aristotele, la definizione delle essenze o quiddità delle cose non lo interessa.
È istintivamente un esistenzialista. Confonde il dato di fatto con l’essenza universale. Confonde la natura umana come tale con la sua situazione storica. Ma se non abbiamo presente la natura umana come tale, come facciamo a giudicare delle sue situazioni storiche? A guidarla nel concreto?
L’esistenzialismo moderno ha origine da lui. Ciò non gli impedisce, intuitivo com’era, di pronunciare sentenze lapidarie, efficacissime, che restano incancellabili nella memoria. E qui vengono in mente lo stile di Sant’Agostino e i Proverbi della Scrittura.
Tuttavia la confusione fra l’essenza e l’esistenza, legata all’occamismo, che invece Aristotele evita, come pure la evita la Bibbia, gli procura grandi inconvenienti, come per esempio l’incapacità di distinguere l’essenza dell’uomo in se stessa dall’attuale stato di decadenza nella quale si trova a seguito del peccato originale.
Lutero non ha capito la metafisica di Aristotele
Per evitare l’equivoco Lutero cade nell’eccesso opposto del monismo univocista ignorando l’imitazione, la partecipazione, i gradi dell’essere e le distinzioni fra le differenti essenze o nature. Non c’è più un ente supremo, ma ogni ente è supremo. Come disse esplicitamente: «Non c’è il fedele e il Papa, ma ogni fedele è Papa».
Ciò spiega come non accetti i gradi della gerarchia ecclesiastica, la distinzione fra la giustizia divina e la giustizia umana, tra lo scrupolo e il pentimento, tra il timore e il terrore, tra la certezza e la sicumera, tra il castigo e la crudeltà, tra il peccato e la tendenza a peccare, tra la natura umana decaduta e la natura corrotta, tra la fede teorica o informe e la fede viva o formata e tante altre distinzioni.
Lutero non ha capito la dottrina aristotelica dell’analogia dell’ente e ciò sta alla base dei suoi più gravi errori. Egli infatti non riesce a vedere il primato dell’unità sulla molteplicità, ma alla maniera di Ockham vede la realtà come una semplice molteplicità di enti individuali e concreti, per cui non riesce a trovare un principio di unità che unisca la molteplicità e vi metta ordine, quando Aristotele aveva già saggiamente osservato che la molteplicità da sé non fa una cosa sola, non forma una comunità se non c’è un principio attivo di unità: «ci vuole - diceva - qualcuno che comandi».
Inoltre il principio dell’analogia insegna a distinguere il diverso dal contradditorio. Osservo che chi mi contraddice mi esclude. O io o lui: aut-aut. Invece col diverso ossia con l’altro io posso coesistere o convivere amichevolmente ed anzi fruttuosamente con l’altro perchè ci completiamo a vicenda: e io e lui, et-et.
Lutero non ammetteva di essere contraddetto perché, come avrebbe chiarito Fichte tre secoli dopo, anche senza riferirsi esplicitamente a Lutero, Lutero aveva una concezione univocista e non analogica dell’io, cosicchè pensava: chi non è con me o identico a me, è contro di me, non rendendosi conto che questo lo può dire solo Dio e non un semplice uomo.
Per Lutero dunque – tale è l’io del luteranesimo - il non-io non è un altro io o un io diverso, ma per lui un io che non sia identico a me o una fotocopia di me, è mio nemico, è un avversario che mi vuole morto per affermare se stesso. Allora o io faccio fuori lui o lui fa fuori me, così come un ente non può esistere insieme con un altro ente che lo esclude. Come appare chiaro, questo è il principio della guerra, ma non limitato alla soluzione di problemi contingenti, ma bensì come sistema di vita e addirittura come norma della stessa realtà.
Fichte, esplicitando la mentalità dello stesso Lutero, non comprese che io posso essere negato dall’altro o nel senso che l’altro è diverso da me o nel senso che mi è nemico. Si capisce allora che se io faccio questa confusione, il principio del mio agire con potrà essere l’amicizia ma la guerra. Ecco affiorare lo spirito bellico germanico, le cui radici affondano nell’antica mitologia germanica. L’equivocità ovvero la confusione fra l’et-et e l’aut-aut è il principio della guerra. L’analogia è il principio della pluralità, della diversità, della concordia, dell’unità e della pace.
