La falsa
metafisica di George Berkeley
Terza Parte (3/3)
È così che Kant, pur ammettendo l’esistenza
delle cose fuori del nostro spirito, sostiene che sperimentiamo queste cose,
ossia questi corpi o sostanze materiali, non come cose in sé, ma come fenomeni:
«Il concetto
trascendentale dei fenomeni nello spazio è un avvertimento critico, che in
generale niente di quel che è intuìto nello spazio è cosa in sé; e ancora che lo spazio non è una
forma delle cose, la quale sia in qualche modo propria delle cose in se stesse;
ma che gli oggetti in sé ci sono affatto ignoti e quelli che chiamiamo oggetti
esterni, non sono altro che semplici rappresentazioni della nostra sensibilità,
la cui forma è lo spazio, ma il cui vero correlato, la cosa in sé, rimane
pertanto affatto sconosciuto e inconoscibile, né, del resto, nell’esperienza è
mai questione di essa».
In queste parole di Kant vediamo come egli
nella conoscenza delle cose spaziotemporali, mette assieme contraddittoriamente
il realismo con l’idealismo. Cede all’idealismo, ma non se la sente di arrivare
fino in fondo. Continua a dar spazio alla cosa extramentale, anche se Kant
prende da Berkeley la pretesa che la materia spaziotemporale della cosa non sia
una materia reale, ma una materia pensata o, come si esprime Kant, pensa che la
forma spaziotemporale del fenomeno non appartenga al fenomeno, ma sia data al
fenomeno dall’intelletto, che la possiede a priori, mentre, contro Berkeley,
conserva il principio realista che la materia della cosa esiste ed è fuori di
noi.
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Kant riconosce
che noi abbiamo esperienza di corpi o sostanze materiali esistenti fuori di
noi; e tuttavia sostiene che noi non conosciamo queste cose come sono in se stesse,
ma solo come ci appaiono in quanto fenomeni spaziotemporali, dove la materia
del fenomeno ci è fornita dalla cosa mediante l’esperienza sensibile, mentre la
nostra sensibilità dà la forma spaziotemporale al fenomeno.
Facciamo
un esempio: una roulotte trasportata da un’auto in viaggio. In quanto cose in
sé, l’essenza dell’auto e della roulotte mi sono ignote. Esse mi appaiono come
fenomeni, ai quali i miei sensi danno la forma spaziotemporale
Il tempo
e lo spazio, per Gentile in quanto molteplicità del dove e del quando, sono
spazializzazione e temporalizzazione del pensare in atto, che è atto della
Spirito e nel contempo atto mio e di noi tutti umanità. Atto di autopormi, anzi
autocrearmi, autoporci ed autocrearci, ecco la famosa «autoctisi» di Gentile.
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| Lorenzo Lotto, La Sacra Famiglia |
Gentile confonde
il rapporto dell’uomo in generale con Dio col mistero dell’Incarnazione inteso
peraltro non come unità della persona nella dualità delle nature, ma come unità
di un concreto nella dualità di due astratti. Invece il mistero
dell’Incarnazione comporta la dualità di due sostanze in un’unica sussistenza.
Gentile,
quindi, oltre a vanificare le due nature per confonderle in una falsa sintesi,
precorre l’antropologia buonista di Rahner, il quale pure confonde il rapporto
dell’umanità di Cristo con Dio, rapporto evidentemente indissolubile, col
rapporto degli altri uomini con Dio nella vita presente, i quali uomini,
essendo peccatori, possono spezzare col peccato l’unione con Dio.
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