È vero che Lutero sapeva che è Cristo a formare l’unità della Chiesa. Ma a causa del pluralismo anarchico che sorge dall’equivocità dell’essere, proprio di Ockham, perse di vista che la Chiesa visibile è guidata da Pietro per incarico e a nome di Cristo. D’altra parte, rendendosi conto che comunque una comunità deve avere un capo, ebbe l’audacia di sostituirsi al Papa nella guida della Chiesa e guai a chi lo criticava, quando sappiamo che il Papa accoglie benevolmente certe critiche che gli vengono mosse in materie dove egli è fallibile o peccabile.
Lutero non ha capito che la theologia Crucis di San Paolo (logos tu staurù) si contrappone certo a quella che Lutero chiama theologia gloriae, nel senso di una teologia saccente, presuntuosa e gnostica, che San Paolo chiama sofia logu, ma non si contrappone affatto alla metafisica e alla sapienza aristoteliche, che niente hanno a che vedere con l’orgoglio e la spocchia di una ragione che si oppone alla verità.
Anzi nel IV libro della Metafisica, parlando del primo principio della dimostrazione, ossia del fondamento della sapienza, Aristotele condanna come «indocilità» (apaideusìa) questa sapienza sofistica, che si compiace della contraddizione e della doppiezza, mentre San Tommaso, nel commento a questo passo di Aristotele, rincarerà la dose parlando di «protervia», vale dire arroganza e superbia. A questa falsa sapienza corrisponde nel Vangelo ciò che Cristo chiama «ipocrisia» e «lievito dei farisei». In questa sapienza farisaica non c’è nessuna filìa tes sofias, ma solo l’invidia e l’odio per la verità. Per forza allora questa sapienza si contrappone alla sapienza mistica della scientia crucis proclamata da Paolo!
Viceversa la sapienza aristotelica non è altro che quella sapienza della sana ragione, della quale parla anche il Concilio Vaticano I, come quella facoltà conoscitiva dell’uomo che armonizza con la fede nella conoscenza rivelata del mistero di Dio.
Inoltre Aristotele insegna che la prima cosa da cercare nella vita non è il proprio interesse, ma la verità su Dio. Ora invece a Lutero la cosa che stava supremamente a cuore non era la visione beatifica di Dio, ma la propria salvezza. Non lo interessava il fatto che Dio sia l’Essere sussistente, quindi non lo interessava affatto la nozione aristotelica dell’ente, ma che Dio si dedicasse misericordiosamente a lui: non il Dio-in-sé, ma il Dio-per-me.
Lutero pertanto si rifiuta di accogliere le categorie filosofiche di Aristotele come quella di ente, essere, atto, potenza, essenza, forma, materia, natura, supposito, sostanza, accidenti, qualità, azione, passione, atto, abito, intelletto, scienza, opinione, volontà ed altre o per il semplice fatto che non trovava nella Scrittura i termini corrispondenti o perché non era capace di capirle.
In tal modo egli deviò dalla retta fede in numerosi dogmi come quello della transustanziazione perché non accettava la distinzione fra sostanza e accidenti, della grazia perché non voleva riconoscerla come un accidente e una qualità dell’anima e non riconosceva la categoria aristotelica dell’abito, della fede perché non riconosceva la dottrina aristotelica dell’intelletto e della conoscenza; non accettava la dottrina aristotelica del libero arbitrio perché non accettava la distinzione aristotelica fra l’universale e il particolare; non riconosceva la dottrina cattolica dei sacramenti o del composto umano perchè non accettava la distinzione tra materia e forma, e così via.
Lutero non ha capito il Dio di Aristotele
Quando Pascal contrapponeva il Dio dei filosofi al Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe mostrava senza rendersi conto di esser caduto nell’errore di Lutero spregiatore di Aristotele. Avrebbe invece dovuto capire che è proprio il Dio di Aristotele che mette la nostra ragione nelle condizioni migliori per capire quanto di Dio ci rivela Gesù Cristo.
Se non sappiamo già che Dio esiste in base alla nostra ragione, e se non desideriamo di conoscere Dio, così come ci insegna Aristotele, il messaggio evangelico non c’interessa e non lo capiamo. Non è possibile credere a ciò che Cristo ci dice su Dio se già per conto nostro non desideriamo conoscere meglio quel Dio che già abbiamo scoperto con la nostra ragione.
Cristo non ci dimostra l’esistenza di Dio facendoci ragionare con quel processo induttivo che parte dall’effetto per scoprire la causa, ma suppone che questo cammino lo abbiamo già fatto. E appunto in questo cammino sono maestri Aristotele e San Tommaso. E perché mai allora Lutero ne ha respinto gli insegnamenti?
Il Dio cupo, prepotente, volubile, angosciante, colpevolizzante, inaffidabile e odioso che Lutero vorrebbe presentarci come il Dio dell’Antico Testamento, è in realtà un parto della sua immaginazione morbosa ed emotività eccessiva, dove probabilmente ha una parte il suggerimento del demonio. Si tratta probabilmente della traccia dei traumi ricevuti da bambino da parte di un padre duro e colpevolizzante – come attesta lo stesso Lutero - che pretendeva da lui la perfezione assoluta.
Lutero cercò di formarsi un concetto di Dio basandosi sulla Bibbia. Ottima idea; solo che Lutero, che come soggetto dotato di ragione, non poteva non avere già per conto proprio, come tutti noi, una nozione razionale di Dio, si accostò al testo biblico con una nozione di Dio che egli aveva tratto non da una sana filosofia, ma dal volontarismo occamista. Per questo attraverso le lenti occamiste l’immagine biblica di Dio gli risultò, forse senza che se ne accorgesse, deformata.
Il Dio di Aristotele è incomprensibile non nel senso che offenda la nostra ragione come il Dio di Lutero, ma come il Dio di San Paolo, i cui «giudizi sono imperscrutabili e le sue vie sono inaccessibili» (Rm 11,33), mentre esprime parole indicibili» (cf II Cor 12,4) nel senso che oltrepassano la nostra capacità finita di comprensione e di espressione. Egli è tuttavia intellegibile (Rm 1,20), conoscibile (Rm 15,21) e afferrabile dal nostro intelletto (Ef 3,18) e quindi dai nostri concetti.
Come è noto, già i Greci avevano la percezione di Dio come mysterion , da myo, che significa «taccio», ossia di qualcosa così grande, immenso, sublime, sconosciuto, segreto e incomprensibile, davanti al quale non c’è che da tacere, ammirare e gustare. Così Platone riferisce il mysterion[1] al divino, mentre non risulta che Aristotele vedesse Dio come mistero. Tuttavia egli ammetteva l’incomprensibile (akatàlepton), l’incommensurabile (àlogon). È chiaro che anche Aristotele, al seguito di Platone, era ben conscio della trascendenza del pensiero e dell’essere divini rispetto alla nostra ragione e alla nostra esistenza limitata e causata.
Tutto ciò è in perfetta consonanza con la Scrittura, come vediamo per esempio in Isaia: «Tu sei un Dio misterioso, Dio d’Israele Salvatore!» (Is 45,15). A questo passo fà eco San Paolo quando parla della «sapienza in mistero» (I Cor 2,7), che sarà poi chiamata sapienza mistica. Non si comprende dunque l’avversione di Lutero per la mistica, da lui giudicata una manifestazione di platonismo.
D’altra parte, Lutero, che evita Platone quando avrebbe dovuto assumerlo come aveva fatto Sant’Agostino, ne resta poi influenzato quando avrebbe dovuto evitarlo. Mi riferisco al problema del volontarismo teologico. Esso ha origine in Platone col suo primato del bene sull’essenza (to agathòn epèkeina tes usìas). In generale il volontarismo si differenza dell’intellettualismo aristotelico-tomista che dà il primato dell’intelletto sulla volontà, mentre il volontarismo dà il primato della volontà sull’intelletto.
Il Dio di Aristotele, ente supremo, puro spirito, causa prima, principio non principiato, sommo bene, fine ultimo, motore immoto, pensiero del pensiero, libertà assoluta, vita eterna è il vero ed unico Dio che troviamo anche nella Bibbia. Il che dimostra come Aristotele, nonostante il suo essere pagano ed ignaro della Bibbia, riuscì a superare il clima politeistico nel quale viveva e a sollevarsi al concetto di un unico Dio, principio universale di tutta la realtà e di tutte le cose. Come mai Lutero non si è accorto di tutto ciò?
È vero che manca in Aristotele, per carenza filosofica, il concetto di Dio come essere sussistente, atto puro di essere, creatore, ideatore del mondo, onnipotente, onnisciente, provvidente, misericordioso, e per assenza di fede nella rivelazione cristiana mancano ovviamente la nozione del Dio trinitario, incarnato, redentore, incarnabile, trinitario, del peccato come disobbedienza a Dio, dei sacramenti e della Chiesa. Manca la consapevolezza che le miserie della vita presente sono la conseguenza del peccato originale.
Manca certamente in Aristotele la nozione della salvezza e della remissione dei peccati, perché per Aristotele Dio è certo un Dio buono e provvidente, ma ad Aristotele non viene in mente che Dio possa perdonare i peccati e far risorgere da morte. Ammette la validità dei sacrifici offerti agli déi, ma non pensa assolutamente alla possibilità di un sacrificio riparatore e soddisfattorio che ottenga da Dio misericordia, perdono, grazia, somiglianza con Dio e vita eterna. Tutte queste cose, come è noto, sono oggetto della rivelazione biblica e della fede teologale.
Tuttavia il Dio di Aristotele non pone alcun ostacolo all’ammissione di queste verità. Per questo San Tommaso si è accorto della possibilità che il Dio di Aristotele compia quegli atti salvifici e divinizzanti l’uomo, che ci sono stati rivelati da Cristo. San Tommaso ha scoperto che il Dio di Aristotele è lo stesso Dio di Gesù Cristo, con la differenza che mentre il Dio di Aristotele è quel Dio che possiamo scoprire, dimostrare e conoscere con la nostra semplice ragione naturale, il Dio di Cristo è questo stesso Dio, ma che possiamo conoscere molto meglio grazie a ciò che di Lui ci dice il divino Maestro nella Bibbia per mezzo della Chiesa.
Fine Prima Parte (1/5)
Padre Giovanni Cavalcoli
Fontanellato, 1° novembre 2026
La Chiesa, a iniziare dal Medioevo e fino ad oggi, come sappiamo bene, ha utilizzato nella sua dogmatica, un insieme di nozioni aristoteliche precedentemente purificate da San Tommaso d’Aquino, come quella di ente, essere, essenza, natura, atto, potenza, possibile, impossibile, necessario, contingente, trascendentale, categoriale, sostanza, accidente, abito, relazione, forma, materia, logica, astrazione, individuo, specie, genere, differenza, universale.
Qual è il motivo di fondo della opposizione di Lutero ad Aristotele? Fu il fatto che Lutero confuse l’opinione (doxa) col sapere (episteme), mentre Aristotele li distingue chiaramente. … È istintivamente un esistenzialista. Confonde il dato di fatto con l’essenza universale. Confonde la natura umana come tale con la sua situazione storica. Ma se non abbiamo presente la natura umana come tale, come facciamo a giudicare delle sue situazioni storiche? A guidarla nel concreto? … Lutero non ha capito l’importanza della metafisica di Aristotele ai fini di comprendere la nozione biblica dell’ente e della realtà. In particolare non ha capito la nozione analogica dell’ente, sostituendovi una nozione equivoca, individualista, di origine pagana, protagorea o eraclitea, che ha la sua eco in Guglielmo di Ockham.
Per evitare l’equivoco Lutero cade nell’eccesso opposto del monismo univocista ignorando l’imitazione, la partecipazione, i gradi dell’essere e le distinzioni fra le differenti essenze o nature. Non c’è più un ente supremo, ma ogni ente è supremo. Come disse esplicitamente: «Non c’è il fedele e il Papa, ma ogni fedele è Papa».
Il Dio di Aristotele, in quanto Dio della semplice ragione, è il Dio della religione naturale, comune a tutti gli uomini, che fonda quel dialogo interreligioso del quale parla il Decreto Nostra aetate del Concilio Vaticano II. È sulla base di questa comune conoscenza di Dio che noi cristiani possiamo guidare i fedeli delle altre religioni alla conoscenza del Dio cristiano. … L’etica aristotelica non conosce il determinismo universale, perché per lui l’agire umano è liberamente orientato dalla volontà al fine, così come analogamente lo è l’agire divino. E quindi ancora una volta Aristotele è conforme alla Bibbia, laddove Lutero se ne discosta.
Immagini da Internet:
[1] Cf Hugo Rahner Mysterion. Il mistero cristiano e i misteri pagani, Editrice Morcelliana, Brescia 1952.


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